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2-M | 5º aniversario de la movilización en Madrid por los presos políticos saharauis: cinco años sin respuestas

El próximo lunes 2 de marzo se cumplen cinco años de concentraciones semanales ante el Ministerio de Asuntos Exteriores, en la Plaza de la Provincia (Madrid), para denunciar la situación de los presos políticos saharauis encarcelados en Marruecos y exigir al Gobierno español que asuma su responsabilidad política y jurídica ante esta vulneración continuada de derechos fundamentales.
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14/02/2026

DICHIARAZIONE DI SOSTEGNO ALLA RELATRICE SPECIALE ALBANESE

United Staff for Gaza, 13 febbraio 2026
Tradotto da Tlaxcala

United Staff for Gaza è un'associazione di attuali ed ex membri del personale delle Nazioni Unite, che agiscono a titolo privato. Visita il nostro sito web, contattaci via email.

United Staff for Gaza esprime rammarico per il fatto che i ministri degli Esteri francese, tedesco e di altri paesi, basandosi su evidenti disinformazione e informazioni errate, abbiano mosso accuse ingiustificate contro la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, Francesca Albanese. Chiediamo una rettifica di questi errori e invitiamo a porre fine agli attacchi personali, alle minacce e alla disinformazione mirati contro le agenzie, i titolari di mandato e il personale delle Nazioni Unite.

I fatti:

Il 7 gennaio, tramite un video preregistrato e trasmesso a distanza, la Relatrice Speciale Albanese ha tenuto un discorso al Forum di Al Jazeera, una conferenza organizzata da tale emittente a Doha, in Qatar. Il tema della conferenza era “La causa palestinese e l'equilibrio di potere regionale nel contesto di un mondo multipolare emergente”. La Relatrice Speciale Albanese ha parlato della commissione del genocidio dei palestinesi e dei modi in cui la comunità internazionale, a suo avviso, ha favorito e incoraggiato questo genocidio. A metà del suo intervento, la Relatrice Speciale ha affermato che il sistema di complicità globale nel genocidio – basato su interessi finanziari, algoritmi dei (social) media e commercio di armi – è stato smascherato e si è dimostrato essere “il nemico comune dell'umanità”.

Ben presto sono circolati online video e immagini fabbricati, sostenendo che la Relatrice Speciale avesse detto che “Israele è il nemico comune dell'umanità” – una distorsione palesemente falsa delle sue parole. Il 10 febbraio, un gruppo di parlamentari francesi, che in passato avevano già attaccato la Relatrice Speciale Albanese, ha inviato una lettera congiunta al ministro degli Esteri francese, ripetendo false accuse e distorcendo ulteriormente le sue parole in modi troppo vergognosi per essere descritti. Hanno chiesto al ministro degli Esteri di adoperarsi per imporle sanzioni e farla rimuovere dal suo mandato alle Nazioni Unite.

Il giorno successivo, nell'Assemblea Nazionale francese, la parlamentare che aveva coordinato la lettera ha ripetuto le false accuse in essa contenute e ha chiesto al ministro degli Esteri di confermare se il governo avrebbe cercato di far rimuovere la Relatrice Speciale Albanese dal suo incarico. In una risposta sorprendente e carica di astio, il ministro ha affermato che la Francia condanna le sue “dichiarazioni oltraggiose e riprovevoli” e chiede le sue dimissioni. Il 12 febbraio, la ministra degli Esteri tedesca ha fatto eco al suo omologo francese, condannando le “recenti dichiarazioni della Relatrice Speciale Albanese su Israele” e affermando che “la sua posizione è insostenibile. Anche i ministri degli Esteri austriaco, italiano e ceco hanno amplificato la disinformazione.

  1. United Staff for Gaza esprime allarme per il fatto che i ministri degli Esteri francese, tedesco e di altri paesi sembrano aver accettato acriticamente come fatti delle chiare distorsioni delle parole della Relatrice Speciale Albanese. Li incoraggiamo a considerare le prove e a ritirare le loro dichiarazioni di condanna. Apprezziamo che il ministro degli Esteri austriaco abbia cancellato il suo precedente post su X in merito.
  2. United Staff for Gaza condanna senza riserve la disinformazione e altre azioni ostili dirette contro la Relatrice Speciale Albanese, così come contro la Corte Penale Internazionale (CPI) e l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA). Deploriamo che la Relatrice Speciale, così come 11 giudici e procuratori della CPI, siano stati sanzionati dagli Stati Uniti d'America, e che l'UNRWA sia stata sottoposta, da parte del Governo israeliano, a violenza, ostacoli e diffusa disinformazione. Osserviamo che quest'ultimo tentativo di distorcere le parole della Relatrice Speciale Albanese si inserisce in una più ampia campagna di disinformazione volta a minare la capacità delle Nazioni Unite di proteggere i diritti umani del popolo palestinese. Esprimiamo costernazione per le falsità propagate dai parlamentari francesi che hanno co-firmato la suddetta lettera, e accogliamo con favore lo sforzo di un altro gruppo di parlamentari francesi che hanno cercato di ristabilire la verità. Ribadiamo che i titolari di mandato e i membri del personale delle Nazioni Unite non devono essere oggetto di attacchi nel legittimo esercizio delle funzioni loro conferite dagli Stati membri. In questa ottica, ribadiamo inoltre la nostra solidarietà ai quasi 400 membri del personale dell'ONU che sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2023.
  3. United Staff for Gaza invita all'unità di sostegno per la Relatrice Speciale Albanese, così come per la CPI e l'UNRWA. Invitiamo tutti gli Stati membri del Consiglio per i Diritti Umani a mantenere il loro impegno per l'integrità del sistema delle procedure speciali. Concordiamo con la dichiarazione rilasciata in merito dal Segretario Generale di Amnesty International e accogliamo con favore il fact-checking fornito dal Portavoce dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
  4. United Staff for Gaza sottolinea inoltre che la comunità internazionale deve rimanere impegnata sulla questione e intensificare le sue condanne per gli atti incessantemente disumani e illegali perpetrati dal Governo israeliano contro il popolo palestinese. Questi atti includono, tra molte altre flagranti violazioni del diritto internazionale, la continuazione dei bombardamenti a Gaza nonostante il presunto cessate il fuoco, le persistenti restrizioni alla consegna di aiuti umanitari criticamente necessari, la oltraggiosa violenza contro l'UNRWA e lo sfollamento forzato e l'annessione de facto della Cisgiordania – il tutto in flagrante disprezzo delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia.

