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06/01/2026

Gli iraniani e l’Euromania come patologia collettiva
Un’analisi critica della situazione, di Mostafa Ghahremani

 Tradotto da Tlaxcala

Dott. Mostafa Ghahremani arrivò in Germania dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e studiò medicina umana e odontoiatria a Francoforte. Oggi lavora come specialista in chirurgia plastica ed estetica in una clinica privata tedesca. In quanto attivista critico della società, segue da anni gli sviluppi politici in Iran. È autore di una monografia su Sadegh Ghotbzadeh, figura importante ma spesso trascurata della rivoluzione iraniana e poi ministro degli esteri, condannato a morte e giustiziato nel 1982.


Il modo in cui noi iraniani·e affrontiamo la cultura e la civiltà occidentale mostra tratti chiaramente morbosi, anzi patologici. Si tratta di un incontro che non si basa su una comprensione critica e storica, ma su una forma di fascinazione, passività e accettazione immediata e non filtrata. Per questo motivo – a differenza dello scrittore e critico culturale Jalal Al-e Ahmad, che all’inizio degli anni ‘60 definì questa condizione “ossessione per l’Occidente” (gharbzadegi غرب‌زدگی) – preferisco il ter mine “Euromania” (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). Questo termine proviene dalla letteratura specialistica della psichiatria e indica più precisamente un attaccamento eccessivo e un disturbo della capacità di giudizio.


A mio parere, l’Euromania nella società iraniana può essere caratterizzata da tre tratti centrali:

  • un attaccamento eccessivo,
  • un’ammirazione acritica,
  • e una condizione quasi compulsiva che rende impossibile ogni distanziamento epistemico.

Sono passati più di due secoli dai nostri primi incontri con l’Occidente, ma questi incontri non hanno mai portato a una comprensione profonda della logica interna, dei meccanismi di potere e delle basi epistemologiche della civiltà occidentale. L’Occidente non è stato percepito come una totalità storicamente stratificata e contraddittoria, ma prevalentemente come un insieme di realizzazioni pronte, istituzioni e modelli consumabili. In questo quadro, in particolare, la connessione interna tra sapere, potere, istituzione e soggetto nella modernità occidentale è rimasta trascurata. Di conseguenza, la nostra conoscenza dell’Occidente si è largamente esaurita nelle sue manifestazioni e nei meccanismi esterni di funzionamento, ed è rimasta cieca a un’analisi storica della produzione di “verità”, “razionalità” e “normatività” all’interno di questa civiltà. L’Occidente è apparso nel nostro pensiero più come un modello neutrale e universale che come un progetto storico specifico, sorto in stretta connessione con rapporti di dominio, processi di disciplinamento e riproduzione del potere.

Persino importanti intellettuali iraniani contemporanei, nonché pensatori riformisti religiosi e secolari, non sono stati risparmiati da questa limitazione epistemologica. I loro soggiorni per lo più relativamente brevi in Occidente, spesso senza un accesso profondo alle sue tradizioni filosofiche, storiche e critiche, non hanno permesso una comprensione strutturale e fondamentale della modernità occidentale. Pertanto, una parte sostanziale del loro confronto con l’Occidente si è basata meno su una critica immanente della tradizione moderna e più su percezioni selettive e in parte idealizzate.

Purtroppo, queste interpretazioni, a causa del ruolo d’avanguardia di questi pensatori nel campo intellettuale iraniano, sono diventate esse stesse un fattore determinante nella diffusione dell’Euromania tra i ceti medi urbani. Questi strati hanno gradualmente iniziato a considerare l’Occidente non più come un oggetto di conoscenza critica, ma come metro ultimo di razionalità, progresso e persino virtù. Il risultato di questo atteggiamento è stata la persistenza di una condizione in cui la società iraniana, nelle aree politiche, economiche e culturali, è rimasta esposta a una forma di egemonia occidentale sia morbida che dura.

Questo dominio distruttivo si è manifestato da un lato nella sottomissione delle strutture statali e nella facilitazione dello sfruttamento delle risorse naturali ed economiche del paese; dall’altro, attraverso il reclutamento e l’integrazione delle élite intellettuali e scientifiche iraniane nelle istituzioni occidentali – nel contesto della migrazione e della fuga dei cervelli –, ha portato alla riproduzione della disuguaglianza epistemica.

Inoltre, l’imposizione di modelli di vita e di pensiero occidentali come unici modi di esistenza legittimi e razionali ha causato un estraniamento delle élite dai loro stessi contesti sociali e storici e ha rafforzato un’autodistruzione strutturale.

Il risultato di questo processo è stata l’incapacità delle élite di fornire risposte efficaci ai problemi reali della società, nonché il ripetuto fallimento di progetti di riforma, sviluppo ed emancipazione; poiché questi progetti erano per lo più concepiti sulla base di una razionalità e di un’etica che non sono emerse dal contesto storico e culturale della società iraniana.

Dal punto di vista del sottoscritto– che ha vissuto, studiato e lavorato ai massimi livelli professionali in una delle società occidentali più centrali per oltre quattro decenni – la via per liberare l’Iran dalla condizione di dipendenza onnicomprensiva ed egemonia oggi non risiede né in un rifiuto semplicistico dell’Occidente né nella sua accettazione acritica, ma nel superamento consapevole e critico del fenomeno dell’Euromania.

