Affichage des articles dont le libellé est Colombia. Afficher tous les articles
Affichage des articles dont le libellé est Colombia. Afficher tous les articles

22/06/2026

A 250.000 voti di distanza: Abelardo batte Iván Cepeda in Colombia

Il risultato è arrivato come un colpo di maglio: il candidato reazionario Abelardo de la Espriella ha battuto domenica il candidato di sinistra Iván Cepeda con meno dell'1% di differenza (12.959.542 voti contro 12.708.712). Di seguito una prima analisi dei risultati. –FG, Tlaxcala

Il panorama elettorale: due Colombia faccia a faccia


I bastioni conservatori del centro e delle Ande

Abelardo de la Espriella ha costruito la sua vittoria su una base territoriale chiaramente identificata: i dipartimenti del centro del paese, le regioni andine e parte delle pianure orientali. Antioquia costituisce il cuore del suo elettorato con 2,18 milioni di voti (64,42%), oltre un milione di vantaggio sul suo avversario. Il dominio vi è schiacciante, così come in Norte de Santander (76,56%) e Santander (64,58%).

Il candidato vince anche in tutto l'Eje Cafetero (Caldas, Quindío, Risaralda), in Tolima, Huila, Boyacá e Cundinamarca. Questi dipartimenti, che concentrano una parte importante della popolazione e del PIL nazionale, hanno fornito i margini necessari per la sua vittoria nello scrutinio nazionale. Cundinamarca e Antioquia figurano tra i dipartimenti più popolosi, il che spiega in parte la vittoria finale di De la Espriella nonostante la sconfitta in un maggior numero di dipartimenti.

I bastioni progressisti: Caraibi, Pacifico e Sud

Iván Cepeda, dal canto suo, vince 19 dipartimenti (incluso Bogotá) contro 13 per il suo avversario, ma spesso con popolazioni meno dense. I suoi bastioni più solidi si trovano nelle regioni periferiche:

  • Il Pacifico colombiano: Chocó (81,37%), Cauca (75,64%), Nariño (76,72%), Valle del Cauca (60,82%).
  • Il Sud amazzonico: Putumayo (78,52%), Vaupés (80,86%), Amazonas (61,89%).
  • La regione dei Caraibi: Bolívar (59,51%), Córdoba (58,28%), Atlántico (58,61%), La Guajira (60,45%), Sucre (59,19%), Magdalena (57,02%).
  • Bogotá D.C.: la capitale, con i suoi 2,23 milioni di voti (52,47%), costituisce un importante bastione urbano per Cepeda.

Il Valle del Cauca offre un caso particolarmente illustrativo: Cepeda vi ottiene 1,4 milioni di voti, con un vantaggio di 534.083 suffragi su De la Espriella, confermando che questo dipartimento è uno dei principali bastioni della sinistra in Colombia.

Il risultato elettorale in stile Botero

Analisi sociologica delle fratture

Una frattura centro-periferia

La mappa elettorale disegna una frattura geografica maggiore tra:

  1. I dipartimenti centrali e andini: economicamente più sviluppati, che ospitano le élite tradizionali e i centri industriali (Medellín, Bucaramanga), hanno votato per il candidato conservatore.
  2. Le periferie: regioni costiere (Caraibi, Pacifico) e zone di frontiera, storicamente marginalizzate, hanno sostenuto in massa il candidato del cambiamento.

Questa opposizione non è nuova in Colombia: rimanda alla distinzione storica tra le regioni andine "conservatrici" e le regioni costiere "liberali", che il sistema politico contemporaneo ha riattivato.

La dimensione etnica e razzializzata

I dipartimenti con un'alta popolazione afro-colombiana e indigena si sono espressi in netta maggioranza per Iván Cepeda. Ciò è particolarmente evidente in Chocó (81,37%), Cauca (75,64%) e Nariño (76,72%), regioni dove le comunità nere e indigene sono storicamente mobilitate attorno a questioni di giustizia sociale e riconoscimento. La presenza di Aida Quilcué, figura indigena, come compagna di lista di Cepeda, ha senza dubbio rafforzato questo sostegno.

Un voto urbano diviso

Il voto nelle grandi città è più contrastato di quanto appaia. Bogotá sostiene Cepeda, ma con un margine relativamente modesto (52,47%). Il Valle del Cauca vota Cepeda, ma Medellín, la seconda città del paese, è un bastione di De la Espriella. I risultati confermano una frattura urbana, dove le grandi metropoli delle regioni andine pendono a destra mentre quelle delle periferie (Cali, Barranquilla, Cartagena) pendono a sinistra.

Margini ristretti in dipartimenti chiave

Alcuni dipartimenti sono stati molto contesi, riflettendo una società colombiana profondamente divisa:

  • Caquetá: Cepeda vince di stretta misura con il 48,97% contro il 48,7%.
  • Guaviare: De la Espriella vince con il 52,78%.
  • Vichada: Cepeda si impone con il 54,43%.

Questi risultati testimoniano l'assenza di un bastione ideologico omogeneo nelle zone di recente colonizzazione e nelle regioni di frontiera.

Il voto all'estero

Un punto notevole: De la Espriella vince ampiamente tra i colombiani all'estero (63,76%), con 382.000 voti contro 208.000 per Cepeda. Questo voto della diaspora, spesso composta da classi medie e superiori espatriate, ha contribuito in modo significativo alla sua vittoria.

Conclusione: una Colombia geograficamente fratturata

Il secondo turno del 2026 conferma la geografia elettorale della Colombia come uno spazio di tensioni tra due visioni del paese. Il candidato conservatore, De la Espriella, ha saputo capitalizzare sui bastioni tradizionali del centro e delle Ande, mentre Cepeda ha raccolto un arcipelago di periferie: Pacifico, Caraibi, Amazzonia e la capitale.

Questa configurazione ricorda che la frattura politica colombiana rimane fortemente territorializzata, con ogni regione che esprime aspettative sociali, economiche e identitarie distinte. La vittoria ristretta di De la Espriella (meno di 250.000 voti di scarto) significa che dovrà governare un paese la cui ampia metà geografica non gli ha concesso la propria fiducia.