Una copia di questa dichiarazione sarà trasmessa al Presidente del Consiglio per i Diritti Umani. 

NdT

La lettera firmata da una quarantina di deputati del gruppo Renaissance (macronisti) è stata promossa da Caroline Yadan, deputata dell'ottava circoscrizione dei francesi all'estero (che comprende in particolare Israele). Tra i firmatari figurano Olivia Grégoire, Sylvain Maillard, Constance Le Grip e l'ex prima ministra Élisabeth Borne, nonché Sandro Gozi, ex membro del Fronte della Gioventù neofascista diventato «liberal-macronista», eletto eurodeputato italiano in Francia.


 

28/10/2025

Giovani scriventi di Palestine Nexus riflettono su due anni di genocidio

Zachary Foster, Palestine Nexus, 16/10/2025
Tradotto da Tlaxcala


Ghaydaa Kamal, Dalal Sabbah, Hani Qarmoot e Rama Hussain AbuAmra (da sinistra a destra)

Il popolo palestinese di Gaza ha vissuto due anni di genocidio. Eppure, nonostante gli sfollamenti forzati, la campagna di fame e gli omicidi di massa, i giovani scriventi di Gaza hanno rifiutato di tacere. Hanno raccontato i loro corpi affamati, le esperienze di morte sfiorata e la lotta per trovare cibo, medicine, acqua e rifugio. Viaggiano per ore per trovare una connessione internet e scrivono a stomaco vuoto mentre sostengono le loro famiglie e aiutano chi ha ancora meno. Rischiano la vita ogni giorno per raccontare al mondo le storie della Palestina, e resteremo per sempre ammirativi del loro coraggio e della loro resilienza. Ecco alcune delle loro riflessioni guardando indietro agli ultimi due anni.
Dr. Zachary Foster, fondatore di Palestine Nexus


Hani Qarmoot, 22 anni, giornalista e cantastorie del campo di Jabalia

«Durante i due anni di genocidio, ogni giorno è stato segnato dalla fame, dallo sfollamento, dal sangue e dal fragore delle esplosioni. Per la nostra sopravvivenza, per la continuazione delle nostre storie e per il riconoscimento della nostra sofferenza e del nostro sorriso, scrivo nel buio. Anche se ho perso amici, colleghi, insegnanti e persone care, i loro ricordi mi sostengono. Il suono della risata di un bambino, il messaggio di un amico o il silenzio tra le esplosioni sono cose che mi danno vita. Scrivere è un atto silenzioso di resistenza che dimostra che siamo ancora vivi. Le nostre parole sono il nostro scudo e la nostra voce non sarà mai messa a tacere.»
Hani Qarmoot


Rama Hussain AbuAmra, 23 anni, scrittrice e traduttrice di Gaza City

«Faccio ancora fatica a credere che questo genocidio possa davvero finire. Per due anni abbiamo vissuto un incubo che ha rubato ogni traccia di amore, sicurezza e gioia. Siamo stati spogliati delle nostre case, dei nostri ricordi e delle persone che amiamo. Ogni momento era intriso di paura — paura di perderci, paura di perdere chi amiamo.
Una notte mi perseguita più di tutte: quella del 10 ottobre 2023. Alle 1:30 del mattino, una telefonata ci avvertì di evacuare l’edificio prima che fosse bombardato e ridotto in macerie. Come si può mettere un’intera vita in una sola borsa? La mia infanzia, i miei libri, i miei vestiti preferiti, l’angolo che amavo all’alba e al tramonto, tutto è rimasto indietro. Siamo corsi, senza fiato, verso un ospedale vicino, aspettando l’ignoto. Poi arrivò il rombo dell’esplosione che distrusse la nostra casa e i nostri cuori. Il giorno dopo fuggimmo ad Al-Zawaida, nel sud di Gaza, solo per assistere a un altro orrore: 25 anime della stessa famiglia spazzate via. Il fumo riempiva i nostri polmoni, il vetro cadeva come pioggia e il sangue copriva il terreno. Vedo ancora la cenere, le finestre infrante, gli arti sparsi.
Siamo sopravvissuti, in qualche modo. Ma le cicatrici restano. E ora aspettiamo, non in pace, ma con una fragile speranza.»
Rama Hussain AbuAmra


