Pages
Pages
Libellés
Maps Cartes Mapas نقشه ها خرائط
29/05/2026
Lavinia Marchetti: Perché la Palestina è la lotta di tutti?|Why is Palestine Everyone's Struggle?|Warum ist Palästina der Kampf aller Menschen?|¿Por qué Palestina es la lucha de tod@s?|Pourquoi la Palestine est-elle le combat de tout le monde ?
14/03/2026
Trauma normalizzato, normalità traumatizzata: l’esposizione per la Palestina “Kalanlar Filistin” a Istanbul
Il 30 marzo 2026, nel quartiere Harbiye di Istanbul, la mostra solidale “Kalanlar Filistin” [Ciò che resta della Palestina] chiude i battenti dopo tre mesi di apertura. Milena Rampoldi di ProMosaik ha visitato questa mostra per noi e ci racconta le sue impressioni.
Milena Rampoldi, 14-3-2026
A prima vista, questa mostra organizzata
dall’associazione culturale turca “Kalyon
Kültür” la si può considerare come il racconto della distruzione
sionista della vita palestinese (famiglia, scuola, infanzia, cultura) e,
quindi, come una presentazione materiale del genocidio sionista. Tuttavia, ciò
che conta davvero qui, se ti trovi nel bel mezzo dell’esposizione e la vivi,
non è la brutale distruzione che percepisci in superficie, ma ciò che rimane e
si mantiene dopo la distruzione.
Si tratta di tutto ciò che il sionismo non
può toccare, ovvero l’anima, la resistenza e l’umanità. Infatti, il titolo di
questa mostra innovativa, che in qualche modo sovverte la pedagogia museale
classica e i suoi paradigmi dialettici, si potrebbe tradurre “Ciò che resta
della Palestina”.
Ciò che rimane e si mantiene dopo i
bombardamenti e gli attacchi aerei dell’esercito israeliano, simbolo ed essenza
del neocolonialismo in Medio Oriente, è la dignità umana, lo spirito di
resistenza e l’umanità palestinese di un popolo oppresso, ma che in nessun modo
è vittima di questa distruzione.
Il visitatore entra in un dialogo empatico
con la realtà della guerra in Palestina, “ricreata” nelle strutture della
mostra. Il visitatore perde ogni distanza. La sua empatia è il risultato dell’abolizione
di ogni dialettica tra la sua esistenza sicura e stabile a Istanbul-Harbiye e
il genocidio a Gaza. Tuttavia, il visitatore non è lì per percepire la
Palestina come realtà oggettivizzata nel senso di Edward Said e per piangere
questa realtà come benefattore, ma per apparire come un testimone della
Palestina e lasciare la mostra come un testimone a vita.
Come la testimonianza nel Corano, la
testimonianza di un evento storico non è un diritto, ma un obbligo. E questo
impegno porta ad una responsabilità etica. Il visitatore interagisce con la
distruzione e non si esime dalla sua responsabilità. Poiché l’obbligo di
difendere la Palestina non è la scelta di una giornata di sole ad Harbiye, ma l’obbligo
etico di una vita come persona che pensa, testimonia e agisce eticamente. Come
conferma la presentazione sul sito della mostra: “Questa mostra non è una
visita, ma un atteggiamento”.
Ciò che rimane dopo la distruzione
sionista è il “resto” ontologico, il resto che si oppone a ogni brutalità
ontologica.
“In questo contesto, la distruzione non è
un momento, ma una struttura che ha acquisito la propria continuità; il trauma
è il nuovo modus vivendi quotidiano”.
Il trauma in Palestina si normalizza. La
vita palestinese a Gaza è il vestigio di questa normalità traumatizzata.
Tuttavia, il trauma è ora anche un aspetto quotidiano del visitatore, che è
diventato un confidente/testimone responsabile per la vita.
“I visitatori non sono invitati a un
sollievo emotivo, ma a un dibattito etico. Qui non ci si aspetta compassione,
ma testimonianza. Perché la testimonianza comporta responsabilità”.
Non si tratta della catarsi del
visitatore, come avviene in una tragedia greca, ma della fastidiosa conoscenza
del genocidio sionista a Gaza.
Ciò che resta sono persone silenziose e
oggetti silenziosi che rimangono immutati al loro posto come testimoni della
distruzione. Questo aspetto si nota soprattutto nelle stanze in cui vengono
mostrate la cucina, l’aula e la casa palestinese dopo i bombardamenti
israeliani. Il materiale rimane, un pezzo di parete, un barattolo vuoto, un
banco di scuola, una lavagna..., e questi oggetti sono silenziosi.
Le prime vittime sono sempre i bambini.
Perché il genocidio sionista è prima di tutto un genocidio di bambini. Per
questo, anche la figura di Handala è al centro di questa mostra.
Handala è il famoso personaggio dei
fumetti dell’artista grafico palestinese Naji al-Ali del 1969, dai tratti
autobiografici molto marcati. I bambini uccisi a Gaza e i bambini che, come il vignettista,
sono diventati rifugiati sopravvissuti sono il simbolo di una testimonianza che
permane e sfida la distruzione brutale.