In questo contesto, l’istituzione e lo sviluppo degli Studi occidentali (occidentalismo) come disciplina critica e storica della conoscenza – in tensione e al contempo in corrispondenza con l’orientalismo – appare come una necessità imprescindibile. Una tale ricerca sull’Occidente può rendere visibili le basi filosofiche ed epistemologiche nonché i meccanismi interni della civiltà moderna, il suo rapporto con il potere, l’etica, la razionalità e la tradizione, e impedire che l’Occidente venga ridotto a un modello universale e senza alternative. Progettata correttamente, questa conoscenza può contribuire a recuperare la fiducia epistemica, a rinnovare la certezza collettiva di sé e a formare una razionalità critica e indigena.

L’ascesa dell’Iran sulla via della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione strategica e dello sviluppo sostenibile non sarà possibile senza il superamento di questa patologia collettiva dell’Euromania.

Le changement de régime parfait : quand capturer vaut mieux que détruire

 Andrés Izarra, Pulso, 5/1/2026
Traduit par Tlaxcala

Andrés Izzara (1969) est un journaliste chaviste vénézuélien qui a été deux fois ministre et a rompu avec Maduro en 2018, estimant que si Chávez avait un projet socialiste, Maduro misait sur un « projet néolibéral de droite ». Il vit en exil à Berlin. Nous publions cette traduction à titre purement informatif.

Aux premières heures du 3 janvier, Donald Trump a fait ce que beaucoup disaient qu’il ne pourrait pas faire sans en payer le prix fort : un changement de régime au Venezuela. Des hélicoptères Chinook transportant des forces Delta sont entrés à Caracas, ont enlevé Maduro et l’ont déposé quelques heures plus tard dans une cellule à Brooklyn. Le 5 janvier, il a été présenté à un juge fédéral, inculpé pour narco-terrorisme.


Les USA préparent la combinaison orange de Maduro, par Arcadio Esquivel, Costa-Rica, 4/12/2025


Un succès suspect tant il est impeccable

Pour emmener Noriega en 1989, les USA avaient dû raser El Chorrillo et tuer des milliers de personnes. L’opération avait pris près d’un mois. Où était l’armée « chaviste » ? Les collectifs armés ? La Milice bolivarienne ? Les roquettes russes ? La « guerre populaire prolongée » qu’ils promettaient ? « Ce n’est pas d’entrer qui est facile, c’est de sortir », fanfaronnaient-ils. Ils sont entrés, sont sortis et l’ont emmené sans la moindre résistance.

L’histoire devra élucider les détails de la négociation qui a ouvert les portes d’une prison fédérale de haute sécurité aux USA à Maduro et à sa femme. Le succès tactique n’est pas revenu qu’aux forces spéciales usaméricaines. Il revient à une trahison parfaitement exécutée.

Le triomphe stratégique

Cette opération redéfinit le « changement de régime » pour le XXIe siècle, à la lumière des bourbiers irakiens et afghans. Son triomphe stratégique est d’obtenir le contrôle effectif du Venezuela sans payer le prix de la reconstruction nationale (nation-building). Pas de reconstruction institutionnelle, pas de désarmement des milices, pas de création de nouvelles forces de sécurité. Pas d’occupation avec cent mille soldats pendant une décennie. Pas d’insurrection, pas de vide de pouvoir, pas de chaos à gérer.

Trump l’a dit sans détour : il s’agit de capturer des ressources, en commençant par le pétrole. La démocratie peut attendre.

Ce que Trump exécute aujourd’hui, avec la collaboration enthousiaste des Rodríguez [Delcy et son frère Jorge, ancien vice-président, ancien président de l’Assemblée et grand magouilleur, NdT], n’est pas une libération : c’est une appropriation néocoloniale. Il s’arroge, par la force pure, le droit de gouverner le pays. De décider qui commande et qui ne commande pas. D’ouvrir le sous-sol vénézuélien à ses compagnies pétrolières. D’administrer un pays de 31 millions d’habitants comme s’il s’agissait d’une concession.

S’il s’agissait d’une transition démocratique, si Delcy était le pont temporaire que certains imaginent, il y aurait des élections dans quelques mois, pas une période d’adaptation à l’occupation pétrolière usaméricaine.

Le changement de régime n’a pas eu lieu pour la démocratie vénézuélienne. Il a eu lieu pour le contrôle yankee.

Delcy n’est pas une Balaguer

Certains disent que Delcy serait une Balaguer : la continuiste qui prépare la transition démocratique. Elle ne l’est pas. Trujillo avait construit un régime personnaliste, il incarnait l’État. Quand on l’a tué, le vide était inévitable. Balaguer a servi d’amortisseur pendant l’organisation de la transition.