 

By 250,000 votes: Abelardo beats Iván Cepeda in Colombia

The result fell like a hammer blow: the reactionary candidate Abelardo de la Espriella defeated left-wing candidate Iván Cepeda on Sunday by less than a 1% margin (12,959,542 votes to 12,708,712). Below is an initial analysis of the results. –FG, Tlaxcala

The electoral landscape: two Colombias face to face



The conservative strongholds of the centre and the Andes

Abelardo de la Espriella built his victory on a clearly identified territorial base: the departments of the country's centre, the Andean regions and part of the eastern plains. Antioquia constitutes the heart of his electorate with 2.18 million votes (64.42%), more than one million ahead of his opponent. The dominance there is overwhelming, as it is in Norte de Santander (76.56%) and Santander (64.58%).

The candidate also wins across the entire Coffee Axis (Caldas, Quindío, Risaralda), in Tolima, Huila, Boyacá and Cundinamarca. These departments, which concentrate a significant share of the population and national GDP, provided the margins needed for his victory in the national count. Cundinamarca and Antioquia are among the most populous departments, which partly explains De la Espriella's final victory despite his defeat in a greater number of departments.

The progressive strongholds: Caribbean, Pacific and South

Iván Cepeda, for his part, wins 19 departments (including Bogotá) against 13 for his opponent, but often with less densely populated areas. His strongest bastions are in the peripheral regions:

  • The Colombian Pacific: Chocó (81.37%), Cauca (75.64%), Nariño (76.72%), Valle del Cauca (60.82%).
  • The Amazonian South: Putumayo (78.52%), Vaupés (80.86%), Amazonas (61.89%).
  • The Caribbean region: Bolívar (59.51%), Córdoba (58.28%), Atlántico (58.61%), La Guajira (60.45%), Sucre (59.19%), Magdalena (57.02%).
  • Bogotá D.C.: the capital, with its 2.23 million votes (52.47%), constitutes a major urban stronghold for Cepeda.

Valle del Cauca offers a particularly illustrative case: Cepeda obtains 1.4 million votes there, a lead of 534,083 ballots over De la Espriella, confirming that this department is one of the main strongholds of the left in Colombia.

The electoral result in Botero style

Sociological analysis of the divides

A centre-periphery divide

The electoral map draws a major geographic divide between:

  1. The central and Andean departments: economically more developed, home to traditional elites and industrial centres (Medellín, Bucaramanga), they voted for the conservative candidate.
  2. The peripheries: coastal regions (Caribbean, Pacific) and border areas, historically marginalised, massively supported the candidate for change.

This opposition is not new in Colombia: it harks back to the historical distinction between "conservative" Andean regions and "liberal" coastal regions, which the contemporary political system has reactivated.

The ethnic and racialized dimension

Departments with large Afro-Colombian and indigenous populations voted overwhelmingly for Iván Cepeda. This is particularly clear in Chocó (81.37%), Cauca (75.64%) and Nariño (76.72%), regions where black and indigenous communities are historically mobilised around issues of social justice and recognition. The presence of Aida Quilcué, an indigenous figure, as Cepeda's running mate, undoubtedly reinforced this support.

A divided urban vote

The vote in large cities is more mixed than it appears. Bogotá supports Cepeda, but with a relatively modest margin (52.47%). Valle del Cauca votes for Cepeda, but Medellín, the country's second city, is a stronghold of De la Espriella. The results confirm an urban fracture, where the large metropolises of the Andean regions lean right while those of the peripheries (Cali, Barranquilla, Cartagena) lean left.

Tight margins in key departments

Some departments were highly contested, reflecting a deeply divided Colombian society:

  • Caquetá: Cepeda wins by a narrow margin with 48.97% against 48.7%.
  • Guaviare: De la Espriella wins with 52.78%.
  • Vichada: Cepeda prevails with 54.43%.

These results testify to the absence of a homogeneous ideological stronghold in areas of recent colonisation and border regions.

The overseas vote

One notable point: De la Espriella wins overwhelmingly among Colombians abroad (63.76%), with 382,000 votes against 208,000 for Cepeda. This diaspora vote, often composed of expatriate middle and upper classes, contributed significantly to his victory.

Conclusion: a geographically fractured Colombia

The 2026 runoff confirms Colombia's electoral geography as a space of tensions between two visions of the country. The conservative candidate, De la Espriella, was able to capitalise on the traditional strongholds of the centre and the Andes, while Cepeda gathered an archipelago of peripheries: the Pacific, the Caribbean, the Amazon and the capital.

This configuration recalls that Colombia's political divide remains strongly territorialised, with each region expressing distinct social, economic and identity-based expectations. De la Espriella's narrow victory (a margin of less than 250,000 votes) means he will have to govern a country whose broad geographic half did not grant him its trust.

 

A 250.000 votos de distancia: Abelardo vence a Iván Cepeda en Colombia

El resultado cayó como un mazazo: el candidato reaccionario Abelardo de la Espriella derrotó el domingo al candidato de izquierda Iván Cepeda con menos del 1% de diferencia (12.959.542 votos contra 12.708.712). A continuación, un primer análisis de los resultados. –FG, Tlaxcala

El paisaje electoral: dos Colombias frente a frente



El paisaje electoral: dos Colombias frente a frente

Los bastiones conservadores del centro y los Andes

Abelardo de la Espriella construyó su victoria sobre una base territorial claramente identificada: los departamentos del centro del país, las regiones andinas y parte de los llanos orientales. Antioquia constituye el corazón de su electorado con 2,18 millones de votos (64,42%), más de un millón de ventaja sobre su adversario. El dominio allí es abrumador, al igual que en Norte de Santander (76,56%) y Santander (64,58%).

El candidato también se impone en todo el Eje Cafetero (Caldas, Quindío, Risaralda), en Tolima, Huila, Boyacá y Cundinamarca. Estos departamentos, que concentran una parte importante de la población y del PIB nacional, proporcionaron los márgenes necesarios para su victoria en el escrutinio nacional. Cundinamarca y Antioquia figuran entre los departamentos más poblados, lo que explica en parte la victoria final de De la Espriella a pesar de su derrota en un mayor número de departamentos.