“Quello che si può vedere qui non è una
perdita, ma un tempo irrecuperabile”.
“Il filo spinato al centro dell’installazione
trasforma il confine di una linea geografica in un’esperienza permanente
impressa nel corpo e nella memoria. Questa installazione non è concepita come
una composizione estetica; vuole che il visitatore senta immediatamente l’interruzione
tra oggi e ieri e il suo significato etico. Il lavoro chiama all’osservazione,
non alla pietà”.
Come menzionato, il trauma si identifica
con la normalità. La guerra è una continuità e il labirinto della mostra è una
realtà costante. Il visitatore accede al labirinto. Il visitatore vi rimane
volontariamente e vive l’oscurità della prigionia come un’esperienza permanente
a livello acustico. I bambini insegnano al visitatore che cos’è la guerra -
acusticamente e visivamente. Le urla dei bambini si imprimono nella mente e
nell’anima dello spettatore testimone. Allo stesso tempo, la visita guidata
alla mostra illumina i diversi movimenti sulle pareti grigie del labirinto. La
violenza e la brutalità fanno parte della vita quotidiana e non fanno
eccezione. Non scappi da questo labirinto, rimani dentro, ascolti ed impari
dolorosamente la resistenza, che poi permane come un’eco dopo la tua uscita
dalle sale della mostra.
Quando le bombe dormono, anche noi
possiamo dormire
In paradiso c’è la cioccolata?
Allah è dalla nostra parte!
“Quello che sta accadendo qui non è una
deviazione, ma l’ordine stesso”.
Il visitatore non può più uscirne fuori.
Non è una stanza di fuga, è la sua testimonianza della Palestina, la colonia
sionista del Medio Oriente di bambini come Handala.
L’altra sala, dove si leggono i nomi dei
martiri, svolge la stessa funzione. Anche qui il testimone non fugge, ma
rimane. Viene soppressa la dialettica tra testimonianza e testimone. Ci
troviamo nello spazio post-dialettico della risposta dei palestinesi allo stato
sionista, ancora imprigionato nella sua dialettica antiquata.
14/02/2026
DICHIARAZIONE DI SOSTEGNO ALLA RELATRICE SPECIALE ALBANESE
United Staff for Gaza, 13 febbraio 2026
Tradotto da Tlaxcala
United Staff for Gaza è un'associazione di attuali ed ex membri del personale delle Nazioni Unite, che agiscono a titolo privato. Visita il nostro sito web, contattaci via email.
United Staff for Gaza esprime rammarico per il fatto che i ministri degli Esteri francese, tedesco e di altri paesi, basandosi su evidenti disinformazione e informazioni errate, abbiano mosso accuse ingiustificate contro la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, Francesca Albanese. Chiediamo una rettifica di questi errori e invitiamo a porre fine agli attacchi personali, alle minacce e alla disinformazione mirati contro le agenzie, i titolari di mandato e il personale delle Nazioni Unite.
I fatti:
Il 7 gennaio, tramite un video preregistrato e
trasmesso a distanza, la Relatrice Speciale Albanese ha tenuto un discorso al
Forum di Al Jazeera, una conferenza organizzata da tale emittente a Doha, in
Qatar. Il tema della conferenza era “La causa palestinese e l'equilibrio di
potere regionale nel contesto di un mondo multipolare emergente”. La Relatrice
Speciale Albanese ha parlato della commissione del genocidio dei palestinesi e
dei modi in cui la comunità internazionale, a suo avviso, ha favorito e
incoraggiato questo genocidio. A metà del suo intervento, la Relatrice Speciale
ha affermato che il sistema di complicità globale nel genocidio – basato su
interessi finanziari, algoritmi dei (social) media e commercio di armi – è
stato smascherato e si è dimostrato essere “il nemico comune dell'umanità”.
Ben presto sono circolati online video e immagini
fabbricati, sostenendo che la Relatrice Speciale avesse detto che “Israele è il
nemico comune dell'umanità” – una distorsione palesemente falsa delle sue
parole. Il 10 febbraio, un gruppo di parlamentari francesi, che in passato
avevano già attaccato la Relatrice Speciale Albanese, ha inviato una lettera
congiunta al ministro degli Esteri francese, ripetendo false accuse e
distorcendo ulteriormente le sue parole in modi troppo vergognosi per essere
descritti. Hanno chiesto al ministro degli Esteri di adoperarsi per imporle
sanzioni e farla rimuovere dal suo mandato alle Nazioni Unite.
Il giorno successivo, nell'Assemblea Nazionale
francese, la parlamentare che aveva coordinato la lettera ha ripetuto le false
accuse in essa contenute e ha chiesto al ministro degli Esteri di confermare se
il governo avrebbe cercato di far rimuovere la Relatrice Speciale Albanese dal
suo incarico. In una risposta sorprendente e carica di astio, il ministro ha
affermato che la Francia condanna le sue “dichiarazioni oltraggiose e
riprovevoli” e chiede le sue dimissioni. Il 12 febbraio, la ministra degli
Esteri tedesca ha fatto eco al suo omologo francese, condannando le “recenti
dichiarazioni della Relatrice Speciale Albanese su Israele” e affermando che “la
sua posizione è insostenibile. Anche i ministri degli Esteri austriaco,
italiano e ceco hanno amplificato la disinformazione.