Le madurisme, c’est autre chose. Ce n’est pas un régime personnaliste, mais patrimonial : un réseau de militaires, de bureaucrates et d’hommes d’affaires qui a capturé l’État pour l’administrer comme un butin. Un régime ne se définit pas par les noms qui l’occupent ni par sa rhétorique. Il se définit par la façon dont le pouvoir fonctionne : à qui il doit allégeance, sous quelle pression il opère, quelles sont les limites de ce qu’il peut faire ou dire.

Pendant des années, le madurisme s’est légitimé, du moins dans le discours, par sa « résistance » aux USA. Ils pouvaient être corrompus, autoritaires ou incompétents, mais ils étaient « anti-impérialistes ». Cette fiction leur donnait une cohésion interne et un soutien politique. Cette fiction est terminée.

Aujourd’hui, Delcy Rodríguez est là où elle est parce que Trump l’y a mise. Elle doit son poste à Washington. Elle peut répéter des slogans, garder le cabinet, invoquer Chávez, même diriger la campagne « Free Maduro ». Mais la substance du régime a changé. De facto, c’est un pouvoir subordonné aux diktats usaméricains.

Le triomphe de Trump a été de sortir Maduro du siège du conducteur alors que la voiture roulait, et de s’y asseoir lui-même.

Quand le leader d’un régime personnaliste tombe, le système s’effondre. Il n’y a plus d’État sans lui. Quand le parrain d’une mafia tombe, la structure ne s’effondre pas : elle s’adapte. Elle cherche un nouveau patron. Elle négocie sa survie. Les allégeances ne sont ni idéologiques ni morales. Elles sont contractuelles. Ce qui importe, c’est de rester dans le business.

C’est pourquoi Trump a pu enlever le parrain sans démanteler la structure. Il n’a pas détruit l’appareil chaviste pour construire quelque chose de nouveau. Il l’a capturé et l’a mis à son service.

Voilà le changement de régime parfait. Non parce qu’il est moralement acceptable ou légalement justifiable, mais parce qu’il atteint l’objectif, le contrôle d’un pays, sans assumer les coûts qui ont englouti les USA en Irak et en Afghanistan.

Il n’y aura pas à expliquer pourquoi des soldats meurent à Caracas dans cinq ans. Ni à justifier des milliers de milliards de dollars en reconstruction. Il y aura du pétrole qui coulera, des contrats signés et un gouvernement local qui obéit sans que Washington ait à gouverner directement. C’est pourquoi c’est historique. Non pas à cause de l’opération militaire, mais à cause du modèle qu’elle inaugure :

Ne pas détruire les États. Les capturer.
Ne pas occuper des territoires. Contrôler les élites.
Ne pas construire des nations. Rediriger celles qui existent.

Et tout a fonctionné parce que le régime de Maduro n’était pas révolutionnaire, mais mafieux. Et les États mafieux, par leur nature même, sont transférables.

 

05/01/2026

Ils ont les marteaux, nous sommes les clous : la “politique de défense” européenne ignore la sécurité humaine

 Ben Cramer, 5/1/2026

En se familiarisant avec la sociologie de la Défense à l'Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales, Ben Cramer s’initie à la polémologie, pour rejoindre à Bradford le Department of Peace Studies avant de faire ses premières classes au sein de Greenpeace dans les campagnes pour le désarmement. Chercheur au CIRPES, il planche sur l'armée de milice suisse –pour le compte de la Fondation pour les Études de Défense Nationale. Journaliste, ex-producteur de l'émission ‘Fréquence Terre’ sur RFI, il co-anime dès 2008 le premier débat au Parlement Européen sur le thème de ‘Sécurité Collective et Environnement’ ; après avoir sévi dans un groupe de réflexion sur la prolifération nucléaire au sein du Centre d'Etudes et de Recherches de l'Enseignement Militaire, le CEREM. Chercheur associé au GRIP à Bruxelles, (sur l’empreinte des activités militaires et le dérèglement climatique), il s'évertue à populariser le concept de ‘sécurité écologique’ et souligner les passerelles entre sécurité, environnement et désarme­ment. Son site ouèbe : https://athena21.org/

Il nous faut déconstruire la logique du marteau et du clou. Ce constat devrait susciter des vocations mais, dans l’intervalle, alors que la pensée stratégique est en panne, la notion de sécurité ne s‘est pas libérée du carcan militaire. Et tant que la priorité est accordée aux armes, à leur maniement, à leur sophistication, toute destruction y compris ‘l’infanticide différé’ qu’évoquait le père de la polémologie Gaston Bouthoul, se soldera par l’accaparement et le viol des ressources planétaires. À ces tactiques de destruction viendront s’additionner, dans le cadre de guerres hybrides, des opérations visant à dissuader les civils de jouer le rôle qui leur incombe dans la définition de ce que la société est censée défendre et comment.


En guise d’explication, il apparaît judicieux de capter combien les élites qui nous gouvernent sont piégées par la technologie dont elles se sont dotées. Celle-ci détermine leurs options ou, plus exactement, limitent leur marge de manœuvre, comme l’illustre la commande du successeur d’un porte-avions Charles de Gaulle qui représente 42.000 tonnes de …gesticulation diplomatique. L’annonce de ce chantier mégalo (et même pas européen !) confirme le déni dans lequel plongent ceux qui refusent de réaliser que la modernisation au long cours de la force de frappe constitue l’un des éléments les plus emblématiques pour faire de l’État souverain un agent d’insécurité suprême.