Los bastiones progresistas: Caribe, Pacífico y Sur

Iván Cepeda, por su parte, gana 19 departamentos (incluido Bogotá) frente a 13 para su adversario, pero a menudo con poblaciones menos densas. Sus bastiones más sólidos se encuentran en las regiones periféricas:

  • El Pacífico colombiano: Chocó (81,37%), Cauca (75,64%), Nariño (76,72%), Valle del Cauca (60,82%).
  • El Sur amazónico: Putumayo (78,52%), Vaupés (80,86%), Amazonas (61,89%).
  • La región Caribe: Bolívar (59,51%), Córdoba (58,28%), Atlántico (58,61%), La Guajira (60,45%), Sucre (59,19%), Magdalena (57,02%).
  • Bogotá D.C.: la capital, con sus 2,23 millones de votos (52,47%), constituye un bastión urbano mayor para Cepeda.

El Valle del Cauca ofrece un caso particularmente ilustrativo: Cepeda obtiene allí 1,4 millón de votos, es decir, una ventaja de 534.083 sufragios sobre De la Espriella, lo que confirma que este departamento es uno de los principales bastiones de la izquierda en Colombia.

El resultado electoral al estilo Botero

Análisis sociológico de las divisiones

Una división centro-periferia

El mapa electoral dibuja una división geográfica mayor entre:

  1. Los departamentos centrales y andinos: económicamente más desarrollados, albergan a las élites tradicionales y los centros industriales (Medellín, Bucaramanga), y votaron por el candidato conservador.
  2. Las periferias: regiones costeras (Caribe, Pacífico) y zonas fronterizas, históricamente marginadas, apoyaron masivamente al candidato del cambio.

Esta oposición no es nueva en Colombia: remite a la distinción histórica entre las regiones andinas "conservadoras" y las regiones costeras "liberales", que el sistema político contemporáneo ha reactivado.

La dimensión étnica y racializada

Los departamentos con alta población afrocolombiana e indígena se pronunciaron mayoritariamente por Iván Cepeda. Esto es especialmente notable en Chocó (81,37%), Cauca (75,64%) y Nariño (76,72%), regiones donde las comunidades negras e indígenas están históricamente movilizadas en torno a cuestiones de justicia social y reconocimiento. La presencia de Aida Quilcué, figura indígena, como compañera de fórmula de Cepeda, sin duda reforzó este apoyo.

Un voto urbano dividido

El voto de las grandes ciudades es más contrastado de lo que parece. Bogotá apoya a Cepeda, pero con un margen relativamente modesto (52,47%). El Valle del Cauca vota por Cepeda, pero Medellín, la segunda ciudad del país, es un bastión de De la Espriella. Los resultados confirman una fractura urbana, donde las grandes metrópolis de las regiones andinas se inclinan a la derecha, mientras que las de las periferias (Cali, Barranquilla, Cartagena) se inclinan a la izquierda.

Márgenes ajustados en departamentos clave

Algunos departamentos fueron muy disputados, reflejando una sociedad colombiana profundamente dividida:

  • Caquetá: Cepeda gana por un estrecho margen con 48,97% frente a 48,7%.
  • Guaviare: De la Espriella gana con 52,78%.
  • Vichada: Cepeda se impone con 54,43%.

Estos resultados evidencian la ausencia de un bastión ideológico homogéneo en las zonas de colonización reciente y las regiones fronterizas.

El voto en el extranjero

Un punto destacable: De la Espriella gana ampliamente entre los colombianos en el extranjero (63,76%), con 382.000 votos frente a 208.000 para Cepeda. Este voto de la diáspora, a menudo compuesta por clases medias y altas expatriadas, contribuyó de manera significativa a su victoria.

Conclusión: una Colombia geográficamente fracturada

La segunda vuelta de 2026 confirma la geografía electoral de Colombia como un espacio de tensiones entre dos visiones del país. El candidato conservador, De la Espriella, supo capitalizar los bastiones tradicionales del centro y los Andes, mientras que Cepeda reunió un archipiélago de periferias: Pacífico, Caribe, Amazonía y la capital.

Esta configuración recuerda que la división política colombiana sigue fuertemente territorializada, y que cada región expresa expectativas sociales, económicas e identitarias distintas. La estrecha victoria de De la Espriella (menos de 250.000 votos de diferencia) significa que tendrá que gobernar un país cuya amplia mitad geográfica no le otorgó su confianza.

 

12/03/2026

Colombia: Crónica de un fraude anunciado

Tigrillo L. Anudo, 12-3-2026

El presidente Petro denuncia un "trato de fraude" para las presidenciales: "Quieren silenciarme para que no hable del software electoral".


El presidente asegura que existe un pacto entre un candidato y la empresa que hace el escrutinio, mientras la Procuraduría busca que un juez lo censure y paralelamente impulsa la anulación del contrato de pasaportes con Portugal.

En una extensa y contundente cadena de mensajes publicados en su cuenta de X, el presidente Gustavo Petro lanzó una grave denuncia que involucra a la Registraduría, la Procuraduría, la empresa Thomas Greg & Sons y lo que califica como un "fraude grande" preparado para las elecciones presidenciales del 31 de mayo.

El mandatario asegura que existe una estrategia articulada para silenciarlo judicialmente mientras se beneficia con millonarios contratos públicos a la misma firma encargada del escrutinio electoral, en lo que describe como un "trato" entre un candidato presidencial y los dueños de la empresa que procesa los votos.

La denuncia central: "El fraude grande, él del software"

Petro fue directo al señalar el corazón de su acusación: "Voy al fraude grande, el del software listo para la elección presidencial. El procurador me ayudará a aclararlo. El triunfo del partido del presidente ya los aceleró."