- United
Staff for Gaza esprime allarme per il fatto che i ministri degli Esteri
francese, tedesco e di altri paesi sembrano aver accettato acriticamente
come fatti delle chiare distorsioni delle parole della Relatrice Speciale
Albanese. Li incoraggiamo a considerare le prove e a ritirare le loro
dichiarazioni di condanna. Apprezziamo che il ministro degli Esteri
austriaco abbia cancellato il suo precedente post su X in merito.
- United
Staff for Gaza condanna senza riserve la disinformazione e altre azioni
ostili dirette contro la Relatrice Speciale Albanese, così come contro la
Corte Penale Internazionale (CPI) e l'Agenzia delle Nazioni Unite per il
Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente
(UNRWA). Deploriamo che la Relatrice Speciale, così come 11 giudici e
procuratori della CPI, siano stati sanzionati dagli Stati Uniti d'America,
e che l'UNRWA sia stata sottoposta, da parte del Governo israeliano, a
violenza, ostacoli e diffusa disinformazione. Osserviamo che quest'ultimo
tentativo di distorcere le parole della Relatrice Speciale Albanese si
inserisce in una più ampia campagna di disinformazione volta a minare la
capacità delle Nazioni Unite di proteggere i diritti umani del popolo
palestinese. Esprimiamo costernazione per le falsità propagate dai
parlamentari francesi che hanno co-firmato la suddetta lettera, e
accogliamo con favore lo sforzo di un altro gruppo di parlamentari
francesi che hanno cercato di ristabilire la verità. Ribadiamo che i
titolari di mandato e i membri del personale delle Nazioni Unite non
devono essere oggetto di attacchi nel legittimo esercizio delle funzioni
loro conferite dagli Stati membri. In questa ottica, ribadiamo inoltre la
nostra solidarietà ai quasi 400 membri del personale dell'ONU che sono
stati uccisi dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza dall'ottobre
2023.
- United
Staff for Gaza invita all'unità di sostegno per la Relatrice Speciale
Albanese, così come per la CPI e l'UNRWA. Invitiamo tutti gli Stati membri
del Consiglio per i Diritti Umani a mantenere il loro impegno per
l'integrità del sistema delle procedure speciali. Concordiamo con la
dichiarazione rilasciata in merito dal Segretario Generale di Amnesty
International e accogliamo con favore il fact-checking fornito dal
Portavoce dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i
Diritti Umani.
- United
Staff for Gaza sottolinea inoltre che la comunità internazionale deve
rimanere impegnata sulla questione e intensificare le sue condanne per gli
atti incessantemente disumani e illegali perpetrati dal Governo israeliano
contro il popolo palestinese. Questi atti includono, tra molte altre
flagranti violazioni del diritto internazionale, la continuazione dei
bombardamenti a Gaza nonostante il presunto cessate il fuoco, le
persistenti restrizioni alla consegna di aiuti umanitari criticamente
necessari, la oltraggiosa violenza contro l'UNRWA e lo sfollamento forzato
e l'annessione de facto della Cisgiordania – il tutto in flagrante
disprezzo delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia.
Una copia di
questa dichiarazione sarà trasmessa al Presidente del Consiglio per i Diritti
Umani.
NdT
La lettera firmata da una quarantina di deputati del gruppo Renaissance (macronisti) è stata promossa da Caroline Yadan, deputata dell'ottava circoscrizione dei francesi all'estero (che comprende in particolare Israele). Tra i firmatari figurano Olivia Grégoire, Sylvain Maillard, Constance Le Grip e l'ex prima ministra Élisabeth Borne, nonché Sandro Gozi, ex membro del Fronte della Gioventù neofascista diventato «liberal-macronista», eletto eurodeputato italiano in Francia.
28/10/2025
Giovani scriventi di Palestine Nexus riflettono su due anni di genocidio
Zachary
Foster, Palestine
Nexus, 16/10/2025
Tradotto da Tlaxcala
Ghaydaa Kamal, Dalal Sabbah, Hani Qarmoot e Rama Hussain AbuAmra (da sinistra a destra)
Il popolo palestinese di Gaza ha vissuto due anni di
genocidio. Eppure, nonostante gli sfollamenti forzati, la campagna di fame e
gli omicidi di massa, i giovani scriventi di Gaza hanno rifiutato di tacere.
Hanno raccontato i loro corpi affamati, le esperienze di morte sfiorata e la
lotta per trovare cibo, medicine, acqua e rifugio. Viaggiano per ore per
trovare una connessione internet e scrivono a stomaco vuoto mentre sostengono
le loro famiglie e aiutano chi ha ancora meno. Rischiano la vita ogni giorno
per raccontare al mondo le storie della Palestina, e resteremo per sempre ammirativi
del loro coraggio e della loro resilienza. Ecco alcune delle loro riflessioni
guardando indietro agli ultimi due anni.