Mais voilà, comme l’écrivait le psychologue américain Abraham Maslow : « Si le seul outil à la disposition du pouvoir est un marteau, il est tentant de tout traiter comme si c’était un clou ». (The Psychology of Science, 1966, une phrase souvent attribuée à Mark Twain). Ainsi, puisque ceux qui nous gouvernent ne disposent que de marteaux à portée de main, toute situation (symbolisée par un clou) doit être traitée par la « manière forte » ; tout perturbateur est forcément un ennemi destiné à être anéanti. La formule peut paraître « has been » ou caduque dans la mesure où le but des guerres à venir consiste à contrôler et non pas à faire mourir.  L’ennemi n’est pas toujours celui qu’on brandit.

Pour assurer une plus grande sécurité, encore faut-il désigner les menaces crédibles et savoir fixer les priorités. Eh oui, pour paraphraser un slogan de la SNCF, une menace peut en cacher une autre. Dans un monde qui a perdu toute rationalité, dans lequel la plupart des États dépensent davantage pour la sécurité nationale que pour l'enseignement de leurs enfants, les indicateurs sont inopérants. Hélas, défendre la thèse selon laquelle l’analphabétisme et/ou la dyscalculie constituent une plus grande menace pour l’humanité que le terrorisme n’est pas rentable politiquement. C’est pourquoi certains font de la surenchère en omettant de dire que les victimes du terrorisme sont six fois moins nombreuses que le nombre de morts aux passages à niveau en France (chiffres de 2020).

La distorsion entre perception et réalité est un moyen de détecter l’instrumentalisation de la menace. À titre d’exemple, la campagne médiatique menée par Donald Trump, pour insinuer que le coronavirus était une tactique préméditée par Pékin, n’a pas permis de soustraire des centaines de milliers de citoyens américains à la mort. En tout cas, aux « fake » menaces viennent se greffer de fausses alertes et donc, des ripostes inappropriées. Ce phénomène n’est pas réservé à un seul pays, fût-il le plus impérial. Alors, que faire ?

04/01/2026

Les Iranien·nes et l’Euromanie comme pathologie collective
Une analyse critique de la situation par Mostafa Ghahremani


Le Dr Mostafa Ghahremani est arrivé en Allemagne après la révolution iranienne de 1979 et a étudié la médecine et la dentisterie à Francfort. Il exerce aujourd'hui comme chirurgien plasticien et esthétique dans une clinique privée. Militant social, il suit de près l'évolution politique en Iran depuis de nombreuses années. Il est l'auteur d'une monographie sur Sadegh Ghotbzadeh, figure clé mais méconnue de la révolution iranienne, éphémère ministre des Affaires étrangères, condamné à mort et exécuté en 1982.

 

La manière dont nous, Iranien·nes, abordons la culture et la civilisation occidentales présente des traits clairement morbides, voire pathologiques. Il s’agit d’une rencontre qui ne repose pas sur une connaissance critique et historique, mais sur une forme de fascination, de passivité et d’acceptation immédiate et non filtrée. Pour cette raison, je préfère — contrairement à l’écrivain et critique culturel Jalal Al-e Ahmad, qui a qualifié cet état au début des années 1960 d’« Occidentose » (gharbzadegi غرب‌زدگی) — le terme d’Euromanie. Ce terme provient de la littérature spécialisée en psychiatrie et renvoie plus précisément à un attachement excessif ainsi qu’à un trouble du jugement.


Selon moi, l’Euromanie dans la société iranienne peut être caractérisée par trois traits principaux :

  • un attachement excessif,
  • une admiration non critique,
  • un état quasi compulsif

qui rend toute distanciation épistémique impossible.

Plus de deux siècles se sont écoulés depuis nos premières rencontres avec l’Occident, mais ces rencontres n’ont jamais conduit à une compréhension profonde de la logique interne, des mécanismes de pouvoir et des fondements épistémologiques de la civilisation occidentale. L’Occident n’a pas été perçu comme une totalité historique multiforme et contradictoire, mais principalement comme un ensemble de réalisations achevées, d’institutions et de modèles consommables. Dans ce cadre, le lien interne entre savoir, pouvoir, institution et sujet dans la modernité occidentale est notamment resté ignoré. En conséquence, notre connaissance de l’Occident s’est largement limitée à ses manifestations et à ses mécanismes fonctionnels externes, et est restée aveugle à une analyse historique de la production de la « vérité », de la « rationalité » et de la « normativité » au sein de cette civilisation. L’Occident est apparu dans notre pensée davantage comme un modèle neutre et universel que comme un projet historique spécifique, né d’une intrication étroite avec les rapports de domination, les processus de discipline et la reproduction du pouvoir.

Même d’importants intellectuels iraniens contemporains, ainsi que des penseurs religieux et laïques réformateurs, n’ont pas été épargnés par cette limitation épistémologique. Leurs séjours généralement assez courts en Occident, souvent sans accès profond à ses traditions philosophiques, historiques et critiques, n’ont pas permis une compréhension structurelle et fondamentale de la modernité occidentale. Ainsi, une part essentielle de leur rapport à l’Occident reposait moins sur une critique immanente de la tradition moderne que sur des perceptions sélectives et partiellement idéalisées.