Según el jefe de Estado, el sistema de preconteo y escrutinio que se utilizará en las elecciones presidenciales estaría manipulado de antemano. En ese sentido, reveló lo que considera una conexión peligrosa: "Ya se realizó un trato entre un candidato, que busca ganar a toda costa y no importa el medio, y los dueños de la empresa escrutadoras de elecciones. Estamos ante un trato de fraude, así el procurador de la nación no sepa."

Aunque no mencionó nombres específicos, la referencia apunta directamente a la empresa que actualmente maneja el software de preconteo y escrutinio en Colombia, señalada por Petro de haber estado involucrada en irregularidades en elecciones pasadas.

La estrategia para silenciarlo: Procuraduría y jueces

El presidente denunció que existe una ofensiva institucional en su contra para impedir que siga hablando del tema: "El registrador y procurador están muy bravos conmigo y buscan que un juez me censure. La procuraduría quiere que me silencie un juez."

Petro vinculó directamente esta intención de censura con la defensa de sus derechos fundamentales: "Pregunto a cambio de qué la empresa Thomas Greg & Sons quiere un regalo de centenares de millones de dólares en plena campaña electoral? ¿Cuál es el propósito a punto de buscar la censura del presidente de Colombia con todos mis derechos hasta como ciudadano?"

Y fue más allá al señalar el objetivo final de ese silenciamiento: "Diré por qué quieren que me silencie un juez y no hable: si se busca el fraude electoral en grande y dónde más importa: la presidencia de la república."

El otro frente: el contrato de pasaportes con Portugal

En paralelo a la denuncia electoral, Petro reveló una situación que considera sospechosa: mientras la Procuraduría impulsa su censura, también busca anular el contrato que su gobierno firmó con la Casa de la Moneda de Portugal para la fabricación de pasaportes colombianos.

"No les causa alguna duda que, cuando ya se están entregando pasaportes y las máquinas para producirlos en Colombia están en plena instalación en la imprenta nacional, se cause tamaño detrimento patrimonial, se anule el contrato y aparezcan los que ya hacían los pasaportes antes."

Según Petro, los beneficiarios de esa anulación serían claros: "¿Quién se beneficia si se anula por unos magistrados el contrato de pasaporte con Portugal? Se beneficia la empresa Thomas Greg and Sons. Se beneficia la actual empresa que hace el preconteo y escrutinio de los votos."

De esta manera, el presidente traza una línea directa entre la empresa que perdería el contrato de pasaportes (Thomas Greg & Sons, que lo tenía anteriormente), la misma que hoy maneja el software electoral, y los supuestos intereses para cometer fraude en las presidenciales.

La pregunta incómoda de Petro

El mandatario lanzó una pregunta que queda flotando en el debate público: "¿Cómo puede ser que en plenas elecciones donde actúa la empresa ya señalada de fraude en las elecciones del año 2014, se le entregue muchísimo dinero público por orden de algún juez y algún procurador?"

Y añadió: "La procuraduría me quiere silenciar por orden judicial para que no hable de esta empresa y su software de elecciones no auditado."

El llamado final: defender el voto popular

A pesar de las acusaciones cruzadas y la tensión institucional, Petro cerró su intervención con un llamado a la ciudadanía y a la comunidad internacional: "Puede insultarme lo que quiera como ya lo hizo antes, puede el registrador levantar la voz todo lo que quiera. Pero es inmoral beneficiar en medio de las elecciones con centenares de millones de dólares públicos a la firma que hace el escrutinio. Con más fuerza aún el pueblo y el mundo deben cuidar el voto popular en Colombia."

03/02/2026

Throwing Oneself into the Belly of the Beast: Don Gustavo Buendía at the White House


Tigrillo L. Anudo, La Pluma, 3/2/2026

Translated by Tlaxcala


What will Trump and Petro on this Tuesday Feb.3 talk at the White House about, in a context of threats, interventions, unfounded accusations, bombings, and a declared imperial ambition without scruples?

What does Trump want from Petro?

He wants to bring him to his knees. To subject him to his agenda of domination over the Latin American backyard.

Trump believes he holds all the cards. He will be “diplomatic” in his dealings with the Colombian president, but his ambitions will continue on their course.

He already has the governments of Argentina, Ecuador, Paraguay, Peru, Bolivia, El Salvador, and Panama on their knees; Chile, Honduras, and Costa Rica are next.

He has already fraudulently intervened in the elections of several countries. He wants them all. Obedient.

Why did he kidnap President Maduro? To tell the others (without saying it outright) that they could be next.

The level of malice and egolatry displayed by Trump knows no limits. And the world carries on as if nothing were happening. There are no authorities capable of stopping a convicted criminal, a seditionist, an abuser, a thief, and a murderer.

The world reveals what it has always been: a jungle with its own “law”

Trump wants to interfere in Colombia’s upcoming elections. He is determined to install a puppet government. That is why, through his subordinates, he has received the stooge Colombian political operators.

The orange agent does not mince his words. He knows exactly what he is after. He will meet Petro in order to obtain information that will allow him to continue his interventionism in Colombia.

President Petro will know how to handle the great blackmail that the emperor will present to him.

Trump has Petro by the throat. He had him included on the Clinton List to weaken him and make him vulnerable to blackmail. He accused him of being a drug lord for the same purpose.

Trump believes he holds all the cards.

And he does.

He has a coordinated plan with the local lackeys. Domestically, they managed to repeal the economic emergency decree. They are going to disqualify Iván Cepeda from the Broad Front consultation. The National Electoral Council has just revoked the Historical Pact’s list in the Valle del Cauca for the House of Representatives.

Everything is coordinated. Internal and external war against the continuity of the political project of change.

It is in this context that the Trump–Petro meeting will take place.

Infamy keeps turning the crank without pause.

What can be done in the face of such ignominy?

OPC (Organized Political Crime) has taken over the high courts, Congress, the Prosecutor’s Office, the Inspector General’s Office, and the Comptroller’s Office. Enough to win the lawfare and to destroy the election of more lawmakers from the Historical Pact.

This dirty war isn’t just talk. It is what the economic and political oligarchy has always done, for more than 200 years.

