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Monday, 2 February 2015

Grecia e Africa: imparare le lezioni dagli aggiustamenti strutturali

di Ian Scoones, Zimbabweland, 2 febbraio 2015 
Tradotto da Francesco Giannatiempo, Tlaxcala 
Per circa due decenni, dal rapporto Berg della Banca Mondiale del 1981 in avanti, l’Africa ha patito le conseguenze degli aggiustamenti strutturali – o più gentilmente: delle riforme economiche – su ordine degli istituti finanziari internazionali. Le conseguenze sono state devastanti per l’occupazione lavorativa, per il sostentamento e il ruolo e la capacità dello stato. Ma, la medicina neoliberista non funziona. Durante gli anni 90, c’è stato un periodo in cui si sono succeduti ogni genere di dibattiti esoterici sul perché: è stata la sperequazione delle misure economiche? Sono stati i tempi di attuazione e le relative successioni? È stata la carenza di volontà politica nella corretta realizzazione? Ma, alla fine, la maggior parte delle opinioni converge sul fatto che sia stato un periodo disastroso, le cui conseguenze si stanno ancora facendo sentire.
L'Ultima Cena strutturalmente aggiustata: "E questi signori avranno solo pane e acqua"-Polyp, G-B

Tali conseguenze comprendono la massiccia erosione della capacità e del ruolo dello stato, come i servizi sanitari, la ricerca e l’estensione delle pratiche agricole e molto altro, insieme a alla generazione di potenziale. I recenti impatti sconvolgenti dello scoppio di ebola in Africa occidentale in parte può essere collegato a questi effetti a lungo termine del sottosviluppo sistematico – di ciò che qualcuno chiama “violenza strutturale”.
In Zimbabwe, il governo di Mugabe ha abbandonato la sua strategia di “crescita con equità” post-indipendenza per una modellata sui progetti della Banca Mondiale e del FMI del 1991. Il Programma Economico di Modifica Strutturale Economica (ESAP, anche noto come “sofferenza economica per i popoli africani”, e molti altri drammi sullo stesso genere) è stato svolto per tutti gli anni 90. Questo ha presagito le agitazioni che hanno provocato il movimento dei lavoratori e le mobilitazioni dei veterani di Guerra nell’ultima parte del decennio, e ha naturalmente costituito  lo sfondo per la riforma fondiaria dal 2000.
Di certo, qualche beneficio da cotante riforme economiche neoliberiste. Malgrado la pretenziosa retorica, il governo di Mugabe non ha spinto per una riforma fondiaria o altri tipi di redistribuzione negli anni 90. Piuttosto, le elites hanno accumulato [ricchezze e potere], la corruzione si è estesa ed è emersa una nuova tendenza politica. Durante questo lungo periodo, hanno ricavato profitto per la maggior parte le coltivazioni possedute da bianchi (che adesso registrano l’ingresso di parte della nuova elite nera) come di altri tipi di affari. Nell’agricoltura, hanno prosperato operazioni di coltivazioni di alto valore, alla ricerca di profitti nei mercati delle esportazioni come parte del nuovo e competitivo ordine neoliberista. Per alcuni versi, è stato un grande successo; ma, per altri, hanno costituito un’importuna anomalia, visto che i benefici non sono stati ampiamente divisi, e l’inasprimento del malcontento intorno alla distribuzione della terra – questione irrisolta dal periodo coloniale -  è continuato senza un indirizzo preciso.
Dunque, cos’ha a che fare tutto ciò con la Grecia? La scorsa settimana un nuovo partito – Syriza – è salito al potere in Grecia  in maniera sensazionale impegnandosi a mettere fine alle riforme strutturali imposte dalla UE – e dalla Germania in particolare – ma impegnandosi anche a intervenire in maniera dura sulla profonda corruzione e sull’elitarismo oligarchico che ha caratterizzato l’economia politica greca. L’ascesa di Syriza ha trasmesso delle onde d’urto con il suo rifiuto dello status quo e delle profonde ingiustizie imposte con il “pacchetto di austerity” descritto dal nuovo ministro delle finanze (Yanis Varoufakis) come “tortura  fiscale”, grazie al quale la Grecia è stata trasformata in una “colonia del debito” (si leggano i brani dal suo libro su questo link).
