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Friday, 16 January 2015

Je ne suis pas Charlie (Io non sono Charlie)



di José Antonio Gutiérrez Dantón*, Tlaxcala, 7-1-2015
Tradotto da Francesco Giannatiempo, Tlaxcala

In primo luogo, parto chiarendo che considero un’atrocità l’attacco agli uffici della rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi e credo che, in nessuna circostanza, sia giustificabile convertire un giornalista, per dubbia che sia la sua qualità professionale, in un obiettivo militare. Circostanza valida in  Francia, come lo è in Colombia o in Palestina.
Neppure mi identifico con alcun fondamentalismo – né cristiano né ebraico, né musulmano e nemmeno con lo stupido secolarismo francesizzato [sostenitore di Napoleone durante la guerra di indipendenza spagnola], che eleva la sacra “République” in una divinità. Faccio questi necessari chiarimenti poiché, per quanto i guru dell’alta politica insistano nel dire che in Europa  si viva in una “democrazia esemplare” con “grandi libertà”, si sa che il Grande Fratello ci controlla e che qualsiasi discorso  esuli dagli schemi viene duramente castigato. Ma non credo che censurare l’attacco contro Charlie Hebdo sia sinonimo della celebrazione di una rivista che è, fondamentalmente, un monumento all’intolleranza, al razzismo e all’arroganza coloniale.
1.Il Corano è merda: non ferma nemmeno le pallottole
2.Charlie Hebdo è una meeeeeeeelda: non ferma le pallottole
Migliaia di persone, comprensibilmente colpite da quest’attacco, hanno fatto circolare messaggi in francese dicendo “Je suis Charlie” (Io sono Charlie), come se questo messaggio fosse l’ultimo grido nella difesa della libertà. Insomma, io non sono Charlie. Non mi identifico con la rappresentazione degradante e “caricaturale” che fa del mondo islamico, in piena epoca della cosiddetta “Guerra contro il Terrorismo”, con tutta la carica razzista e colonialista che ciò comporta. Mi pongo malvolentieri di fronte a questa costante aggressione simbolica che ha come contropartita un’aggressione fisica e reale, attraverso i bombardamenti e le occupazioni militari verso paesi che appartengono a questo orizzonte culturale. Neppure posso vedere di buon occhio  quelle caricature e i loro testi offensivi, quando gli arabi costituiscono uno dei settori più emarginati, impoveriti e sfruttati della società francese avendone storicamente ricevuto un trattamento brutale: non si dimentichi che, all’inizio degli anni 60, nella metro di Parigi la polizia massacrò con efferatezza 200 algerini che richiedevano la fine dell’occupazione francese del loro paese, il cui saldo stimato era già allora di un milione di “incivili” arabi morti. Non si tratta di innocenti caricature fatte da liberi pensatori, bensì si tratta di messaggi prodotti dai mezzi di comunicazione di massa (sebbene si definisca alternativo,  Charlie Hebdo appartiene ai mass-media), carichi di stereotipi e di odio, a rafforzare un discorso teso alla rappresentazione degli arabi come barbari da contenere, estirpare, controllare, reprimere e sterminare. Messaggi il cui proposito è di giustificare le invasioni di paesi del Medio Oriente così come i molteplici interventi e i bombardamenti orchestrati dall’Occidente nella difesa della nuova ripartizione imperialista. L’attore spagnolo Willy Toledo, in una dichiarazione polemica – tanto per evidenziare l’ovvio – diceva che “l’Occidente uccide tutti i giorni. Senza rumore”. Ed è ciò che Charlie  e il suo senso dell’umorismo nero occultano sotto forma di satira.

Non dimentico la copertina del N°1099 di Charlie Hebdo, in cui si banalizzava il massacro di più di mille egiziani da parte di una brutale dittatura militare - a cui Francia e USA hanno dato il proprio beneplacito – attraverso una vignetta che recita qualcosa come “Carneficina in Egitto. Il Corano è una merda: non ferma le pallottole”. La caricatura era quella di un uomo musulmano crivellato di colpi, mentre cerca di proteggersi con il Corano. Ci sarà chi lo ritiene spiritoso. Anche i coloni inglesi della Terra del Fuoco, credevano allora che fosse spiritoso posare in fotografie insieme agli indigeni che avevano “cacciato”, mostrando ampi sorrisi, con la carabina in mano e con il piede sul cadavere sanguinante ancora caldo. Invece che spiritosa, questa caricatura mi sembra violenta e coloniale, un abuso della fittizia e abusata libertà di stampa occidentale. Cosa accadrebbe, se ora facessi una rivista la cui copertina avesse la seguente frase: “Carneficina a Parigi. Charlie Hebdo è una merda: non ferma le pallottole” e facessi una caricatura del deceduto Jean Cabut crivellato di colpi con una copia della rivista nelle sue mani? Sarebbe chiaramente uno scandalo: la vita di un francese è sacra. Quella di un  egiziano (o di un palestinese, di un iracheno, di un siriano, etc) costituisce materiale  “umoristico”. Per questo io non sono Charlie, perché per me la vita di ognuno  di quegli egiziani crivellati di colpi è sacra così come quella di qualunque di quei vignettisti assassinati.