Dalal Sabbah, 20 anni, studentessa di traduzione inglese di Rafah

«Negli ultimi due anni, ho affrontato la sfida di documentare la vita a Gaza, assicurandomi che le nostre storie raggiungessero il mondo al di là delle macerie e del silenzio. Ogni giorno è stato una prova di resistenza, ma sono rimasta salda, perché queste storie meritano di essere raccontate.
Nonostante gli sfollamenti ripetuti, la stanchezza, la paura costante e la vicinanza alla morte; nonostante la perdita di molti membri della mia famiglia, ho dovuto continuare a scrivere per registrare questi momenti e onorare la memoria di coloro che abbiamo perso. Scrivere è diventato più di una professione; è diventato un grido silenzioso dal cuore al mondo, una testimonianza di vite che sfidano la morte ogni giorno, e la prova che le nostre voci non scompariranno tra il fumo e le macerie.
Anche quando la disperazione mi opprime, continuo. Scrivo, parlo, testimonio, perché è il mio dovere verso il mio popolo, verso la mia patria, verso la Palestina.
E qualunque cosa accada, la Palestina è libera, dal fiume al mare.»
Dalal Sabbah


Khaled Al-Qershali, 22 anni, giornalista freelance di Al-Nasser

«Anche se il genocidio dell’occupazione israeliana è finito e io sono sopravvissuto, nulla di ciò che mi è stato tolto mi sarà mai restituito. Ho perso due amici cari, Mohammed Hamo e Abdullah Al-Khaldi, insieme alla mia casa e alla vita che conoscevo prima del 7 ottobre 2023.
Da quel giorno, la vita come la conoscevo è stata distrutta. Gli ultimi due anni sono stati segnati da sfollamento, fame, paura e perdita costante.
Spero che il cessate il fuoco regga, ma faccio fatica a crederci. Durante l’ultimo cessate il fuoco, a gennaio, mio nonno e i miei zii tornarono a Gaza per ricostruire le loro vite dalle rovine. Ma era una trappola: il genocidio riprese e tutto ciò che avevano ricostruito sparì.»
Khaled Al-Qershali


Ghaydaa Kamal, 23 anni, giornalista e traduttrice di Khan Yunis

«Ogni storia che scrivo è una battaglia per la sopravvivenza. Ho scritto tra le rovine, nelle tende, in luoghi dove elettricità e internet sono miracoli. A volte camminavo per ore sotto il sole cocente perché i trasporti erano troppo costosi e perché il silenzio non era un’opzione.
Il mio portatile porta ancora la polvere della mia casa distrutta. L’ho estratto dalle macerie dopo un bombardamento, l’ho pulito con mani tremanti e gli ho ridato vita. Si è bloccato, si è spento, mi ha tradito molte volte, eppure continua a funzionare, proprio come me.
Ho scritto tra la fame, la stanchezza e la paura, documentando cosa significhi vivere e lavorare sotto bombardamenti costanti. Ci sono stati momenti in cui ho scampato la morte per pochi minuti.
Ma continuo a scrivere, perché se smetto, loro vinceranno — non solo uccidendoci, ma cancellando le nostre storie.»
Ghaydaa Kamal

23/10/2025

Il governo di Israele si vanta di sadismo, abusi e torture

Gideon Levy, Haaretz, 23/10/2025
Tradotto da Tlaxcala

NdT: stanchi dell'uso e abuso del termine “ostaggi” per indicare gli israeliani catturati il 7 ottobre, abbiamo scelto di tradurre il termine con “catturati”.

Il ritorno dei catturati israeliani  ha messo a nudo una verità che tutti conoscevano: il cattivo trattamento riservato da Israele ai prigionieri palestinesi ha peggiorato le condizioni degli israeliani tenuti prigionieri a Gaza. Ora è chiaro che il male aveva un prezzo.

Nadav Eyal ha riferito mercoledì su Yediot Aharonot che il servizio di sicurezza Shin Bet aveva avvertito già alla fine del 2024 che le dichiarazioni del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir stavano aggravando le condizioni già terribili che i catturati  stavano subendo, e a nessuno importava.

 


Prigionieri palestinesi in attesa di rilascio nel carcere di Ofer. Foto  Tali Meir

Ogni volta che Ben-Gvir si vantava degli abusi che ordinava, di cui il giornalista Yossi Eli si compiaceva nei suoi reportage sadici su Canale 13 su ciò che accadeva nelle prigioni israeliane, la vendetta arrivava dai tunnel.

È sgradevole ammettere il male israeliano. Ma perché abbiamo dovuto conoscere prima la vendetta dei rapitori palestinesi per essere scioccati dalla malvagità dei rapitori israeliani? Ciò che è accaduto (e sta ancora accadendo) nella prigione di Sde Teiman è stato una vergogna, a prescindere dalla terribile sofferenza che ha causato ai catturati.


L’ingresso della base militare e centro di detenzione di Sde Teiman. Foto  Eliyahu Hershkovitz

È vergognoso che sia stato l’abuso dei catturati  a suscitare indignazione per il trattamento da parte di Israele dei suoi prigionieri palestinesi, compreso il titolo di mercoledì di Yediot Aharonot, che finora non si era per nulla interessato a ciò che fa Israele.

Il quotidiano britannico The Guardian ha riferito questa settimana che almeno 135 corpi mutilati e smembrati sono stati restituiti a Gaza. Accanto a ciascuno dei corpi mutilati sono state trovate note che indicavano che erano stati detenuti a Sde Teiman. In molte delle foto si vedevano le mani legate dietro la schiena.

Non pochi mostravano segni di tortura, inclusa la morte per strangolamento, per essere stati travolti da un carro armato e con altri mezzi. Non è chiaro quanti siano stati uccisi dopo il loro arresto. Sde Teiman era un punto di raccolta per palestinesi uccisi altrove.