The only difference is that now they are forced to show their manners without keeping up appearances.

So, what’s next?

08/01/2026

Dialogue con Trump, presidente Petro, pero tenga cuidado

Tigrillo L. Anudo, 8-1-2026

Ese anciano sociópata instrumentaliza todo a favor de su sed de fortunas ajenas. Usted, presidente Petro, es de las pocas piedras en los zapatos de ese desquiciado. Por eso, él lo ha llamado. Usted no lo llamó a él.

Tenga en cuenta que Trump potenció su riqueza inmobiliaria con ayuda de Chepe Santacruz, un narco colombiano. Entienda que si él lo acusa a usted de narco es porque lo persiguen los beneficios que ha obtenido de las mafias.

Trump ha tenido socios narcos, clientes narcos en sus hoteles. Acaba de indultar a Juan Orlando Hernández, expresidente de Honduras, condenado a 45 años de prisión en Estados Unidos por narcotráfico. El fantasma de las drogas no deja dormir al sociópata.

 Trump sabe que usted es quien más ha perseguido a los narcos. Para destronarlo de ese honor lo difama. Él quiere fungir como salvador de Estados Unidos frente a las drogas. Es una bandera falsa. A Trump y a la élite económica le conviene la existencia del narcotráfico. De cada dólar por venta de drogas se quedan 70 centavos de dólar en los bancos gringos. La lucha contra las drogas siempre fue y será un pretexto para intervenir en los asuntos internos de los países latinoamericanos.

Porqué Trump lo llama a dialogar en La Casa Blanca? Porque quiere bajar el nivel de las aguas. Pretende  quitarse un poco de encima esa carga de tirano racista xenófobo contra los inmigrantes latinos. Fue usted, presidente Petro, el único presidente que sin concesiones rechazó las redadas indiscriminados en Estados Unidos, los criminales bombardeos contra desgraciados lancheros en el mar Caribe, condenó el genocidio en Gaza y se opuso a la intervención militar en Venezuela.

La difícil situación interna que padece Trump, lo lleva a usarlo a usted como factor distractor. Enfrenta cargos por abuso sexual y conspiración golpista, denuncias por pedofilia, rebelión de gobernadores y alcaldes de Estados que sufren las violentas acciones de los agentes de inmigración -ICE- contra los propios ciudadanos estadounidenses. Ayer, 7 de enero, esos agentes asesinaron a sangre fría a Renee Good (37 años, madre de un niño) en Minneapolis. Trump ordena arrestar y deportar a los venezolanos que salieron a las calles a celebrar el arresto de Maduro y asesinato de 100 personas en la incursión. Para acabar de completar se burla con desprecio de los venezolanos que marchan en Caracas contra la intervención lo cual le ha granjeado más críticas a su gestión.

Presidente Petro, usted es economista. Sabe muy bien que el principal móvil de Trump es alejar a los países latinoamericanos de los intercambios comerciales, industriales y culturales con China. Este objetivo es quizás más importante que el robo del petróleo venezolano y el saqueo de recursos naturales de  Suramérica. La cruzada y guerrerismo de Trump es contra el dragón de Oriente quien está desdolarizando el comercio internacional y está ganando la guerra comercial contra Estados Unidos.

El ensayo de Gaza ya llegó a América Latina. Usted bien lo ha vaticinado. Lo que hacen con Gaza lo harán en otros países si no reaccionamos. Quieren recolonizarnos con amenazas, chantages y bombardeos. Los pueblos dignos de Latinoamérica confían en su voz y compromiso inclaudicable con la soberanía, democracia, justicias social y de la naturaleza.

02/12/2025

Socialism Is Neither a Sin nor a Crime
Lessons from Mamdani’s victory in New York

Faber Cuervo, 2/12/2025
Translated by Tlaxcala

If socialism were a “sin” or a crime, why would a socialist candidate have won the mayoralty of New York, the most representative city of capitalism? Socialism is the highest achievement to which politics—understood as care for others—can aspire. Authentic socialists seek to make human freedoms effective, those that truly guarantee dignity. Socialism is “good living”: that nothing necessary should be lacking for any of us, without distinction of skin color, beliefs, sexual orientation or social class. No one is free until they have secured their freedom to be well nourished, their freedom to obtain good health care, good education, a safe home, and a dignified job. Capitalism is a raffle cage of hamsters running endlessly in circles so that every two weeks they can buy the few freedoms the market offers them.

Molly Crabapple

That Zohran Mamdani, a socialist of Indian origin, has conquered the New York mayoralty is a breath of fresh air, the possibility of spreading socialist thought, refining the ideological line, reorganizing social bases, and strengthening a great party of manual and intellectual workers not only in the United States but in Latin America and the world.

The rejection, obstruction and crushing of socialist projects have historically been ordered from Washington and New York, the anti-communist capitals of the planet. Like an extension of the Ku Klux Klan, they demonized everything suspected of being “red”; on U.S. soil any allusion to socialism was prohibited, McCarthyism was born, figures accused of being communist were persecuted and expelled (Charlie Chaplin, the great comic actor, among them), and the labor movement was dismantled.

But history keeps surprising us with its dialectical turns and paradoxes. Today, in the 21st century, in the year 2025, while another Henry Kissinger reappears with his Operation Condor that filled Latin America with dictatorships that demonized, persecuted, tortured and assassinated thousands of socialists, a migrant with socialist thinking wins the mayoralty of New York. It happens that the new emperor, Donald Trump, listens in his Oval Office to the “extraterrestrial” Mamdani, accepted into the political sphere reluctantly.

Socialism has slipped into the country that banned it. It finds its way into the Big Apple, strolls down Wall Street. “I would prefer not to,” Bartleby would say. But this is an idea that has circulated for more than a century and a half—an idea forced to face attacks of all kinds, from all sorts of civil, ecclesiastical, and military authorities. They will have to learn to live with it; no one knows what they will try to do to topple it, just as they did in many other countries.

