Affichage des articles dont le libellé est Euromania. Afficher tous les articles
Affichage des articles dont le libellé est Euromania. Afficher tous les articles

06/01/2026

Gli iraniani e l’Euromania come patologia collettiva
Un’analisi critica della situazione, di Mostafa Ghahremani

 Tradotto da Tlaxcala

Dott. Mostafa Ghahremani arrivò in Germania dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e studiò medicina umana e odontoiatria a Francoforte. Oggi lavora come specialista in chirurgia plastica ed estetica in una clinica privata tedesca. In quanto attivista critico della società, segue da anni gli sviluppi politici in Iran. È autore di una monografia su Sadegh Ghotbzadeh, figura importante ma spesso trascurata della rivoluzione iraniana e poi ministro degli esteri, condannato a morte e giustiziato nel 1982.


Il modo in cui noi iraniani·e affrontiamo la cultura e la civiltà occidentale mostra tratti chiaramente morbosi, anzi patologici. Si tratta di un incontro che non si basa su una comprensione critica e storica, ma su una forma di fascinazione, passività e accettazione immediata e non filtrata. Per questo motivo – a differenza dello scrittore e critico culturale Jalal Al-e Ahmad, che all’inizio degli anni ‘60 definì questa condizione “ossessione per l’Occidente” (gharbzadegi غرب‌زدگی) – preferisco il ter mine “Euromania” (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). Questo termine proviene dalla letteratura specialistica della psichiatria e indica più precisamente un attaccamento eccessivo e un disturbo della capacità di giudizio.


A mio parere, l’Euromania nella società iraniana può essere caratterizzata da tre tratti centrali:

  • un attaccamento eccessivo,
  • un’ammirazione acritica,
  • e una condizione quasi compulsiva che rende impossibile ogni distanziamento epistemico.

Sono passati più di due secoli dai nostri primi incontri con l’Occidente, ma questi incontri non hanno mai portato a una comprensione profonda della logica interna, dei meccanismi di potere e delle basi epistemologiche della civiltà occidentale. L’Occidente non è stato percepito come una totalità storicamente stratificata e contraddittoria, ma prevalentemente come un insieme di realizzazioni pronte, istituzioni e modelli consumabili. In questo quadro, in particolare, la connessione interna tra sapere, potere, istituzione e soggetto nella modernità occidentale è rimasta trascurata. Di conseguenza, la nostra conoscenza dell’Occidente si è largamente esaurita nelle sue manifestazioni e nei meccanismi esterni di funzionamento, ed è rimasta cieca a un’analisi storica della produzione di “verità”, “razionalità” e “normatività” all’interno di questa civiltà. L’Occidente è apparso nel nostro pensiero più come un modello neutrale e universale che come un progetto storico specifico, sorto in stretta connessione con rapporti di dominio, processi di disciplinamento e riproduzione del potere.

Persino importanti intellettuali iraniani contemporanei, nonché pensatori riformisti religiosi e secolari, non sono stati risparmiati da questa limitazione epistemologica. I loro soggiorni per lo più relativamente brevi in Occidente, spesso senza un accesso profondo alle sue tradizioni filosofiche, storiche e critiche, non hanno permesso una comprensione strutturale e fondamentale della modernità occidentale. Pertanto, una parte sostanziale del loro confronto con l’Occidente si è basata meno su una critica immanente della tradizione moderna e più su percezioni selettive e in parte idealizzate.

Purtroppo, queste interpretazioni, a causa del ruolo d’avanguardia di questi pensatori nel campo intellettuale iraniano, sono diventate esse stesse un fattore determinante nella diffusione dell’Euromania tra i ceti medi urbani. Questi strati hanno gradualmente iniziato a considerare l’Occidente non più come un oggetto di conoscenza critica, ma come metro ultimo di razionalità, progresso e persino virtù. Il risultato di questo atteggiamento è stata la persistenza di una condizione in cui la società iraniana, nelle aree politiche, economiche e culturali, è rimasta esposta a una forma di egemonia occidentale sia morbida che dura.

Questo dominio distruttivo si è manifestato da un lato nella sottomissione delle strutture statali e nella facilitazione dello sfruttamento delle risorse naturali ed economiche del paese; dall’altro, attraverso il reclutamento e l’integrazione delle élite intellettuali e scientifiche iraniane nelle istituzioni occidentali – nel contesto della migrazione e della fuga dei cervelli –, ha portato alla riproduzione della disuguaglianza epistemica.

Inoltre, l’imposizione di modelli di vita e di pensiero occidentali come unici modi di esistenza legittimi e razionali ha causato un estraniamento delle élite dai loro stessi contesti sociali e storici e ha rafforzato un’autodistruzione strutturale.

Il risultato di questo processo è stata l’incapacità delle élite di fornire risposte efficaci ai problemi reali della società, nonché il ripetuto fallimento di progetti di riforma, sviluppo ed emancipazione; poiché questi progetti erano per lo più concepiti sulla base di una razionalità e di un’etica che non sono emerse dal contesto storico e culturale della società iraniana.

Dal punto di vista del sottoscritto– che ha vissuto, studiato e lavorato ai massimi livelli professionali in una delle società occidentali più centrali per oltre quattro decenni – la via per liberare l’Iran dalla condizione di dipendenza onnicomprensiva ed egemonia oggi non risiede né in un rifiuto semplicistico dell’Occidente né nella sua accettazione acritica, ma nel superamento consapevole e critico del fenomeno dell’Euromania.