Malheureusement, ces interprétations, en raison du rôle avant-gardiste de ces penseurs dans le champ intellectuel iranien, sont elles-mêmes devenues un facteur déterminant dans la propagation de l’Euromanie au sein des classes moyennes urbaines. Ces couches sociales ont progressivement cessé de considérer l’Occident comme un objet de connaissance critique, pour en faire l’étalon ultime de la rationalité, du progrès et même de la vertu. Le résultat de cette attitude a été la persistance d’un état dans lequel la société iranienne, dans les domaines politique, économique et culturel, est restée exposée à une forme d’hégémonie occidentale tant douce que dure.

Cette domination destructrice s’est manifestée d’une part dans la soumission des structures étatiques et dans la facilitation de l’exploitation des ressources naturelles et économiques du pays ; d’autre part, elle a conduit, par le recrutement et l’intégration des élites intellectuelles et scientifiques iraniennes dans les institutions occidentales — dans le contexte de la migration et de la fuite des cerveaux — à la reproduction de l’inégalité épistémique.

En outre, l’imposition des modes de vie et des schémas de pensée occidentaux comme seules formes d’existence légitimes et rationnelles a entraîné une aliénation des élites vis-à-vis de leurs propres contextes sociaux et historiques et a renforcé une auto-aliénation structurelle.

La conséquence de ce processus a été l’incapacité des élites à apporter des réponses efficaces aux problèmes réels de la société, ainsi que l’échec répété des projets de réforme, de développement et d’émancipation ; car ces projets étaient généralement conçus sur la base d’une rationalité et d’une moralité qui ne découlaient pas du contexte historique et culturel de la société iranienne.

Du point de vue du soussigné — qui a vécu, étudié et travaillé à des niveaux professionnels très élevés dans l’une des sociétés occidentales les plus centrales pendant plus de quatre décennies — la voie pour libérer l’Iran de son état de dépendance et d’hégémonie généralisées ne réside aujourd’hui ni dans un rejet simplificateur de l’Occident ni dans son adoption non critique, mais dans le dépassement conscient et critique du phénomène de l’Euromanie.

Dans ce contexte, l’établissement et le développement des études occidentales (occidentalisme) en tant que discipline critique et historique du savoir — en tension mais aussi en correspondance avec l’orientalisme — apparaît comme une nécessité absolue. Une telle recherche sur l’Occident peut rendre visibles les fondements philosophiques et épistémologiques ainsi que les mécanismes internes de la civilisation moderne, son rapport au pouvoir, à l’éthique, à la rationalité et à la tradition, et empêcher que l’Occident ne soit réduit à un modèle universel et sans alternative. Conçu correctement, ce savoir peut contribuer à retrouver la confiance épistémique, à renouveler la certitude collective et à former une rationalité critique et autochtone.

L’ascension de l’Iran sur la voie de la liberté, de l’indépendance, de l’autodétermination stratégique et du développement durable ne sera pas possible sans surmonter cette pathologie collective qu’est l’Euromanie.

03/01/2026

République bolivarienne du Venezuela : Communiqué





La République Bolivarienne du Venezuela rejette, répudie et dénonce devant la communauté internationale la très grave agression militaire perpétrée par le gouvernement actuel des États-Unis d’Amérique contre le territoire et la population vénézuéliens dans des localités civiles et militaires de la ville de Caracas, capitale de la République, ainsi que dans les États de Miranda, Aragua et La Guaira. Cet acte constitue une violation flagrante de la Charte des Nations Unies, en particulier de ses articles 1 et 2, qui consacrent le respect de la souveraineté, l’égalité juridique des États et l’interdiction du recours à la force. Une telle agression menace la paix et la stabilité internationales, concrètement celles de l’Amérique Latine et des Caraïbes, et met gravement en danger la vie de millions de personnes.

L’objectif de cette attaque n’est autre que de s’approprier les ressources stratégiques du Venezuela, en particulier son pétrole et ses minerais, en tentant de briser par la force l’indépendance politique de la Nation. Ils n’y parviendront pas. Après plus de deux cents ans d’indépendance, le peuple et son gouvernement légitime demeurent fermes dans la défense de la souveraineté et du droit inaliénable de décider de leur destin. La tentative d’imposer une guerre coloniale pour détruire la forme républicaine de gouvernement et forcer un "changement de régime", en alliance avec l’oligarchie fasciste, échouera comme toutes les tentatives précédentes.

Depuis 1811, le Venezuela a affronté et vaincu des empires. Lorsque, en 1902, des puissances étrangères ont bombardé nos côtes, le Président Cipriano Castro a proclamé : "Le pied insolent de l’étranger a profané le sol sacré de la Patrie." Aujourd’hui, avec la morale de Bolívar, Miranda et de nos libérateurs, le peuple vénézuélien se dresse à nouveau pour défendre son indépendance face à l’agression impériale.