Già sappiamo cosa accadrà di qui a poco: ci saranno discorsi in difesa della libertà di stampa da parte degli stessi paesi  che, nel 1999, diedero la propria benedizione al bombardamento NATO a Belgrado contro la stazione della TV pubblica serba tanto da definirla “il ministero delle menzogne”; gli stessi che, nel 2006, tacquero quando Israele  bombardò la stazione televisiva Al-Manar a Beirut; gli stessi che tacciono gli assassinii dei giornalisti colombiani e palestinesi critici verso le situazioni in cui versano i loro paesi. Dopo la bella retorica pro-libertà, avremo l’azione liberticida: più maccartismo del cosiddetto “anti-terrorismo”; più interventi colonialisti; più restrizioni a quelle “garanzie democratiche” in via di estinzione; e, senz’altro, più razzismo. L’Ue_ropa si consuma in una spirale di odio xenofobo, di islamofobia, di antisemitismo (i palestinesi sono, di fatto, semiti) e quest’aria diventa sempre più irrespirabile. I musulmani già sono gli ebrei dell’Europa del XXI secolo; e i partiti neonazisti stanno tornando a essere nuovamente rispettabili 80 anni dopo, grazie a questo ripugnante sentimento. Per tutto ciò, malgrado la repulsione che mi causano gli attacchi di Parigi,  Je ne suis pas Charlie.
Una risposta dell’autore ai primi commenti provocati dal suo articolo
Prima di tutto, mi sorprende che ad alcuni sembri  così curioso che qualcuno possa contemporaneamente condannare gli attacchi di Parigi e NON sentirsi riflesso nelle caricature di Charlie Hebdo, rivista che ho letto e non mi piace per niente (nemmeno mi piace Le Canard Enchaîné). Ciò dimostra l’estremismo - manifesto nella violenza del linguaggio di quelli che criticano appassionatamente senza aver letto con attenzione l’impostazione del mio articolo – di coloro che credono che quando uno è in disaccordo con qualcosa, bisogna eliminarlo. Chi sostiene che se si criticano le caricature allora si giustifica l’assassinio, dà mostra di una chiusura mentale impressionante, di una sovrana stupidità, di una mancanza di comprensione e di lettura terrificante - e di una grande intolleranza. Questi completano dicendo: l’autore dell’articolo non è all’altezza della nostra sofisticatezza francesizzata, della nostra istruzione, del nostro umorismo. Se questa non è arroganza colonialista ed elitarismo, non saprei cosa aggiungere.
Io ripudio l’attentato come ripudio le caricature, per questo non sono Charlie. Ciò non ha niente a che vedere con la libertà di espressione, bensì con la caricaturizzazione dell’altro, soprattutto quando l’altro versa in una condizione di vulnerabilità rispetto al caricaturista (rappresentate, questi, della cultura dominante dinanzi agli immigrati e del paese invasore agli occhi del siriano, del maliano, etc). Dato che tutti sappiamo che proprio in Francia esistono temi tabù, come per esempio l’olocausto ebreo di cui Charlie non si è mai sbeffeggiato, così come ha potuto sbeffeggiare il massacro degli egiziani (chiarisco, visto che bisogna chiarire tutto, che le vignette dell’olocausto mi sembravano ugualmente riprovevoli e ripugnanti, non le proibirei per legge, come neppure censurerei Charlie Hebdo sebbene sia in pauroso disaccordo con quest’ultimo).
Esistono quelli che lo ritengono inopportuno benché, è chiaro, sia opportuno pronunciarsi: le caricature (volgari, grottesche) di Charlie Hebdo sono diventate virali  e circolano – decontestualizzate, come direbbe qualcuno – piene di messaggi di odio e messaggi contro i musulmani, contro tutti, non solo contro gli estremisti. E ci sono le chiamate a deportare – che se non vi piace l’Ue_ropa allora andatevene! – a invadere e alla violenza contro gli arabi. L’Ue_ropa è intossicata di xenofobia e questo, senza essere un  pezzo chiave, fa la sua parte. Dire io sono Charlie e far circolare queste caricature, non credo che aiuti per niente alla convivenza, mentre fomenta il razzismo. E non me la si venga a raccontare: lo vedo, ascolto i commenti addirittura di gente che dice di essere di sinistra o di essere progressista qui in Ue_ropa. Indipendentemente se gli autori fossero o meno razzisti nel proprio intimo, come diceva un accademico arabo “burlarsi degli arabi produce soldi”. Ma la cosa peggiore è che incitano i partiti razzisti dell’ultradestra che, in base a questo sentimento, sono tornati a essere “rispettabili”. In un clima così tossico come quello che si respira in Ue_ropa, c’è bisogno di misurare molto di più le parole. Per questo sostengo di non essere Charlie. 
PS Mi sorprende il razzismo di alcuni commenti su questo sito, a conferma che il fattore più preoccupante sia l’islamofobia, perciò: la sofferenza dei palestinesi è irrilevante; se vi sono rappresaglie contro i musulmani, se le sono meritate; che se ne tornino al loro paese. Sono esattamente gli stessi argomenti a ricordarmi che i musulmani sono gli ebrei dell’Europa del XXI secolo: i primi erano banchieri avidi, i secondi sono dogmatici intolleranti. E la nostra intolleranza abilmente sfugge...


*José Antonio Gutiérrez Dantón: Militante libertario, residente in Irlanda dove partecipa ai movimenti di solidarietà con l’ America Latina e la Colombia;  collaboratore della rivista CEPA (Colombia) e de El Ciudadano (Chile), così come dei siti web internazionali www.anarkismo.net e LaPluma. Autore di "Problemas e Possibilidades do Anarquismo" (Problemi e Possibilità dell’Anarchismo; in portoghese -Faisca ed., 2011) e coordina ore del libro "Orígenes Libertarios del Primero de Mayo en América Latina" (Origini libertarie  del Primo Maggio in America Latina; Quimantú ed. 2010).

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