Il Club dei prigionieri palestinesi riferisce che le circa 80 morti di detenuti palestinesi in carcere potrebbero aver sottostimato la verità. The Guardian ha visto solo alcuni dei corpi e ha confermato i segni di abuso, ma ha detto che non potevano essere pubblicati a causa delle loro condizioni. Il corpo di Mahmoud Shabat, 34 anni, mostrava segni di essere stato impiccato. Le sue gambe erano state schiacciate da un carro armato e le sue mani erano legate dietro la schiena. «Dov’è il mondo?» ha chiesto sua madre.

La situazione dei palestinesi in vita che sono stati rilasciati non è molto migliore. Molti avevano difficoltà persino a stare in piedi al momento del rilascio, un fatto scarsamente coperto dai media israeliani.

Il dott. Ahmed Muhanna, direttore dell’ospedale Al-Awda a Jabalya, che era stato portato via nel dicembre 2023 e rilasciato durante la tregua, ha detto questa settimana di essere stato spostato di luogo in luogo durante la detenzione, incluso in un posto che ha descritto come un canile, dove i soldati lo hanno maltrattato con cani spaventosi.

L’aspetto emaciato del medico non lasciava dubbi sulle condizioni della sua detenzione. Israele detiene altri 19 medici di Gaza in condizioni simili.

Dovremmo ricordare le condizioni in cui Adolf Eichmann è stato detenuto. Nessuno lo ha maltrattato fisicamente prima che fosse giustiziato per ordine del tribunale.

Prigionieri palestinesi liberati portano fucili mentre arrivano nella Striscia di Gaza dopo la loro liberazione dalle carceri israeliane, a seguito di un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, fuori dall’ospedale Nasser a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, in ottobre. Foto  Abdel Kareem Hana, AP

All’epoca, Israele si vantava delle sue  condizioni di detenzione. Oggi il governo si vanta di sadismo, abusi e torture. Lo fa perché conosce le anime dei suoi cittadini. La maggioranza degli israeliani è vendicativa e approva gli abusi.

A eccezione di organizzazioni come Medici Senza Frontiere, B’Tselem e il Comitato contro la Tortura, quasi nessuno si è opposto a quanto stava accadendo. Per i terroristi della Nukhba, tutto è permesso.

La definizione di chi conta come tale include chiunque abbia osato entrare in Israele il 7 ottobre. Il giornalista Ben Caspit ha detto questa settimana che tutti i combattenti della Nukhba dovrebbero essere giustiziati. Sembra che lo Shin Bet, il Servizio penitenziario israeliano e le Forze di Difesa israeliane abbiano già iniziato il lavoro seriamente.

L’unica preoccupazione di Israele è il danno arrecato ai catturati . Tutto il resto è perdonato. In molti casi, ci eccitiamo persino, custodiamo e apprezziamo gli abusi. Volevamo il sadismo; abbiamo ottenuto il sadismo.

Manifestazione in Estremadura contro Rheinmetall, fabbrica di morte: un messaggio universale


Tlaxcala, 23 ottobre 2025

Dalle profondità della Spagna rurale si leva un grido di rabbia, di dignità violata, un appello alle coscienze della vecchia Europa: fermiamo i fabbricanti e i mercanti di morte! Sabato 25 ottobre, per la seconda volta, si terrà una manifestazione davanti alla fabbrica di armi Rheinmetall a Navalmoral de la Mata, nella provincia di Cáceres, in Estremadura, su iniziativa dei collettivi La Vera con Palestina e Extremadura con Palestina. Di seguito un riassunto dei documenti pubblicati in spagnolo e tedesco.


L’appello s’intitola
“No al rearme, stop genocidio” – No al riarmo della Spagna e dell’Europa, fermiamo il genocidio. Nel quadro del piano “Rearm Europe” della Commissione europea, il governo di Madrid si è impegnato a rispettare l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alle spese militari. L’obiettivo – che divide la coalizione di governo – è raggiungere entro il 2029 un bilancio superiore ai 40 miliardi di euro.

Collegare la lotta contro il riarmo alla solidarietà con la Palestina

La rivendicazione centrale è quella di unire la lotta contro il riarmo alla solidarietà con il popolo palestinese, vittima di un genocidio perpetrato da Israele con la complicità dell’Occidente. Gli organizzatori invocano la nascita di un movimento sociale internazionalista contro la militarizzazione e l’economia di guerra.

Critica del modello occidentale e appello alla disobbedienza

Il testo dell’appello dipinge un quadro apocalittico del mondo contemporaneo: l’Occidente è un impero decadente, guidato da élite egoiste (USA ed Europa) che, di fronte alla crisi ecologica ed energetica, scommettono sulla guerra e sulla conquista. Il riarmo è visto come una strategia per mantenere il modello iperconsumista e accaparrarsi le risorse del Sud. La Germania dei “poeti e pensatori” diventa quella dei “giudici e boia”, seguendo gli Stati Uniti, rinunciando alla propria autonomia energetica (il gas russo) per rilanciarsi con la produzione di armi.

L’appello sviluppa un argomento economico e morale: ogni aumento del bilancio militare si traduce in una riduzione delle spese sociali. Gli autori denunciano una nuova era di austerità, paragonabile a quella degli anni 2010, e accusano i governi spagnoli, compresi quelli socialisti, di partecipare alla privatizzazione del bene comune a vantaggio del complesso militare-industriale.