Portrait of the bourgeoisie, 1939-1940, David Alfaro Siqueiros, Ciudad de México, Sindicato Mexicano de Electricistas

El socialismo no es pecado ni delito
Lecciones de la victoria de Mamdani en Nueva York

Faber Cuervo, 2-12-2025

Si el socialismo fuera “pecado” o delito, ¿por qué un candidato socialista ganó la alcaldía de Nueva York, la ciudad más representativa del capitalismo? El socialismo es la realización máxima a la que puede aspirar la política entendida ésta como el cuidado del otro. Los socialistas auténticos buscan hacer efectivas las libertades humanas, las que garantizan verdaderamente la dignidad. Socialismo es el buen vivir, es decir, que nada necesario nos falte a todos, sin distinción de piel, creencias, orientación sexual, clase social. Nadie es libre mientras no satisfaga su libertad de estar bien nutrido, su libertad de tener buena atención en salud, su libertad de acceder a una buena educación, su libertad de disponer de un techo seguro, su libertad de tener un trabajo digno. El capitalismo es una jaula tómbola de hamsters dando vueltas alrededor de lo mismo para que cada quince días pueda comprar las pocas libertades que le ofrece el mercado.


Molly Crabapple

Que Zohran Mamdani, un socialista de origen indio, haya conquistado la alcaldía de Nueva York, constituye un respiro, la posibilidad de difundir el pensamiento socialista, afinar la línea ideológica, reorganizar las bases sociales, fortalecer un gran partido de los trabajadores manuales e intelectuales no sólo en Estados Unidos sino en América Latina y el mundo.

Los rechazos, bloqueos y aplastamientos de los proyectos socialistas han sido ordenados históricamente desde Washington y Nueva York, capitales anticomunistas del planeta. Como una extensión del Ku klux klan, satanizaron todo lo que se sospechara “rojo”; en el suelo de Estados Unidos se prohibió cualquier alusión al socialismo, nació el macartismo (estigmatizar a personas de izquierda), persiguieron y expulsaron a personajes tildados de comunistas (Charles Chaplin, gran actor comediante, entre ellos) y desvertebraron el movimiento sindical.

Pero la historia nos sigue sorprendiendo con sus dialécticos giros y paradojas. Hoy, siglo XXI, año 2025, mientras resucita otro Henry Kissinger con su Operación Cóndor que llenó a América Latina de dictaduras que satanizaron – persiguieron - torturaron y asesinaron miles de socialistas, un migrante con pensamiento socialista gana la alcaldía de Nueva York. Ocurre que el nuevo emperador Donald Trump escucha en su Oficina Oval al “extraterreste” Mamdani, aceptado en la esfera política a regañadientes.

05/10/2025

NETHIE JOHANA OCHOA
Colombia 2026: Power to the Women!

Nethie Johana Ochoa, La Pluma/Tlaxcala, 26/9/2025
Translated by Tlaxcala

“ ‘Anon’ was often a woman.” 

Virginia Woolf

In Colombia’s history and political participation, it is men’s discourse, voices, and faces that stand out. The portraits, names, and texts we learn in school mostly belong to men. As if they alone had built the country. Yet, when looking at towns, neighborhoods, and villages, another reality emerges: a country sustained by the silent, persistent labor of women whose contribution is not acknowledged in history.

How is it possible that millions of women are at the forefront of social and community work, yet have so little representation in the highest decision-making posts?

In this article, I aim to critically analyze the causes of this great contradiction and highlight that it is time to transform the role of women in the country’s history.

The contrast between women’s broad participation in grassroots social leadership and their scarce presence in political power positions is striking. In municipalities like Bello, nearly 80% of Community Action Board presidencies are held by women, many with decades of voluntary work. Yet, this participation collapses when it comes to formal politics: in municipal councils it reaches only 15–20%.

26/09/2025

NETHIE JOHANA OCHOA
Colombia 2026: Las Mujeres al Poder

Nethie Johana Ochoa, La Pluma/Tlaxcala, 26-9-2025

“En muchas ocasiones, ‘Anónimo’ fue una mujer.” 
  Virginia Woolf

En la historia y en la participación política de Colombia, se destacan el discurso, la voz y el rostro de los hombres. Los retratos, nombres y textos que aprendemos en la escuela, en su mayoría pertenecen a hombres. Como si ellos fueran los únicos que construyeron el país. Sin embargo, mirando hacia los pueblos, barrios y veredas, se evidencia otra realidad: un país sostenido por el trabajo silencioso y persistente de mujeres a las que no se les reconoce su labor a través de la historia.

¿Cómo es posible que millones de mujeres estén al frente de la labor social y comunitaria, y tengan tan poca representación en los altos cargos de decisión política?

En el presente artículo pretendo analizar críticamente las causas de esta gran contradicción y señalar que ya es hora de transformar el rol de las mujeres en la historia del país.

La diferencia entre la amplia participación de las mujeres en los liderazgos sociales de base y su baja presencia en los cargos políticos de poder es evidente. En municipios como Bello, cerca del 80 % de las presidencias de Juntas de Acción Comunal están en manos de mujeres, muchas de ellas con décadas de trabajo voluntario. Sin embargo, esa participación se desploma al escalar en la política formal: en los concejos municipales apenas alcanza entre el 15 y el 20 %.

De las 1.102 alcaldías del país, solo 146 son ocupadas por mujeres. En las gobernaciones, apenas hay 6 mujeres en 32 departamentos. En el Congreso, tras una larga lucha, casi llegamos al 29 %. Y hoy celebramos como un hito contar con una segunda vicepresidenta.

¿Por qué después de más de dos siglos de República, treinta y cinco presidentes titulares y setenta años de derecho al voto femenino, Colombia no ha tenido una presidenta? Si hay tantos liderazgos femeninos en las bases, ¿cuáles son los motivos para que hasta hoy ninguna mujer haya ocupado el más alto cargo público en el país?

La explicación más evidente, entre las clases trabajadora y baja, es la carga del trabajo no remunerado en casa y en las comunidades, que recae mayoritariamente sobre los hombros de las mujeres. Principalmente son las mujeres quienes asumen el cuidado de la casa, los hijos, los ancianos, los enfermos, y quienes gestionan los servicios básicos (agua potable, salud, energía eléctrica, reparación de vías).