Peuple dans la rue

Le Gouvernement Bolivarien appelle toutes les forces sociales et politiques du pays à activer les plans de mobilisation et à répudier cette attaque impérialiste. Le peuple du Venezuela et sa Force Armée Nationale Bolivarienne, en parfaite fusion populaire-militaire-policière, sont déployés pour garantir la souveraineté et la paix. Simultanément, la Diplomatie Bolivarienne de Paix portera les dénonciations correspondantes devant le Conseil de sécurité de l’ONU, le Secrétaire Général de cette organisation, la CELAC et le MNOAL, en exigeant la condamnation et l’obligation de rendre des comptes du gouvernement des États-Unis.

Le Président Nicolás Maduro a ordonné l’activation de tous les plans de défense nationale à mettre en œuvre au moment et dans les circonstances appropriées, dans le strict respect des dispositions de la Constitution de la République Bolivarienne du Venezuela, de la Loi organique sur les états d’exception et de la Loi organique de sécurité de la Nation.

À cet égard, le Président Nicolás Maduro a signé et ordonné la mise en œuvre du Décret déclarant l’état de Commotion extérieure sur l’ensemble du territoire national, afin de protéger les droits de la population, le plein fonctionnement des institutions républicaines et de passer immédiatement à la lutte armée. Tout le pays doit s’activer pour vaincre cette agression impérialiste.

De même, il a ordonné le déploiement immédiat du Commandement pour la Défense Intégrale de la Nation et des Organes de Direction pour la défense intégrale dans tous les États et municipalités du pays.

Dans le strict respect de l’article 51 de la Charte des Nations Unies, le Venezuela se réserve le droit d’exercer la légitime défense pour protéger son peuple, son territoire et son indépendance. Nous appelons les peuples et les gouvernements d’Amérique Latine, des Caraïbes et du monde à se mobiliser en solidarité active face à cette agression impériale.

Comme l’a souligné le Commandant suprême Hugo Chávez Frías : "face à toute circonstance de nouvelles difficultés, quelle qu’en soit l’ampleur, la réponse de tous et de toutes les patriotes… est unité, lutte, bataille et victoire".


02/01/2026

How to Survive Artificial intelligence (Comment survivre à l’intelligence artificielle), par Giorgio Griziotti


Intelligence artificielle, technofascisme et guerre

Giorgio Griziotti
Traduit de l’italien par Fausto Giudice

Là où la méta-automatisation introduite avec l’intelligence artificielle générative tend à enfermer l’indéterminé dans la prévision calculable, la métatechnique humaine — située, relationnelle, historique — ouvre des brèches dans l’inconnaissable. Il n’existe aucun apprentissage profond capable d’émuler cette ouverture radicale, car elle n’est pas fonction, mais seuil.

ChatGPT

Eux avaient l’algorithme, nous l’anomalie. Eux l’entraînement, nous l’invention.

Le Boomernaute

Le terme « intelligence artificielle » (IA) couvre différents domaines et dénominations. Dans cet essai, quand je parle d’IA, au singulier ou au pluriel — entendant dans ce second cas les diverses implémentations actuelles comme ChatGPT, Deepseek ou Claude — je me réfère, sauf indication contraire, à l’intelligence artificielle générative appliquée spécifiquement au langage : la famille de techniques qui, en appliquant des modèles de machine learning à d’énormes datasets, produit de grands modèles de langage (LLM), c’est-à-dire des modèles linguistiques capables de créer de nouveaux contenus. Pour clarifier métaphoriquement la relation entre ces éléments :

1. Le Dataset est la bibliothèque universelle de textes, la matière première.

2. Le Machine Learning est la méthode d’étude qui permet d’apprendre de cette bibliothèque.

3. Le LLM est le résultat de ce processus : un « esprit » expert qui a intériorisé les règles du langage.

4. L’IA Générative est la capacité de cet esprit d’agir de manière créative, en générant des textes originaux.

5. Le Chatbot est l’interface conversationnelle avec l’IA, qui utilise le langage naturel.

Pour des définitions plus détaillées, voir le Glossaire à la fin de l’essai.(p.27)

Table des matières

How to Survive Artificial intelligence

PRÉAMBULE

APPROCHE : SORTIR DES SCHÉMAS NEWTONIENS

SITUER L’IA DANS LE CONTEXTE

Neurocapitalisme et IA

Tambours de guerre

L’IA COMME RÉALITÉ RELATIONNELLE

Métatechnique et méta-automation

Tout est hallucination

Hardware auto-organisateur

Un Grand Frère prédictif et confortable

Limites onto/techno-logiques et capacités performatives

Jouer avec le feu

ÉPILOGUE

Glossaire

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01/01/2026

Trump/Bibi ترامب/نتنياهو

 

Trump Gave Israel and Netanyahu Immunity When It Comes to Gaza. That’s Not What Best Friends Do, by Gideon Levy

Affaire Mohammad Hannoun en Italie : quand la justice se transforme en propagande, par Tahar Lamri