— Dr. Zachary Foster, fondatore di Palestine Nexus
Hani Qarmoot, 22 anni, giornalista e cantastorie del campo di Jabalia
«Durante i due anni di genocidio, ogni giorno è stato segnato dalla fame, dallo sfollamento, dal sangue e dal fragore delle esplosioni. Per la nostra sopravvivenza, per la continuazione delle nostre storie e per il riconoscimento della nostra sofferenza e del nostro sorriso, scrivo nel buio. Anche se ho perso amici, colleghi, insegnanti e persone care, i loro ricordi mi sostengono. Il suono della risata di un bambino, il messaggio di un amico o il silenzio tra le esplosioni sono cose che mi danno vita. Scrivere è un atto silenzioso di resistenza che dimostra che siamo ancora vivi. Le nostre parole sono il nostro scudo e la nostra voce non sarà mai messa a tacere.»
— Hani Qarmoot
Rama Hussain AbuAmra, 23 anni, scrittrice e traduttrice di Gaza City
«Faccio ancora fatica a credere che questo genocidio possa davvero finire. Per due anni abbiamo vissuto un incubo che ha rubato ogni traccia di amore, sicurezza e gioia. Siamo stati spogliati delle nostre case, dei nostri ricordi e delle persone che amiamo. Ogni momento era intriso di paura — paura di perderci, paura di perdere chi amiamo.
Una notte mi perseguita più di tutte: quella del 10 ottobre 2023. Alle 1:30 del mattino, una telefonata ci avvertì di evacuare l’edificio prima che fosse bombardato e ridotto in macerie. Come si può mettere un’intera vita in una sola borsa? La mia infanzia, i miei libri, i miei vestiti preferiti, l’angolo che amavo all’alba e al tramonto, tutto è rimasto indietro. Siamo corsi, senza fiato, verso un ospedale vicino, aspettando l’ignoto. Poi arrivò il rombo dell’esplosione che distrusse la nostra casa e i nostri cuori. Il giorno dopo fuggimmo ad Al-Zawaida, nel sud di Gaza, solo per assistere a un altro orrore: 25 anime della stessa famiglia spazzate via. Il fumo riempiva i nostri polmoni, il vetro cadeva come pioggia e il sangue copriva il terreno. Vedo ancora la cenere, le finestre infrante, gli arti sparsi.
Siamo sopravvissuti, in qualche modo. Ma le cicatrici restano. E ora aspettiamo, non in pace, ma con una fragile speranza.»
— Rama Hussain AbuAmra
Dalal Sabbah, 20 anni, studentessa di traduzione inglese di Rafah
«Negli ultimi due anni, ho affrontato la sfida di documentare la vita a Gaza,
assicurandomi che le nostre storie raggiungessero il mondo al di là delle
macerie e del silenzio. Ogni giorno è stato una prova di resistenza, ma sono
rimasta salda, perché queste storie meritano di essere raccontate.
Nonostante gli sfollamenti ripetuti, la stanchezza, la paura costante e la
vicinanza alla morte; nonostante la perdita di molti membri della mia famiglia,
ho dovuto continuare a scrivere per registrare questi momenti e onorare la
memoria di coloro che abbiamo perso. Scrivere è diventato più di una
professione; è diventato un grido silenzioso dal cuore al mondo, una
testimonianza di vite che sfidano la morte ogni giorno, e la prova che le
nostre voci non scompariranno tra il fumo e le macerie.
Anche quando la disperazione mi opprime, continuo. Scrivo, parlo, testimonio,
perché è il mio dovere verso il mio popolo, verso la mia patria, verso la
Palestina.
E qualunque cosa accada, la Palestina è libera, dal fiume al mare.»
— Dalal Sabbah
Khaled Al-Qershali, 22 anni, giornalista freelance di Al-Nasser
«Anche se il genocidio dell’occupazione israeliana è finito e io sono sopravvissuto, nulla di ciò che mi è stato tolto mi sarà mai restituito. Ho perso due amici cari, Mohammed Hamo e Abdullah Al-Khaldi, insieme alla mia casa e alla vita che conoscevo prima del 7 ottobre 2023.
Da quel giorno, la vita come la conoscevo è stata distrutta. Gli ultimi due anni sono stati segnati da sfollamento, fame, paura e perdita costante.
Spero che il cessate il fuoco regga, ma faccio fatica a crederci. Durante l’ultimo cessate il fuoco, a gennaio, mio nonno e i miei zii tornarono a Gaza per ricostruire le loro vite dalle rovine. Ma era una trappola: il genocidio riprese e tutto ciò che avevano ricostruito sparì.»
— Khaled Al-Qershali
Ghaydaa Kamal, 23 anni, giornalista e traduttrice di Khan Yunis
23/10/2025
Il governo di Israele si vanta di sadismo, abusi e torture
Gideon Levy, Haaretz, 23/10/2025
Tradotto da
Tlaxcala
NdT: stanchi dell'uso e abuso del termine “ostaggi” per indicare gli israeliani catturati il 7 ottobre, abbiamo scelto di tradurre il termine con “catturati”.