Según el DANE (2022), las mujeres dedican en promedio el doble de tiempo que los hombres al trabajo doméstico y de cuidado, pero no todo se explica con el trabajo invisible: ¿qué ocurre con las mujeres de clase media y alta?, ellas cuentan con los recursos para pagar quién realice las labores de cuidado, y además, tienen tiempo y pueden estudiar, viajar y participar en espacios de decisión. Aún allí, cuando se abren esos espacios de participación política, es común ver que los cargos de cuidado recaen en mujeres: son secretarias, asistentes o asesoras, mientras los liderazgos visibles y jerárquicos terminan en manos de hombres. Se hace evidente el “techo de cristal” en el ámbito de la política, esa barrera invisible que limita el ascenso de las mujeres a cargos de poder, pese a su preparación y experiencia.

Otros factores que inciden son: el autoconcepto de género (muchas mujeres tienden a subestimarse, mientras los hombres suelen sobreestimarse), el estereotipo cultural (que empuja a las mujeres a priorizar la familia sobre la vida pública) y la ausencia de referentes femeninos (que reduce las aspiraciones de llegar a cargos altos).

Según la ONU Mujeres y la MOE (Misión de Observación Electoral), en Colombia más del 60 % de las candidatas reportan haber sufrido violencia política de género, que van desde comentarios machistas hasta amenazas directas. Las candidatas enfrentan hostigamiento, ridiculización e incluso intimidaciones en un ambiente dominado por redes de poder masculinas que controlan partidos, estructuras electorales y el financiamiento político, que sigue sesgado en su contra.

A esto se suma la educación política desigual, las mujeres tienen menos acceso a formación en liderazgo, negociación y redes de influencia. Los medios de comunicación reproducen estereotipos que hacen ver a las candidatas como menos aptas, reforzando la resistencia cultural al liderazgo femenino, manipulando a la masa que todavía considera la política como un asunto “de hombres”.

Las mujeres son mayoría en los liderazgos sociales de base y, en muchas ocasiones, están mejor preparadas que los hombres, pero ellos terminan ocupando los cargos. La CEPAL (2022) señala que Colombia está por debajo del promedio latinoamericano en participación de mujeres en el poder ejecutivo. Otros países de la región ya han tenido presidentas, mientras que Colombia sigue siendo una de las democracias latinoamericanas donde ninguna mujer ha llegado a la jefatura del Estado.


Es hora de tener una presidenta

A pesar de todas las barreras, hay mujeres excepcionales que han logrado abrirse camino en la política colombiana. Mujeres que, con o sin hijos, han estudiado, se han formado, han enfrentado la violencia machista y han sobrevivido a la violencia política.

Carolina Corcho es una de esas mujeres excepcionales, una mujer que viene desde las bases, como médica de veredas, luchando en la calle por el derecho fundamental a la salud. Esta mujer de 42 años llega para refrescar la política colombiana: ella destaca por su experiencia en políticas de salud pública, su enfoque en la justicia social, y su activismo progresista.

Viene de la base social y gremial: como médica, lideró la Asociación Nacional de Internos y Residentes (ANIR) y la Federación Médica Colombiana. Aprendió sobre el territorio, no desde un escritorio; vivió en pueblos apartados, donde la distancia a un hospital puede ser la diferencia entre la vida y la muerte, esa experiencia le da hoy la fuerza para defender un sistema de salud público que llegue a los rincones más alejados del país.

Carolina Corcho es Médica de la Universidad de Antioquia, es Psiquiatra de la Universidad Nacional, y tiene una Maestría en Estudios Políticos de la Universidad Pontificia Bolivariana. Además, ha sido Profesora en el área de psiquiatría y salud mental.

Corcho fue ministra de Salud en el primer gobierno alternativo de Colombia, y se ha consolidado como una intelectual política integral. Ella ha enfrentado la violencia política y mediática: durante su gestión fue blanco de ataques constantes, muchos con sesgo de género, que cuestionaban su autoridad, su estilo y hasta su tono de voz, mientras ignoraban sus propuestas y argumentos técnicos. Su resistencia la proyecta como una lideresa con carácter y firmeza.

Actualmente, como candidata a la Presidencia de Colombia, brilla en los debates: conoce el país desde lo urbano hasta lo rural, en lo económico, social y ambiental, demuestra que conoce de cerca las diversas realidades y problemáticas de las regiones.

Carolina Corcho es una mujer preparada y con visión de Estado: defiende lo público y lo social con argumentos y con cifras, y cuando habla de los derechos, de la equidad y de la protección de los sectores más vulnerables, lo hace con autoridad y coherencia, porque es cercana a las luchas populares. En cada debate, se evidencia el abismo intelectual entre Carolina Corcho y los demás candidatos.

Carolina Corcho es y será un referente muy importante para las mujeres líderes colombianas: una mujer carismática e inteligente, con una capacidad discursiva impecable, a quien le duele el país. Ella es una lideresa sólida que sigue aquí, resistiendo, demostrando que es posible. Y con ella, todas las mujeres que nos recuerdan que Colombia ya está lista para tener, por primera vez en su historia, una mujer en la presidencia.

La próxima Presidencia del proyecto social que estamos construyendo en Colombia, va a tener que soportar fuertes ataques, Corcho tiene toda la capacidad de soportarlos, con su discurso y sus actos, y tiene toda la capacidad de continuar con el proyecto al que le hemos apostado, con corazón y vida, tantos y tantas líderes que hoy seguimos… y también aquellos que ya no están.