Un appello diretto è rivolto agli operai delle fabbriche Rheinmetall in Estremadura:
“Os parece ético trabajar para esta empresa cómplice del genocidio?”Vi sembra etico lavorare per un’azienda complice del genocidio?

Le rivendicazioni comprendono: eliminazione degli aiuti pubblici all’industria bellica, embargo totale sulle armi destinate a Israele, rottura delle relazioni diplomatiche, perseguimento penale dei dirigenti coinvolti, fine del riarmo europeo e avvio di un programma di decrescita.

Rheinmetall: un simbolo della guerra moderna

L’articolo di José Luis Ybot (El Salto, 17 settembre 2024) ripercorre la storia della Rheinmetall, la più grande impresa bellica tedesca, nata nel XIX secolo, associata al regime nazista, poi convertita alla produzione civile prima di tornare a essere un pilastro del riarmo dal 1956. Dal 2000 si è nuovamente concentrata sul settore militare: carri Leopard, Eurofighter Typhoon, droni, laser, sistemi di difesa, ecc.

Nel 2022 Rheinmetall ha acquistato Expal, filiale del gruppo spagnolo Maxam, proprietario degli stabilimenti di El Gordo e Navalmoral de la Mata. Questi siti, coinvolti nella produzione e nello smantellamento di mine antiuomo, fanno dell’Estremadura una regione “sacrificata” al servizio dell’economia di guerra.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, il valore di Rheinmetall si è quintuplicato. Tra i suoi azionisti figurano BlackRock, Goldman Sachs e Bank of America. L’impresa beneficia della domanda mondiale di armamenti, soprattutto attraverso la sua filiale ucraina creata nel 2023.

Inchiesta: Rheinmetall a El Gordo e Navalmoral

Un reportage di Luis Velasco San Pedro (El País, 1 novembre 2024) mostra come il villaggio di El Gordo viva grazie a Rheinmetall: 200 abitanti vi lavorano, i salari superano i 1600 euro e la disoccupazione è quasi nulla. Ma domina una cultura del segreto. I dipendenti firmano clausole di riservatezza e affermano: “Lo que se hace allí es top secret.”

La deputata Nerea Fernández (Unidas por Extremadura) denuncia la complicità regionale e il finanziamento pubblico di Rheinmetall (58.060 euro di fondi europei). Invoca la riconversione di queste fabbriche alla produzione civile. Per lei, “il genocidio di Gaza comincia in Estremadura”.

Mobilitazioni popolari e critica globale

Il comunicato che convocava la precedente manifestazione del 6 ottobre 2024 invitava al boicottaggio di Israele e alla disobbedienza civile:
“La única forma de buscar la paz es no fabricar la guerra.”L’unico modo di cercare la pace è non fabbricare la guerra.

L’Europa vi era descritta come un “mega-Israele” militarizzato, costruito sulla paura e sulla dipendenza dall’economia di guerra.

Il dossier combina inchiesta, manifesto e appello morale. Denuncia il capitalismo di guerra e collega la lotta locale contro Rheinmetall alla causa palestinese. Gli autori affermano una convinzione: la lotta per la pace comincia là dove si fabbricano le armi.

Il messaggio vale urbi et orbi, in Europa, nelle Americhe e in Asia: bisogna fermare i fabbricanti e i commercianti di morte, ovunque essi siano, “con ogni mezzo necessario”. Finora solo una fabbrica d’armi, la Elbit Systems di Bristol, nel Regno Unito, ha cessato le proprie attività. Il merito va ai coraggiosi militanti di Palestine Action, banditi come “terroristi” e perseguiti in tribunale. Lo stesso accade ai militanti tedeschi di Palestine Action Germany, che hanno compiuto un’azione simbolica contro la fabbrica Elbit Systems di Ulm: cinque di loro sono sotto processo.

Un altro aspetto delle mobilitazioni riguarda il trasporto di armamenti verso Israele, di due tipi: armi pronte all’uso e componenti destinati alle fabbriche israeliane di morte. Manifestazioni si sono tenute a Marsiglia, Genova e Tangeri; altre sono in preparazione.

La nave cargo Marianne Danica, che trasportava proiettili da 155 mm per Elbit Systems, provenienti da Chennai (India) e diretti a Haifa, si è deviata da Gibilterra a Casablanca per evitare le proteste spagnole. Un’altra nave, l’Ocean Gladiator, con 163 tonnellate di bossoli di ottone prodotti nella fabbrica Wieland di Buffalo (USA), ha appena attraversato lo stretto di Gibilterra e si dirige verso Ashdod, con prossima tappa a Limassol (Cipro) il 3 novembre [si può seguire qui]. Lì la aspettiamo.

20/10/2025

Israele tra una guerra di sterminio e una guerra elettorale

Ameer Makhoul, Progress Center for Policies, 18/10/2025

إسرائيل بين حرب الإبادة وحرب الانتخابات

Tradotto da Tlaxcala

Guerra su tutti i fronti, di Patrick Chappatte

Introduzione

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno nuovamente minacciato di riprendere la guerra contro la Striscia di Gaza, avvertendo che useranno la forza se Hamas non consegnerà i corpi dei prigionieri e detenuti israeliani.
Nel frattempo, il ministro per gli Affari Strategici, Ron Dermer, ha intensificato i suoi contatti con l’amministrazione Trump, presentando rapporti d’intelligence secondo cui Hamas avrebbe la capacità di restituire un gran numero di corpi, una mossa vista come un tentativo di ottenere il via libera usamericano a una nuova escalation militare.