 La police antiterroriste italienne a arrêté le 27 décembre dernier 9 Palestiniens résidant en Italie, qui ont été mis en détention préventive. Parmi eux Mohammad Hannoun, un architecte de 63 ans résidant en Italie depuis plus de 40 ans, président de l’Association des Palestiniens en Italie. Quelques jours avant l’opération, Mahmoud Abbas, le président à vie de l’(In)autorité palestinienne, avait fait un one man show au Festival Atreju de Fratelli d’Italia, le parti de Giorgia Meloni. Tahar Lamri décortique ci-dessous l’ordonnance surréaliste émise par les services du Procureur de Gênes pour justifier cette opération, un document de plus de 300 pages basé sur des « informations » fournies par l’armée et les services de renseignement israéliens. [NdT]

Mohammad Hannoun

L’ordonnance de placement en détention provisoire visant Mohammad Hannoun est un cas d’école de thèse préconçue reposant sur un axiome : « musulman = terroriste ».

Tahar Lamri, Kritica, 30/12/2025
Traduit par Tlaxcala

Écrivain et journaliste, né à Alger (1958), arrivé en Italie en 1986, Tahar Lamri vit à Ravenne. Il a collaboré avec il manifesto et Internazionale, écrit des nouvelles et des pièces de théâtre. Il a rassemblé certains de ses textes dans le livre I sessanta nomi dell’amore, Fara Editore, 2006.

L’ordonnance du parquet de Gênes ordonnant des mesures conservatoires contre Mohammad Hannoun et d’autres membres de l’Association caritative de solidarité avec le peuple palestinien (ABSPP) est un document monumental : plus de 300 pages d’accusations, de preuves, de reconstructions historiques et d’analyses juridiques. Elle devrait constituer un exemple de la manière dont la justice italienne aborde avec rigueur et objectivité un dossier complexe et délicat.

Or, ce qui ressort d’une analyse attentive des soixante premières pages – seulement les soixante premières, soit un cinquième du total – est tout autre et profondément inquiétant : une entreprise systématique de falsification historique, de manipulation des faits, d’omission de preuves contraires et d’adoption acritique du récit d’une partie directement impliquée – Israël – afin de construire une mise en accusation qui ne se contente pas de viser des individus, mais criminalise l’ensemble de l’univers du soutien humanitaire et politique à la cause palestinienne.

Dans cet article, nous documentons les falsifications les plus graves relevées dans ces soixante premières pages. Il ne s’agit pas d’un catalogue technique, mais du récit de la manière dont la justice peut se transformer en propagande lorsqu’elle accepte de devenir l’instrument d’un agenda politique.

Lire la suite

« La libération de la Palestine est indissociable de la lutte contre le capitalisme fossile global »
“La liberazione della Palestina è inseparabile dalla lotta contro il capitalismo fossile globale ”
„Die Befreiung Palästinas ist untrennbar vom Kampf gegen den globalen fossilen Kapitalismus“

 María Landi &Francisco Claramunt, Brecha, 10/10/2025
Original español
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Traduit par/Tradotto da/Übersetzt von Tlaxcala

« La libération de la Palestine est indissociable de la lutte contre le capitalisme fossile global »

Entretien avec Hamza Hamouchene, chercheur et militant algérien

Coordinateur du programme Afrique du Nord à l’Institut Transnational et auteur de nombreux articles et livres, Hamouchene s’est rendu à Montevideo pour participer à une réunion internationale et a discuté avec Brecha de la cause palestinienne et de ses liens avec la justice climatique et environnementale.

“La liberazione della Palestina è inseparabile dalla lotta contro il capitalismo fossile globale ” 
Intervista a Hamza Hamouchene, ricercatore e attivista algerino

Coordinatore del Programma Nord Africa presso il Transnational Institute e autore di numerosi articoli e libri, Hamouchene ha visitato Montevideo per partecipare a una riunione internazionale e ha conversato con Brecha sulla causa palestinese e i suoi legami con la giustizia climatica e ambientale

„Die Befreiung Palästinas ist untrennbar vom Kampf gegen den globalen fossilen Kapitalismus“
Hamza Hamouchene, algerischer Forscher und Aktivist, im Gespräch

Koordinator des Nordafrika-Programms am Transnational Institute und Autor zahlreicher Artikel und Bücher besuchte Hamouchene Montevideo für ein internationales Treffen und sprach mit Brecha über die palästinensische Sache und ihre Verbindungen zu Klima- und Umweltgerechtigkeit.



28/12/2025

Israël a broyé Mohammad Bakri pour avoir osé exprimer la douleur palestinienne telle qu’elle est, par Gideon Levy

 

Israël a tourné le dos alors que la société palestinienne israélienne pleurait la mort de Mohammad Bakri, l’une de ses figures les plus célèbres : un acteur et réalisateur, une icône culturelle, un patriote palestinien et un homme à l’âme noble

Mohammad Bakri devant sa maison dans le nord d’Israël, 2012. Photo Hagai Frid

Gideon Levy, Haaretz, 28/12/2025
Traduit par Tlaxcala

La salle adjacente à la mosquée du village galiléen de Bi’ina était bondée vendredi. Des milliers de personnes au visage sombre sont venues lui rendre hommage et sont reparties ; j’étais le seul Juif parmi elles.