“No les da miedo que no tenga experiencia, les da miedo que no les haga reverencia.” –Anónimo

Nethie Johana Ochoa es una artista, gestora cultural, emprendedora y lideresa comunitaria colombiana, con una amplia trayectoria en procesos sociales, ambientales y educativos. Su trabajo se ha enfocado en la articulación del arte con la conciencia ambiental, promoviendo proyectos que fomentan la participación ciudadana, la sostenibilidad y la construcción colectiva. Ha liderado colectivos y movimientos como Guardianes del Quitasol y el Movimiento Ambiental del Norte del Valle de Aburrá (MANVA), además de ser reconocida con el premio Betsabé Espinal a la mujer rural por sus aportes ambientales en Bello. Con una vida dedicada a la gestión cultural y al trabajo comunitario, especialmente con mujeres, niños y jóvenes, ha impulsado iniciativas artísticas y pedagógicas que fortalecen el tejido social y generan conciencia sobre la defensa del territorio y los derechos ambientales. Militante del Partido Pacto Histórico, ha participado activamente en procesos políticos y electorales, y fue candidata al Concejo Municipal de Bello en 2023, consolidando su compromiso con la transformación social desde lo colectivo y lo político. Además, cultiva la escritura en diversos géneros, entre ellos poesía, cuentos y artículos, como otra forma de expresión y de reflexión sobre la realidad social y cultural de su entorno. FB 

13/08/2025

REINALDO SPITALETTA
El soldado Švejk y el condenado Uribe

Reinaldo Spitaletta, Sombrero de Mago, El Espectador, 12-8-2025 


En la inconclusa novela Las aventuras del buen soldado Švejk, de Jaroslav Hašek, se mencionan antiguas torturas y castigos a los acusados de alguna falta, de tener que beber plomo fundido, andar sobre hierros candentes, de ponerles las muy martirizantes “botas españolas” (nada que ver con los crocs), de chamuscarlos con antorchas, descuartizarlos, empalarlos, en fin, de un extenso repertorio de dolores para el desgraciado preso.

La obra, como se sabe, se erigió como una sátira contra el sinsentido (también contra la barbarie) de la guerra. “Que te arresten hoy en día es un juego”, dice el buen soldado, porque, según él, te ponen un catre, una mesa, sopa, pan, alguna jarrita de agua, y tenés el inodoro ahí no más, frente a tus narices. Algo así escuché por estos días, tras la condena al expresidente Álvaro Uribe, que purgará su pena en casa de lujo y no le van a decir, ni más faltaba en calendas de “progreso”, que “hemos decidido que mañana sea descuartizado o quemado, según lo que usted y su gusto prefieran”, porque, como advertía el checo Švejk, la situación ha mejorado en lo que tiene que ver con los detenidos.

El caso del primer expresidente colombiano condenado ha generado toda suerte de reacciones en un país de extremos, en el cual, por fortuna, todavía hay trazas de humor, en especial del negro y también de otras tonalidades. Además del resonante asunto, en el que ha habido posiciones encontradas, especulaciones, creatividad popular, risas y llantos, para los más jóvenes ha sido una ocasión para saber un poco más de la historia contemporánea de un país de masacres, desplazados, “falsos positivos”, desplazamientos forzados, reformas laborales contra los trabajadores, neoliberalismo hirsuto, y oposiciones tanto a la paz como a la guerra.

Se podría reducir al absurdo absoluto la realización de algunas marchas en favor del condenado, pero, de otro lado, habría que destacar cómo la coyuntura desbordó la creatividad popular (pese a que el pueblo siempre ha sido la víctima de todos los ultrajes y torturas y castigos, incluyendo los promovidos por el encartado). Somos, como se sabe, un pueblo (no intonso ni ignaro, nada de eso, sin laureanismos) con facilidad innata para la humorada. Sin desperdicio. Y proclive a los agüeros, las trastadas de la suerte, los juegos de azar (y no de azahar, como dijo hace años un gobernador de Antioquia).

El número que le correspondió a Uribe como preso, condenado a prisión domiciliaria —aunque también se oyó decir: “cárcel es cárcel”— se jugó en quintos de lotería, apuestas, rifas, chances, “cantarillas”, como si fuera la cifra milagrosa que aparece en un pescado de semana santa. Algún humorista de facultad de derecho dijo que volvieran a la Tipología criminal de Cesare Lombroso para ver si algo del condenado encajaba ahí. Además, en tiempo de redes sociales y de otros “pasatiempos”, se multiplicaron los memes, algunos, valga anotarlo, con ingenio y pugnacidad.


En uno de tantos memes (además, hubo un “papayazo” sin igual para caricaturistas, bueno, para los que no operan como calanchines ni son coristas) aparece Uribe en una cama, cabeza sobre la almohada, cubierto por una frazada. Y dice: “No debí denunciar a Iván Cepeda”. Hubo otros, referidos también a quien fuera uno de los politiqueros más poderosos e influyentes del país, que lo mostraban con uniforme de presidiario, anaranjados unos, de rayas oscuras otros, tras las rejas con una boina marcada con el número 82 (el mismo con el que Estados Unidos lo vinculó a una lista de colaboradores del Cartel de Medellín).

Así, en gracia del juicio y condena, de súbito se pasó de aquellos alaridos de “bala es lo que hay y bala lo que viene”, propios de algunos de sus acólitos y paniaguados, a expresiones gozonas populares, que daban a entender que “todo cae”, todo poder se desvanece. Aparecieron nuevos círculos del infierno, en una reconstrucción contemporánea de Dante, y a ellos mandaron a temperar al “señor de las sombras”. “Te hablo desde la prisión”, fue otro de los memes con salsita y sabor.



Parece —o es un decir— que en algo hemos avanzado en lo que tiene que ver con la confrontación política civilizada, aquella que sucede en el campo de las ideas, del disentimiento con criterio, de la discusión sin disparos, porque los ecos antes del fallo judicial eran los de desatar una colmena de avispas “quitacalzón” si condenaban al expresidente. No sucedió así, digamos hasta ahora. Así que aún hay tiempo para chistes y chascarrillos.

En la novela inconclusa de Hašek, al buen soldado Švejk que cantaba “ríos de sangre, batallas que alabo…”, un médico le recetó una dosis de bromuro para calmar su “entusiasmo patriótico” y le recomendó no pensar en la guerra. Podría ser una buena fórmula para estos días, en especial para quienes el váter les queda en sus narices.