Il ritorno dei catturati israeliani ha messo a nudo una verità che tutti
conoscevano: il cattivo trattamento riservato da Israele ai prigionieri
palestinesi ha peggiorato le condizioni degli israeliani tenuti prigionieri a
Gaza. Ora è chiaro che il male aveva un prezzo.
Nadav Eyal ha riferito mercoledì su Yediot Aharonot che
il servizio di sicurezza Shin Bet aveva avvertito già alla fine del 2024 che le
dichiarazioni del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir stavano
aggravando le condizioni già terribili che i catturati stavano subendo, e a nessuno importava.
Prigionieri palestinesi in attesa di rilascio nel carcere
di Ofer. Foto Tali Meir
Ogni volta che Ben-Gvir si vantava degli abusi che
ordinava, di cui il giornalista Yossi Eli si compiaceva nei suoi reportage
sadici su Canale 13 su ciò che accadeva nelle prigioni israeliane, la vendetta
arrivava dai tunnel.
È sgradevole ammettere il male israeliano. Ma perché
abbiamo dovuto conoscere prima la vendetta dei rapitori palestinesi per essere
scioccati dalla malvagità dei rapitori israeliani? Ciò che è accaduto (e sta
ancora accadendo) nella prigione di Sde Teiman è stato una vergogna, a
prescindere dalla terribile sofferenza che ha causato ai catturati.
L’ingresso della base militare e centro di detenzione di Sde Teiman. Foto Eliyahu Hershkovitz
È vergognoso che sia stato l’abuso dei catturati a suscitare indignazione per il trattamento da
parte di Israele dei suoi prigionieri palestinesi, compreso il titolo di
mercoledì di Yediot Aharonot, che finora non si era per nulla interessato a ciò
che fa Israele.
Il quotidiano britannico The Guardian ha riferito questa
settimana che almeno 135 corpi mutilati e smembrati sono stati restituiti a
Gaza. Accanto a ciascuno dei corpi mutilati sono state trovate note che
indicavano che erano stati detenuti a Sde Teiman. In molte delle foto si
vedevano le mani legate dietro la schiena.
Non pochi mostravano segni di tortura, inclusa la morte
per strangolamento, per essere stati travolti da un carro armato e con altri
mezzi. Non è chiaro quanti siano stati uccisi dopo il loro arresto. Sde Teiman
era un punto di raccolta per palestinesi uccisi altrove.
Il Club dei prigionieri palestinesi riferisce che le circa 80 morti di detenuti palestinesi in carcere potrebbero aver sottostimato la verità. The Guardian ha visto solo alcuni dei corpi e ha confermato i segni di abuso, ma ha detto che non potevano essere pubblicati a causa delle loro condizioni. Il corpo di Mahmoud Shabat, 34 anni, mostrava segni di essere stato impiccato. Le sue gambe erano state schiacciate da un carro armato e le sue mani erano legate dietro la schiena. «Dov’è il mondo?» ha chiesto sua madre.
La situazione dei palestinesi in vita che sono stati
rilasciati non è molto migliore. Molti avevano difficoltà persino a stare in
piedi al momento del rilascio, un fatto scarsamente coperto dai media
israeliani.
Il dott. Ahmed Muhanna, direttore dell’ospedale Al-Awda a
Jabalya, che era stato portato via nel dicembre 2023 e rilasciato durante la
tregua, ha detto questa settimana di essere stato spostato di luogo in luogo
durante la detenzione, incluso in un posto che ha descritto come un canile,
dove i soldati lo hanno maltrattato con cani spaventosi.
L’aspetto emaciato del medico non lasciava dubbi sulle condizioni della sua detenzione. Israele detiene altri 19 medici di Gaza in condizioni simili.
Dovremmo ricordare le condizioni in cui Adolf Eichmann è stato detenuto. Nessuno lo ha maltrattato fisicamente prima che fosse giustiziato per ordine del tribunale.
Prigionieri palestinesi liberati portano fucili mentre arrivano nella Striscia di Gaza dopo la loro liberazione dalle carceri israeliane, a seguito di un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, fuori dall’ospedale Nasser a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, in ottobre. Foto Abdel Kareem Hana, AP
All’epoca, Israele si vantava delle sue condizioni di detenzione. Oggi il governo si
vanta di sadismo, abusi e torture. Lo fa perché conosce le anime dei suoi
cittadini. La maggioranza degli israeliani è vendicativa e approva gli abusi.
A eccezione di organizzazioni come Medici Senza
Frontiere, B’Tselem e il Comitato contro la Tortura, quasi nessuno si è opposto
a quanto stava accadendo. Per i terroristi della Nukhba, tutto è permesso.
La definizione di chi conta come tale include chiunque
abbia osato entrare in Israele il 7 ottobre. Il giornalista Ben Caspit ha detto
questa settimana che tutti i combattenti della Nukhba dovrebbero essere
giustiziati. Sembra che lo Shin Bet, il Servizio penitenziario israeliano e le
Forze di Difesa israeliane abbiano già iniziato il lavoro seriamente.
L’unica preoccupazione di Israele è il danno arrecato ai catturati
. Tutto il resto è perdonato. In molti casi, ci eccitiamo persino, custodiamo e
apprezziamo gli abusi. Volevamo
il sadismo; abbiamo ottenuto il sadismo.