Parallelamente, il Forum delle Famiglie dei Prigionieri e Detenuti ha lanciato un appello pubblico a Netanyahu, chiedendo la ripresa della guerra finché tutti i corpi non saranno restituiti,  trasformando una richiesta umanitaria in uno strumento politico nella lotta interna per il potere in Israele.

La guerra al servizio della politica interna
Le rinnovate minacce di guerra da parte di Israele sembrano essere dettate più da esigenze politiche ed elettorali che da obiettivi militari immediati. Netanyahu e Katz hanno persino ribattezzato la guerra contro Gaza, passando da “Spade d’Oro” a “Guerra della Rinascita” o “Guerra della Resurrezione”, nel tentativo di rimodellare la narrazione israeliana e presentarla come parte di una più ampia “Guerra dei Sette Fronti” che includerebbe Libano, Siria, Yemen, Iraq, Iran, Cisgiordania e Gaza.

Attraverso questa nuova etichetta, Netanyahu cerca di deviare le richieste di responsabilità per gli eventi del 7 ottobre 2023, in particolare la creazione di una commissione ufficiale d’inchiesta, che continua a respingere con il pretesto che “non si possono condurre indagini in tempo di guerra”. Questa strategia è strettamente legata alle elezioni previste per l’estate 2026.

Le lacune del Piano Trump e le ripercussioni regionali
Le minacce israeliane coincidono con il dibattito in corso sui dettagli del cosiddetto “Piano Trump” per porre fine alla guerra — descritto dal Ministero degli Esteri egiziano come “pieno di lacune”.
Tra le questioni irrisolte figurano:

  • Lo scambio di corpi e prigionieri.
  • Il disarmo di Gaza e di Hamas.
  • Il ritiro graduale di Israele.
  • La governance e la ricostruzione nella fase postbellica.

Le stime palestinesi valutano il costo della ricostruzione di Gaza tra i 60 e i 70 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero espresso una disponibilità condizionata a contribuire con circa 20 miliardi ciascuno, a condizione che vi siano stabilità, disarmo e l’abbandono del potere da parte di Hamas, segno che gli aiuti economici sono strettamente legati al nascente quadro politico e di sicurezza.


La regola di Netanyahu…
— In una lotta per la sopravvivenza, le misure estreme sono giustificate!
— … Soprattutto se si tratta della sopravvivenza della mia carriera politica!
David Horsey

La dimensione elettorale interna
Un sondaggio del quotidiano Maariv ha mostrato un miglioramento della posizione della coalizione di governo dopo il rilascio dell’ultimo gruppo di prigionieri vivi. Il sostegno al partito Likud è aumentato, mentre il partito Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich ha superato la soglia parlamentare. Al contrario, il partito di Benny Gantz è sceso al di sotto di tale soglia.
Il sondaggio ha previsto 58 seggi per l’opposizione, 52 per la coalizione e 10 per i partiti arabi, che potrebbero guadagnare terreno alle prossime elezioni.

Per Netanyahu, questa configurazione è ideale: gli permette di formare una minoranza di blocco che impedisce all’opposizione di formare un governo senza l’appoggio di un partito arabo, un’eventualità inaccettabile all’interno del consenso sionista. Così Netanyahu potrebbe rimanere a lungo primo ministro ad interim, con un controllo parlamentare minimo, spiegando il suo interesse per elezioni anticipate se i sondaggi continueranno a essere favorevoli.

Tra l’opzione della guerra e la necessità di stabilità
Nonostante la retorica aggressiva, vincoli interni e internazionali riducono la probabilità di una nuova guerra. La stanchezza militare, morale ed economica in Israele, insieme alla mancanza di un via libera usamericano, rendono una ripresa delle ostilità un rischio politico piuttosto che un’opportunità strategica.

Il Piano Trump, che gode di un ampio sostegno regionale e internazionale, rappresenta il pilastro della strategia di Washington per ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente, in particolare nel quadro dei tentativi di concludere accordi di normalizzazione con Arabia Saudita e Indonesia. Il fallimento della sua attuazione minerebbe la fiducia nella capacità degli USA di gestire le intese regionali.

Il dilemma dei corpi e il ruolo degli attori regionali
La questione dei corpi dei prigionieri rappresenta una vera prova della solidità dell’accordo. Fonti israeliane riconoscono grandi ostacoli logistici dovuti alla distruzione delle infrastrutture e dei tunnel di Gaza, dove si ritiene che molti corpi siano ancora sepolti.

Il governo Netanyahu ha categoricamente rifiutato di permettere l’uso di attrezzature turche per le operazioni di recupero, una decisione politica volta a limitare l’influenza di Ankara e a sfruttare la sua posizione sulla Siria. Tuttavia, cresce in Israele il numero di coloro che sostengono un’amministrazione di Gaza guidata dall’Autorità Palestinese, per evitare un vuoto amministrativo che potrebbe favorire Hamas o altri attori esterni.

Conclusione
La minaccia di Israele di riprendere la guerra è principalmente una manovra elettorale e mediatica volta a mobilitare il sostegno interno e a sfruttare la questione dei prigionieri a fini politici.

Non ci sono segnali concreti di un’intenzione reale di riaccendere il conflitto, data la mancanza di sostegno usamericano, l’esaurimento della società e dell’esercito e la forte opposizione interna.
Il cambio di nome della guerra in “Guerra della Rinascita” riflette un tentativo di eludere le indagini e le responsabilità politiche per i fallimenti del 7 ottobre.
Le principali decisioni israeliane, di guerra o di pace, restano strettamente legate al calcolo elettorale di Netanyahu e ai suoi sforzi per mantenersi al potere.
Il fattore decisivo della fase a venire sarà l’impegno di Washington nei confronti del Piano Trump, che al momento costituisce l’unico quadro realistico per l’arena israelo-palestinese.