Una  mia ex-collega, Diana Conyers, che ha vissuto in Zimbabwe durante il periodo delle riforme dell’ESAP, e che ora vive in  Grecia, ha scritto di recente un blog per il sito web IDS che fa riflettere. Ha disegnato le analogie tra Grecia e Africa in modo interessante. Il giorno delle elezioni in Grecia, il quotidiano domenicale del Regno Unito, The Observer, riportava un ampio editoriale sulla situazione greca. Se si rimpiazza “Grecia” con “Africa” (o qualsiasi stato africano in particolare) nel pezzo – così come faccio di seguito – colpiscono molto i parallelismi su cui Diana attira l’attenzione:
Gli africani  sono stati soggetti a ciò che molti ritengono sia un sostenuto, brutale e inutile attacco distruttivo ai loro elementari livelli di vita, alle loro scelte di vita e alla loro indipendenza nazionale. Quando un paese viene invaso e occupato da  forze ostili, ci si aspetta che perda la propria libertà e la propria voce. Ma la sottomissione dell’Africa, nel nome della responsabilità fiscale, della riduzione del debito e delle riforme strutturali, è stata intrapresa dai cosiddetti poteri amici, principalmente dai [donatori occidentali – la Banca Mondiale e il FMI]…[L’A]usterità neppure funziona, come ha rilevato un gruppo di eminenti economisti… “Prove storiche dimostrano l’inutilità e i pericoli dell’imposizione di un debito insostenibile come di condizioni di restituzione del debito da parte dei paesi debitori [e] l’impatto negativo delle politiche di austerità sulle economie indebolite … Il debito dovrebbe essere cancellato”.
Negli anni 90, l’élite politica globale e i commentatori internazionali – lasciando stare  gli “eminenti economisti” – non hanno offerto una simile prospettiva sull’Africa. In parte l’Africa era ben lontana e aveva addirittura meno influenza della Grecia, ma anche le “prove storiche” – risultato dai falliti esperimenti in Africa, nella Russia post-sovietica e altrove – non sono servite di lezione. E naturalmente in Africa, dove le democrazie emergenti venivano controllate attraverso gli stessi percorsi delle loro economie mediante programmi di “buon governo”, sono risultate infattibili le prospettive per una politica rivoltosa, popolare, progressista e alternativa così come emersa in Grecia (e forse anche in Spagna).
Durante gli anni 90, in Zimbabwe come altrove, le élites politiche e affaristiche sono state assai  felici di poter costruire la propria ricchezza e il proprio potere sulle spalle dell’austerità e delle “riforme”, con la contemporanea crescita di una profonda povertà strutturale. L’importanza di Syriza, forse ha alcune analogie con la recente storia dello Zimbabwe. Le sfide saranno simili: le prospettive di isolamento diplomatico; di prelievi di capitale; della pressione esterna a conformarsi e delle tensioni politiche a livello regionale; come pure il bisogno di compromesso, di gestire il cambiamento  e trovare un’alternativa, cercando di compensare la corruzione, la divisione politica e il conflitto sociale che minaccia un cammino di crescita più umano ed equo.
Negli ultimi 15 anni, lo Zimbabwe ha ricercato una traiettoria politico-economica alternativa, rompendo con alcune delle catene del passato; benché abbia drammaticamente fallito nel rivolgere altre sfide, con la conseguenza che l’economia continua a languire, la corruzione si è ampliata ancora di più, la crescita non è riuscita a decollare e i benefici della politica di redistribuzione dev’essere ancora realizzata. Speriamo che la coalizione di Syriza vada e faccia meglio. In futuro, più che Washington, sarà forse Atene a poter inviare consulenti economici in Africa.
 

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