Manifestazione in Estremadura contro Rheinmetall, fabbrica di morte: un messaggio universale
Tlaxcala, 23 ottobre 2025
Dalle
profondità della Spagna rurale si leva un grido di rabbia, di dignità violata,
un appello alle coscienze della vecchia Europa: fermiamo i fabbricanti e i
mercanti di morte! Sabato 25 ottobre, per la seconda volta, si terrà una
manifestazione davanti alla fabbrica di armi Rheinmetall a Navalmoral de la
Mata, nella provincia di Cáceres, in Estremadura, su iniziativa dei collettivi La Vera con
Palestina e Extremadura con
Palestina. Di seguito un riassunto dei documenti pubblicati in spagnolo e tedesco.
L’appello s’intitola “No al rearme, stop genocidio” – No al riarmo della Spagna e dell’Europa, fermiamo il genocidio. Nel quadro del piano “Rearm Europe” della Commissione europea, il governo di Madrid si è impegnato a rispettare l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alle spese militari. L’obiettivo – che divide la coalizione di governo – è raggiungere entro il 2029 un bilancio superiore ai 40 miliardi di euro.
Collegare la
lotta contro il riarmo alla solidarietà con la Palestina
La
rivendicazione centrale è quella di unire la lotta contro il riarmo alla
solidarietà con il popolo palestinese, vittima di un genocidio perpetrato da
Israele con la complicità dell’Occidente. Gli organizzatori invocano la nascita
di un movimento sociale internazionalista contro la militarizzazione e
l’economia di guerra.
Critica del
modello occidentale e appello alla disobbedienza
Il testo
dell’appello dipinge un quadro apocalittico del mondo contemporaneo:
l’Occidente è un impero decadente, guidato da élite egoiste (USA ed Europa)
che, di fronte alla crisi ecologica ed energetica, scommettono sulla guerra e
sulla conquista. Il riarmo è visto come una strategia per mantenere il modello
iperconsumista e accaparrarsi le risorse del Sud. La Germania dei “poeti e
pensatori” diventa quella dei “giudici e boia”, seguendo gli Stati Uniti,
rinunciando alla propria autonomia energetica (il gas russo) per rilanciarsi
con la produzione di armi.
L’appello
sviluppa un argomento economico e morale: ogni aumento del bilancio militare si
traduce in una riduzione delle spese sociali. Gli autori denunciano una nuova
era di austerità, paragonabile a quella degli anni 2010, e accusano i governi
spagnoli, compresi quelli socialisti, di partecipare alla privatizzazione del
bene comune a vantaggio del complesso militare-industriale.
Un appello
diretto è rivolto agli operai delle fabbriche Rheinmetall in Estremadura:
“Os parece ético trabajar para esta empresa cómplice del genocidio?” – Vi
sembra etico lavorare per un’azienda complice del genocidio?
Le
rivendicazioni comprendono: eliminazione degli aiuti pubblici all’industria
bellica, embargo totale sulle armi destinate a Israele, rottura delle relazioni
diplomatiche, perseguimento penale dei dirigenti coinvolti, fine del riarmo
europeo e avvio di un programma di decrescita.
Rheinmetall:
un simbolo della guerra moderna
L’articolo di
José Luis Ybot (El Salto, 17 settembre 2024) ripercorre la storia della
Rheinmetall, la più grande impresa bellica tedesca, nata nel XIX secolo,
associata al regime nazista, poi convertita alla produzione civile prima di
tornare a essere un pilastro del riarmo dal 1956. Dal 2000 si è nuovamente
concentrata sul settore militare: carri Leopard, Eurofighter Typhoon, droni,
laser, sistemi di difesa, ecc.
Nel 2022
Rheinmetall ha acquistato Expal, filiale del gruppo spagnolo Maxam,
proprietario degli stabilimenti di El Gordo e Navalmoral de la Mata. Questi
siti, coinvolti nella produzione e nello smantellamento di mine antiuomo, fanno
dell’Estremadura una regione “sacrificata” al servizio dell’economia di guerra.
Dall’inizio
della guerra in Ucraina, il valore di Rheinmetall si è quintuplicato. Tra i
suoi azionisti figurano BlackRock, Goldman Sachs e Bank of America. L’impresa
beneficia della domanda mondiale di armamenti, soprattutto attraverso la sua
filiale ucraina creata nel 2023.
Inchiesta:
Rheinmetall a El Gordo e Navalmoral
Un reportage
di Luis Velasco San Pedro (El País, 1 novembre 2024) mostra come il
villaggio di El Gordo viva grazie a Rheinmetall: 200 abitanti vi lavorano, i
salari superano i 1600 euro e la disoccupazione è quasi nulla. Ma domina una
cultura del segreto. I dipendenti firmano clausole di riservatezza e affermano:
“Lo que se hace allí es top secret.”
La deputata
Nerea Fernández (Unidas por Extremadura) denuncia la complicità
regionale e il finanziamento pubblico di Rheinmetall (58.060 euro di fondi
europei). Invoca la riconversione di queste fabbriche alla produzione civile.