02/10/2025

MARCO BERSANI
Flotilla: Il pesce, il telecronista, il rosicone

Marco Bersani, Attac Italia, 2/10/2025


Il blocco delle barche della Flotilla, avvenuto manu militari da parte dell’esercito israeliano nella notte, costituisce un crimine di guerra. Non così tragico -speriamo- come quelli che quotidianamente avvengono a Gaza (anche oggi all’alba oltre 70 morti), ma identico dal punto di vista giuridico internazionale: Israele ha assaltato in acque internazionali una flotta di navi disarmate con persone provenienti da 44 Paesi che portavano con sé cibo e medicinali.

Un crimine contro il quale ogni governo democratico dovrebbe ribellarsi con forza e determinazione.

Non è il caso dell’Italia, dove i massimi esponenti di governo fanno a gara a chi si comporta in maniera più indegna.

Partiamo dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che dopo aver dato il via libera ideologico a Israele (“Quelli della Flotilla sono irresponsabili”) e dopo aver fatto dichiarazioni deliranti (“Stanno mettendo a rischio il piano di pace del mio amico Donald”) da oltre 24 ore è muta come un pesce. Evidentemente attonita nel constatare come le piazze del paese si sono spontaneamente riempite già nella serata di ieri, pronte ad esondare oggi, a bloccare tutto domani e a convergere sabato per la Palestina.

12/07/2025

LYNA AL TABAL
I stand with Francesca Albanese/Sono solidale con Francesca Albanese

Dott.ssa Lyna Al-Tabal, Rai Al Youm, 11/7/2025
Originale arabo
Tradotto da 
Gulietta Masinova, Tlaxcala

Lyna Al Tabal è libanese, dottoressa in scienze politiche, avvocata di formazione e docente di relazioni internazionali e diritti umani.

 


Sì, ho deciso di intitolare questo articolo in inglese. Non perché mi piaccia mettermi in mostra, né perché creda più nella globalizzazione della lingua che nella sua equità. Ma perché questa frase è diventata, senza l’autorizzazione di nessuno, una dichiarazione di solidarietà mondiale.

I stand with Francesca Albanese. Sono solidale con Francesca Albanese

Una frase breve, ma densa... solo cinque parole. Pronunciata con calma, ma classificata come pericolosa per la sicurezza nazionale... Come?

C’è una donna italiana che oggi è perseguita a causa di Gaza. Non ha i geni della resistenza, non ha alcun legame con Gaza, nessun passato segnato dalla Nakba, nemmeno una foto. Non è araba, non è nata in un campo profughi, non è stata educata al discorso della liberazione. Non è una sognatrice di sinistra, forse non ha mai letto Marx nei caffè. Non ha mai lanciato un sasso contro un soldato israeliano... Tutto quello che ha fatto è stato compiere il suo dovere professionale.

“Pazza”, ha detto Trump. Lui che monopolizza questo aggettivo e lo distribuisce come fanno i narcisisti quando crollano davanti a una donna che non ha taciuto di fronte all’ingiustizia.

Si chiama Francesca Albanese. Avvocata e accademica italiana, ricopre la carica di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Funzionaria internazionale, seduta dietro una scrivania bianca, redige rapporti in un linguaggio preciso e con una formulazione giuridica imparziale. Non è dotata di grande eloquenza, ma lo ha detto chiaramente e senza ambiguità: quello che sta succedendo a Gaza è un genocidio.

Lo ha scritto nero su bianco in un rapporto ufficiale pubblicato nell’ambito delle sue funzioni, in un linguaggio comprensibile al diritto internazionale: ciò che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio.

Da un giorno all’altro, il suo nome è diventato pericoloso e doveva essere annientato proprio come l’esercito israeliano annienta le case a Rafah. Il suo nome è stato distrutto da un unico missile politico ed è stata inserita nella lista delle sanzioni, insieme ai trafficanti e ai finanziatori del terrorismo.

Ora lo so: in questo mondo basta non mentire per vedersi vietare di viaggiare, congelare i propri conti ed essere esclusi dal sistema internazionale.

Francesca non ha infranto la legge, l’ha applicata. Ed è questo il suo vero crimine.

Non ha commesso errori di definizione, non ha esagerato nel linguaggio, non ha oltrepassato i limiti delle sue funzioni. Tutto ciò che ha fatto è stato chiamare il crimine con il suo nome.

No, questo rapporto non tratta del genocidio degli indiani d’America. Né del Vietnam, né del fosforo bianco, né di Baghdad, né di Tripoli... Questo rapporto non rivanga il passato usamericano, ma tratta di un presente spudorato. E del diritto che si perde quando lo rivendichiamo... Questo rapporto tratta della giustizia internazionale che viene soffocata sotto i nostri occhi e della Carta dei diritti umani che svanisce anch’essa sotto i nostri occhi. Mentre il colpevole siede al Consiglio di sicurezza.

Questo rapporto parla di un mondo che non punisce i bugiardi. Un mondo che ti uccide quando ami sinceramente, quando dai senza riserve, quando parli con coraggio, quando cerchi di riparare i danni.

Questo rapporto parla semplicemente del mondo delle tenebre.

Questo mondo che strangola tutti coloro che non vogliono assomigliargli.

Francesca non era la prima.