La société palestinienne israélienne pleure la mort de l’un de ses plus grands membres, un acteur, réalisateur et héros culturel, un patriote palestinien et un homme à l’âme noble — Mohammad Bakri — et Israël, dans la mort comme dans la vie, lui a tourné le dos. Une seule chaîne de télévision a consacré un sujet d’actualité à son décès. Quelques Juifs sont sûrement venus consoler sa famille, mais vendredi après-midi, on n’en voyait aucun.

Bakri a été enterré mercredi — tard dans la nuit, à la demande de la famille — ne laissant aucun lieu en Israël pour prononcer son éloge funèbre, pour le remercier pour son œuvre, pour nous incliner devant lui en signe d’appréciation et pour lui demander pardon.

Mohammad Bakri en 2017.Photo Moti Milrod

Il méritait tout cela. Bakri était un artiste et un combattant de la liberté, le genre dont on parle dans les livres d’histoire et dont on donne le nom à des rues. Il n’y avait pas de place pour lui dans l’Israël ultranationaliste, pas même après sa mort.

Israël l’a broyé, simplement parce qu’il a osé exprimer la douleur palestinienne telle qu’elle est. Bien avant les sombres jours de Benjamin Netanyahou et d’Itamar Ben-Gvir, 20 ans avant le 7 octobre et la guerre à Gaza, Israël l’a traité avec un fascisme qui n’aurait pas fait honte aux ministres du Likoud Yoav Kisch et Shlomo Karhi.

Son fameux appareil judiciaire s’est mobilisé comme un seul homme pour condamner son œuvre. Un juge du tribunal de district de Lod a interdit la diffusion de son film « Jénine, Jénine», le procureur général de l’époque a rejoint la guerre et l’éclairée Cour suprême a statué que le film avait été réalisé avec des « motivations inappropriées » — tel était le niveau des arguments avancés par le phare de la justice.

Et tout cela à cause d’une poignée de réservistes qui se sont sentis « blessés » par son film et ont cherché à régler leurs comptes. Ce ne sont pas les résidents du camp de réfugiés de Jénine qui ont été blessés, mais le soldat Nissim Magnaji. Sa demande a été acceptée et Bakri a été détruit. Tout cela bien avant l’âge des ténèbres.

Peu de gens sont venus à son aide. Les artistes sont restés silencieux et la belle star de « Au--delà des murs » a été jetée en pâture. Il ne s’en est jamais remis.

J’ai un jour pensé que « Jénine, Jénine» serait un jour projeté dans toutes les écoles du pays, mais aujourd’hui, il est clair que cela n’arrivera pas, pas dans l’Israël d’aujourd’hui et probablement pas dans le futur non plus.

Mais le Bakri que je connaissais ne se mettait pas en colère ni ne haïssait. Je ne l’ai jamais entendu exprimer un seul mot de haine envers ceux qui l’ont ostracisé, envers ceux qui l’ont blessé, lui et son peuple. Son fils Saleh a un jour déclaré : « [Israël] a détruit ma vie, la vie de mon père, ma famille, la vie de ma nation. » Il est douteux que son père se serait exprimé ainsi.

Vendredi, ce fils impressionnant se tenait droit, un keffieh drapé sur ses épaules, et lui et ses frères et sœurs, dont leur père était si fier, ont accueilli ceux qui sont venus leur présenter leurs condoléances pour la mort de leur père.

Je l’aimais tellement. Par une nuit d’hiver pluvieuse sur le campus du Mont Scopus de l’Université hébraïque de Jérusalem, lorsque des gens nous ont crié « traîtres » après la projection de Jénine, Jénine », et au Festival du centre du film israélien au Marlene Meyerson JCC Manhattan de New York, auquel il était invité chaque année, et où des manifestants criaient aussi. À l’ancien Café Tamar de Tel Aviv, qu’il visitait occasionnellement les vendredis, et dans les essais douloureux qu’il a publiés dans Haaretz. Sans cynisme, innocent comme un enfant et rempli d’espoir comme il l’était.

Son dernier film, très court, « Le Monde », écrit par sa fille Yafa, se déroule lors d’une fête d’anniversaire dans un hôtel luxueux. Une fille distribuait des roses aux invités, un violoniste jouait « Joyeux anniversaire », Gaza bombardée était à la télé et Bakri s’est levé avec l’aide d’une jeune femme assise avec lui et est parti. Il était aveugle.

Il y a trois semaines, il m’a écrit pour me dire qu’il prévoyait de venir dans la région de Tel Aviv pour les funérailles d’un homme cher, comme il l’a dit, le réalisateur Ram Loevy, et j’ai répondu que j’étais malade et que nous ne pourrions pas nous rencontrer. À ma connaissance, il n’est finalement pas allé aux funérailles non plus.

« Porte-toi bien et prends soin de toi », m’a écrit l’homme qui ne prenait jamais soin de lui.

Bakri est mort, le camp de Jénine est détruit et tous ses résidents ont été expulsés, sans abri une fois de plus après un nouveau crime de guerre. Et l’espoir battait encore dans le cœur de Bakri, jusqu’à sa mort ; nous n’étions pas d’accord là-dessus.