Per lei, “il genocidio di Gaza comincia in Estremadura”.
Mobilitazioni
popolari e critica globale
Il comunicato
che convocava la precedente manifestazione del 6 ottobre 2024 invitava al
boicottaggio di Israele e alla disobbedienza civile:
“La única forma de buscar la paz es no fabricar la guerra.” – L’unico
modo di cercare la pace è non fabbricare la guerra.
L’Europa vi
era descritta come un “mega-Israele” militarizzato, costruito sulla paura e
sulla dipendenza dall’economia di guerra.
Il dossier
combina inchiesta, manifesto e appello morale. Denuncia il capitalismo di
guerra e collega la lotta locale contro Rheinmetall alla causa palestinese. Gli
autori affermano una convinzione: la lotta per la pace comincia là dove si
fabbricano le armi.
Il messaggio
vale urbi et orbi, in Europa, nelle Americhe e in Asia: bisogna fermare
i fabbricanti e i commercianti di morte, ovunque essi siano, “con ogni mezzo
necessario”. Finora solo una fabbrica d’armi, la Elbit Systems di Bristol, nel
Regno Unito, ha cessato le proprie attività. Il merito va ai coraggiosi
militanti di Palestine Action, banditi come “terroristi” e perseguiti in
tribunale. Lo stesso accade ai militanti tedeschi di Palestine Action
Germany, che hanno compiuto un’azione simbolica contro la fabbrica Elbit
Systems di Ulm: cinque di loro sono sotto processo.
Un altro
aspetto delle mobilitazioni riguarda il trasporto di armamenti verso Israele,
di due tipi: armi pronte all’uso e componenti destinati alle fabbriche
israeliane di morte. Manifestazioni si sono tenute a Marsiglia, Genova e
Tangeri; altre sono in preparazione.
La nave cargo Marianne
Danica, che trasportava proiettili da 155 mm per Elbit Systems, provenienti
da Chennai (India) e diretti a Haifa, si è deviata da Gibilterra a Casablanca
per evitare le proteste spagnole. Un’altra nave, l’Ocean Gladiator, con
163 tonnellate di bossoli di ottone prodotti nella fabbrica Wieland di Buffalo
(USA), ha appena attraversato lo stretto di Gibilterra e si dirige verso
Ashdod, con prossima tappa a Limassol (Cipro) il 3 novembre [si può seguire qui]. Lì la aspettiamo.
20/10/2025
Israele tra una guerra di sterminio e una guerra elettorale
Ameer Makhoul, Progress Center for Policies, 18/10/2025
إسرائيل بين حرب الإبادة وحرب الانتخابات
Tradotto da Tlaxcala
Introduzione
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il
ministro della Difesa Israel Katz hanno nuovamente minacciato di riprendere la
guerra contro la Striscia di Gaza, avvertendo che useranno la forza se Hamas
non consegnerà i corpi dei prigionieri e detenuti israeliani.
Nel frattempo, il ministro per gli Affari Strategici, Ron Dermer, ha
intensificato i suoi contatti con l’amministrazione Trump, presentando rapporti
d’intelligence secondo cui Hamas avrebbe la capacità di restituire un gran
numero di corpi, una mossa vista come un tentativo di ottenere il via libera usamericano
a una nuova escalation militare.
Parallelamente, il Forum delle Famiglie dei Prigionieri e
Detenuti ha lanciato un appello pubblico a Netanyahu, chiedendo la ripresa
della guerra finché tutti i corpi non saranno restituiti, trasformando una richiesta umanitaria in uno
strumento politico nella lotta interna per il potere in Israele.
La guerra al servizio della politica interna
Le rinnovate minacce di guerra da parte di Israele sembrano essere dettate più
da esigenze politiche ed elettorali che da obiettivi militari immediati.
Netanyahu e Katz hanno persino ribattezzato la guerra contro Gaza, passando da
“Spade d’Oro” a “Guerra della Rinascita” o “Guerra della Resurrezione”, nel
tentativo di rimodellare la narrazione israeliana e presentarla come parte di
una più ampia “Guerra dei Sette Fronti” che includerebbe Libano, Siria, Yemen,
Iraq, Iran, Cisgiordania e Gaza.
Attraverso questa nuova etichetta, Netanyahu cerca di
deviare le richieste di responsabilità per gli eventi del 7 ottobre 2023, in
particolare la creazione di una commissione ufficiale d’inchiesta, che continua
a respingere con il pretesto che “non si possono condurre indagini in tempo di
guerra”. Questa strategia è strettamente legata alle elezioni previste per
l’estate 2026.
Le lacune del Piano Trump e le ripercussioni regionali
Le minacce israeliane coincidono con il dibattito in corso sui dettagli del
cosiddetto “Piano Trump” per porre fine alla guerra — descritto dal Ministero
degli Esteri egiziano come “pieno di lacune”. Tra le questioni irrisolte figurano:
- Lo scambio di corpi e prigionieri.
- Il disarmo di Gaza e di Hamas.
- Il ritiro graduale di Israele.
- La governance e la ricostruzione nella fase postbellica.