Quando è stato creato lo Statuto di Roma, gli USA hanno trattato la Corte penale internazionale come un “virus giuridico”, perché non potevano controllarla... Bill Clinton l’ha firmato (senza ratificarlo). Poi è arrivato George W. Bush, che ha ritirato la firma e ha promulgato quella che è stata definita la “legge di invasione dell’Aia”, che autorizza l’invasione militare dei Paesi Bassi se la Corte penale osa giudicare anche un solo soldato usamericano... Barack Obama, il saggio, non ha abrogato la legge... Poi è arrivato Trump, il cowboy biondo, con due pistole alla cintura, che ha dato il colpo di grazia alla giustizia... Ha punito Fatou Bensouda, l’ex procuratrice generale della Corte, per aver aperto i fascicoli sull’Afghanistan e sulla Palestina. Le ha revocato il visto, congelato i beni e l’ha impiccata con i suoi tweet sarcastici.

Poi è arrivato Karim Khan, l’attuale procuratore generale, incaricato del pesante dossier di Gaza e di una lista di nomi altrettanto pesanti: Netanyahu, Galant... Ancora una volta, la scimitarra della vendetta politica è tornata a minacciare la spada della giustizia.

Karim Khan è stato sommerso da minacce provenienti dal Congresso, dalla Casa Bianca e da Tel Aviv.

 Il primo giorno del suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato la legge sulle sanzioni contro la Corte penale internazionale. Un uomo di origini pakistane che osa toccare nomi intoccabili? Finito di giocare.

È così che un’istituzione internazionale, con tutto il suo personale e le sue attrezzature, è stata sottoposta alle sanzioni usamericane, come se si trattasse di una milizia armata... Ai suoi dipendenti è stato vietato di viaggiare, lavorare e persino respirare liberamente... Chi ha detto che l’USAmerica impedisce la giustizia? A patto che questa non si avvicini a Tel Aviv o al Pentagono.

E in un momento di sincerità, Joe Biden lo ha detto con la sua formulazione contorta: queste leggi non sono state scritte per applicarsi all’ “uomo bianco”, ma agli africani... e a Putin, quando necessario.

Ed ecco che il paradosso è completo: l’85% dei procedimenti e dei processi dinanzi alla Corte penale internazionale riguarda africani.

 E quando vengono aperti dei fascicoli su soggetti occidentali, la giustizia diventa una minaccia... e il Tribunale un bersaglio.

E ora lo sapete anche voi: se superate il limite,

è il tribunale che viene giudicato,
il giudice che viene giudicato,

e il testimone che viene giudicato.

Rimane solo l’assassino... seduto in prima fila, sorridente davanti alle telecamere, mentre riceve inviti per partecipare a una conferenza sui diritti umani. Perché no?

Trump ha inferto un colpo mortale al diritto internazionale, una pugnalata al cuore della Corte penale, poi ha seppellito ciò che restava del sistema dei diritti umani e ci ha gettato il cadavere: “Ecco, seppellitelo”, ha detto con lo stesso tono usato per dare ordini durante i massacri sulla costa siriana, quando gli alawiti venivano seppelliti sotto le macerie, senza testimoni, senza indagini, a volte senza nome, con solo un numero... Una buca, e tutto è finito.

Trump ha agito come un cowboy: ha sparato e poi ha dichiarato che il bersaglio minacciava la sicurezza. Tutto questo sotto gli occhi delle nazioni. E anche sotto i nostri occhi... Sotto gli occhi dell’Europa, per la precisione.

L’Europa che ha redatto queste leggi dalle ceneri delle sue guerre, dai suoi complessi psicologici mai risolti, dalla sua paura di sé stessa.

E oggi guarda, silenziosa... Con tutti i suoi complessi psicologici, l’Europa oggi tace. Seppellisce il suo figlio giuridico a sangue freddo, come le madri di Gaza seppelliscono i loro figli...

Con una sola lacrima, perché il tempo non permette di piangere a lungo.

Capite ora? Tutte le leggi sui diritti umani, dallo Statuto di Roma alla Carta internazionale, sono buone per le lezioni accademiche e i corsi di formazione che si concludono con la consegna dei diplomi e le foto di rito dopo la cerimonia di laurea agli esperti soddisfatti.

E tutto si decide a Washington.

È così che viene amministrata la giustizia internazionale nell’era dell’egemonia: un elenco di sanzioni... e un tappeto rosso steso davanti al boia.

Avete seguito bene la storia...

Un’italiana nella lista usamericana dei terroristi politici... Si chiama Francesca Albanese. Non è originaria di Gaza, non è uscita da una guerra, non è nata sotto il blocco. Non nasconde armi o bombe nella borsa, non appartiene a un’organizzazione segreta... Proviene dal mondo del diritto, dalle istituzioni delle Nazioni Unite, da una burocrazia neutrale... Tutto quello che ha fatto è stato redigere un rapporto ufficiale su quanto è accaduto a Gaza...

Ha scritto ciò che ha visto: sangue, macerie, un vero e proprio crimine... Ha scritto che ciò che è successo lì non è stata un’operazione di sicurezza, né legittima difesa, ma un genocidio... Ha fatto il suo lavoro con il linguaggio dei rapporti, senza slogan, senza grida di battaglia, senza nemmeno mettere una mezza anguria rossa a margine... Francesca Albanese ha sconvolto l’ordine mondiale perché non ha mentito...

Non ha violato le regole diplomatiche... Ha semplicemente applicato la legge...

 ➤Firma la petizione

Premio Nobel per la pace a Francesca Albanese e ai medici di Gaza