In questo contesto, l’istituzione e lo sviluppo degli Studi occidentali (occidentalismo) come disciplina critica e storica della conoscenza – in tensione e al contempo in corrispondenza con l’orientalismo – appare come una necessità imprescindibile. Una tale ricerca sull’Occidente può rendere visibili le basi filosofiche ed epistemologiche nonché i meccanismi interni della civiltà moderna, il suo rapporto con il potere, l’etica, la razionalità e la tradizione, e impedire che l’Occidente venga ridotto a un modello universale e senza alternative. Progettata correttamente, questa conoscenza può contribuire a recuperare la fiducia epistemica, a rinnovare la certezza collettiva di sé e a formare una razionalità critica e indigena.

L’ascesa dell’Iran sulla via della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione strategica e dello sviluppo sostenibile non sarà possibile senza il superamento di questa patologia collettiva dell’Euromania.

04/01/2026

Iranians and Euromania as a Collective Pathology
A Critical Situation Analysis by Mostafa Ghahremani

 

Dr. Mostafa Ghahremani arrived in Germany after the Iranian Revolution in 1979 and studied medicine and dentistry in Frankfurt. He now works as a plastic and cosmetic surgeon in a private clinic. A social activist, he has closely followed political developments in Iran for many years. He is the author of a monograph on Sadegh Ghotbzadeh, a key but little-known figure in the Iranian revolution, who served briefly as foreign minister before being sentenced to death and executed in 1982.

 

The manner in which we Iranians encounter Western culture and civilization exhibits clearly morbid, indeed pathological traits. It is an encounter that is not based on critical and historical understanding, but on a form of fascination, passivity, and immediate, unfiltered acceptance. For this reason, I prefer — unlike the writer and cultural critic Jalal Al-e Ahmad, who termed this condition gharbzadegi (غرب‌زدگی) [Occidentosis, Westoxification, West-struckness] in the early 1960s — the term Euromania  (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). This term originates from the specialized literature of psychiatry and more precisely refers to an excessive attachment as well as a disturbance of judgment.


In my view, Euromania in Iranian society can be characterized by three central features:

  • an excessive bonding,
  • an uncritical admiration,
  • a quasi-compulsive state

that makes any epistemic distancing impossible.
More than two centuries have passed since our first encounters with the West, yet these encounters have never led to a deep understanding of the internal logic, the mechanisms of power, and the epistemological foundations of Western civilization. The West was not perceived as a historically multifaceted, contradictory totality, but predominantly as an ensemble of finished achievements, institutions, and consumable models. Within this framework, the internal connection between knowledge, power, institution, and subject in Western modernity, in particular, remained unnoticed. Consequently, our knowledge of the West largely exhausted itself in its manifestations and external functional mechanisms and remained blind to a historical analysis of the production of “truth,” “rationality,” and “normativity” within this civilization. The West appeared in our thinking more as a neutral, universal model than as a specific historical project that emerged in close intertwinement with relations of domination, disciplinary processes, and the reproduction of power.

Even significant contemporary Iranian intellectuals, as well as religious and secular reformist thinkers, were not spared from this epistemological limitation. Their mostly relatively short stays in the West, often without deep access to its philosophical, historical, and critical traditions, did not allow for a structural and fundamental understanding of Western modernity. Therefore, a significant part of their engagement with the West was based less on an immanent critique of the modern tradition and more on selective and partly idealized perceptions.

Unfortunately, due to the avant-garde role of these thinkers in the Iranian intellectual field, these interpretations themselves became a decisive factor in the spread of Euromania among the urban middle classes. These strata gradually began to regard the West no longer as an object of critical knowledge but as the ultimate standard for rationality, progress, and even virtue. The result of this attitude was the persistence of a condition in which Iranian society in political, economic, and cultural spheres remained exposed to a form of soft as well as hard Western hegemony.

This destructive dominance manifested itself on the one hand in the submission of state structures and in facilitating the exploitation of the country’s natural and economic resources; on the other hand, it led, through the recruitment and integration of Iranian intellectual and scientific elites into Western institutions — in the context of migration and brain drain — to the reproduction of epistemic inequality.

Furthermore, the enforcement of Western lifestyles and thought patterns as the only legitimate and rational mode of existence caused an alienation of the elites from their own social and historical contexts and reinforced a structural self-alienation.

The consequence of this process was the inability of the elites to provide effective answers to the real problems of society, as well as the repeated failure of reform, development, and emancipation projects; because these projects were mostly conceived based on a rationality and morality that did not emerge from the historical and cultural context of Iranian society.

From the perspective of the author — who has lived, studied, and worked at the highest professional levels in one of the most central Western societies for over four decades — the path to liberating Iran from its state of comprehensive dependency and hegemony today lies neither in a simplistic rejection of the West nor in its uncritical adoption, but in the conscious and critical overcoming of the phenomenon of Euromania.

In this context, the establishment and development of Western studies (Occidentalism) as a critical and historical discipline of knowledge — in tension and yet in correspondence with Orientalism — appears as an indispensable necessity. Such research on the West can reveal the philosophical and epistemological foundations as well as the internal mechanisms of modern civilization, its relationship to power, ethics, rationality, and tradition, and prevent the West from being reduced to a universal and alternative-free model. Properly conceived, this knowledge can contribute to regaining epistemic self-confidence, renewing collective self-certainty, and forming a critical-indigenous rationality.

Iran’s rise on the path to freedom, independence, strategic self-determination, and sustainable development will not be possible without overcoming this collective pathology of Euromania.