Le stime palestinesi valutano il costo della
ricostruzione di Gaza tra i 60 e i 70 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita e
gli Emirati Arabi Uniti avrebbero espresso una disponibilità condizionata a
contribuire con circa 20 miliardi ciascuno, a condizione che vi siano
stabilità, disarmo e l’abbandono del potere da parte di Hamas, segno che gli
aiuti economici sono strettamente legati al nascente quadro politico e di
sicurezza.
— In una lotta per la sopravvivenza, le misure estreme sono giustificate!
— … Soprattutto se si tratta della sopravvivenza della mia carriera politica!
David Horsey
La dimensione elettorale interna
Un sondaggio del quotidiano Maariv ha mostrato un miglioramento della
posizione della coalizione di governo dopo il rilascio dell’ultimo gruppo di
prigionieri vivi. Il sostegno al partito Likud è aumentato, mentre il partito
Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich ha superato la soglia parlamentare. Al
contrario, il partito di Benny Gantz è sceso al di sotto di tale soglia.
Il sondaggio ha previsto 58 seggi per l’opposizione, 52 per la coalizione e 10
per i partiti arabi, che potrebbero guadagnare terreno alle prossime elezioni.
Per Netanyahu, questa configurazione è ideale: gli
permette di formare una minoranza di blocco che impedisce all’opposizione di
formare un governo senza l’appoggio di un partito arabo, un’eventualità
inaccettabile all’interno del consenso sionista. Così Netanyahu potrebbe
rimanere a lungo primo ministro ad interim, con un controllo parlamentare
minimo, spiegando il suo interesse per elezioni anticipate se i sondaggi
continueranno a essere favorevoli.
Tra l’opzione della guerra e la necessità di stabilità
Nonostante la retorica aggressiva, vincoli interni e internazionali riducono la
probabilità di una nuova guerra. La stanchezza militare, morale ed economica in
Israele, insieme alla mancanza di un via libera usamericano, rendono una
ripresa delle ostilità un rischio politico piuttosto che un’opportunità
strategica.
Il Piano Trump, che gode di un ampio sostegno regionale e
internazionale, rappresenta il pilastro della strategia di Washington per
ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente, in particolare nel quadro dei
tentativi di concludere accordi di normalizzazione con Arabia Saudita e
Indonesia. Il fallimento della sua attuazione minerebbe la fiducia nella
capacità degli USA di gestire le intese regionali.
Il dilemma dei corpi e il ruolo degli attori regionali
La questione dei corpi dei prigionieri rappresenta una vera prova della
solidità dell’accordo. Fonti israeliane riconoscono grandi ostacoli logistici
dovuti alla distruzione delle infrastrutture e dei tunnel di Gaza, dove si
ritiene che molti corpi siano ancora sepolti.
Il governo Netanyahu ha categoricamente rifiutato di
permettere l’uso di attrezzature turche per le operazioni di recupero, una
decisione politica volta a limitare l’influenza di Ankara e a sfruttare la sua
posizione sulla Siria. Tuttavia, cresce in Israele il numero di coloro che
sostengono un’amministrazione di Gaza guidata dall’Autorità Palestinese, per
evitare un vuoto amministrativo che potrebbe favorire Hamas o altri attori
esterni.
Conclusione
La minaccia di Israele di riprendere la guerra è principalmente una manovra
elettorale e mediatica volta a mobilitare il sostegno interno e a sfruttare la
questione dei prigionieri a fini politici.
Non ci sono segnali concreti di un’intenzione
reale di riaccendere il conflitto, data la mancanza di sostegno usamericano,
l’esaurimento della società e dell’esercito e la forte opposizione interna.
Il cambio di nome della guerra in “Guerra della Rinascita” riflette un
tentativo di eludere le indagini e le responsabilità politiche per i fallimenti
del 7 ottobre.
Le principali decisioni israeliane, di guerra o di pace, restano strettamente
legate al calcolo elettorale di Netanyahu e ai suoi sforzi per mantenersi al
potere.
Il fattore decisivo della fase a venire sarà l’impegno di Washington nei
confronti del Piano Trump, che al momento costituisce l’unico quadro realistico
per l’arena israelo-palestinese.
02/10/2025
MARCO BERSANI
Flotilla: Il pesce, il telecronista, il rosicone
Marco Bersani, Attac Italia, 2/10/2025
Un crimine contro il quale ogni governo democratico
dovrebbe ribellarsi con forza e determinazione.
Non è
il caso dell’Italia, dove i massimi esponenti di governo fanno a gara a chi si
comporta in maniera più indegna.
Partiamo
dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che dopo aver dato il
via libera ideologico a Israele (“Quelli della Flotilla sono
irresponsabili”) e dopo aver fatto dichiarazioni deliranti (“Stanno
mettendo a rischio il piano di pace del mio amico Donald”) da oltre 24 ore
è muta come un pesce. Evidentemente attonita nel constatare come le
piazze del paese si sono spontaneamente riempite già nella serata di ieri,
pronte ad esondare oggi, a bloccare tutto domani e a convergere sabato per la
Palestina.




















