Affichage des articles dont le libellé est Mostafa Ghahremani. Afficher tous les articles
Affichage des articles dont le libellé est Mostafa Ghahremani. Afficher tous les articles

06/01/2026

Gli iraniani e l’Euromania come patologia collettiva
Un’analisi critica della situazione, di Mostafa Ghahremani

 Tradotto da Tlaxcala

Dott. Mostafa Ghahremani arrivò in Germania dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e studiò medicina umana e odontoiatria a Francoforte. Oggi lavora come specialista in chirurgia plastica ed estetica in una clinica privata tedesca. In quanto attivista critico della società, segue da anni gli sviluppi politici in Iran. È autore di una monografia su Sadegh Ghotbzadeh, figura importante ma spesso trascurata della rivoluzione iraniana e poi ministro degli esteri, condannato a morte e giustiziato nel 1982.


Il modo in cui noi iraniani·e affrontiamo la cultura e la civiltà occidentale mostra tratti chiaramente morbosi, anzi patologici. Si tratta di un incontro che non si basa su una comprensione critica e storica, ma su una forma di fascinazione, passività e accettazione immediata e non filtrata. Per questo motivo – a differenza dello scrittore e critico culturale Jalal Al-e Ahmad, che all’inizio degli anni ‘60 definì questa condizione “ossessione per l’Occidente” (gharbzadegi غرب‌زدگی) – preferisco il ter mine “Euromania” (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). Questo termine proviene dalla letteratura specialistica della psichiatria e indica più precisamente un attaccamento eccessivo e un disturbo della capacità di giudizio.


A mio parere, l’Euromania nella società iraniana può essere caratterizzata da tre tratti centrali:

  • un attaccamento eccessivo,
  • un’ammirazione acritica,
  • e una condizione quasi compulsiva che rende impossibile ogni distanziamento epistemico.

Sono passati più di due secoli dai nostri primi incontri con l’Occidente, ma questi incontri non hanno mai portato a una comprensione profonda della logica interna, dei meccanismi di potere e delle basi epistemologiche della civiltà occidentale. L’Occidente non è stato percepito come una totalità storicamente stratificata e contraddittoria, ma prevalentemente come un insieme di realizzazioni pronte, istituzioni e modelli consumabili. In questo quadro, in particolare, la connessione interna tra sapere, potere, istituzione e soggetto nella modernità occidentale è rimasta trascurata. Di conseguenza, la nostra conoscenza dell’Occidente si è largamente esaurita nelle sue manifestazioni e nei meccanismi esterni di funzionamento, ed è rimasta cieca a un’analisi storica della produzione di “verità”, “razionalità” e “normatività” all’interno di questa civiltà. L’Occidente è apparso nel nostro pensiero più come un modello neutrale e universale che come un progetto storico specifico, sorto in stretta connessione con rapporti di dominio, processi di disciplinamento e riproduzione del potere.

Persino importanti intellettuali iraniani contemporanei, nonché pensatori riformisti religiosi e secolari, non sono stati risparmiati da questa limitazione epistemologica. I loro soggiorni per lo più relativamente brevi in Occidente, spesso senza un accesso profondo alle sue tradizioni filosofiche, storiche e critiche, non hanno permesso una comprensione strutturale e fondamentale della modernità occidentale. Pertanto, una parte sostanziale del loro confronto con l’Occidente si è basata meno su una critica immanente della tradizione moderna e più su percezioni selettive e in parte idealizzate.

Purtroppo, queste interpretazioni, a causa del ruolo d’avanguardia di questi pensatori nel campo intellettuale iraniano, sono diventate esse stesse un fattore determinante nella diffusione dell’Euromania tra i ceti medi urbani. Questi strati hanno gradualmente iniziato a considerare l’Occidente non più come un oggetto di conoscenza critica, ma come metro ultimo di razionalità, progresso e persino virtù. Il risultato di questo atteggiamento è stata la persistenza di una condizione in cui la società iraniana, nelle aree politiche, economiche e culturali, è rimasta esposta a una forma di egemonia occidentale sia morbida che dura.

Questo dominio distruttivo si è manifestato da un lato nella sottomissione delle strutture statali e nella facilitazione dello sfruttamento delle risorse naturali ed economiche del paese; dall’altro, attraverso il reclutamento e l’integrazione delle élite intellettuali e scientifiche iraniane nelle istituzioni occidentali – nel contesto della migrazione e della fuga dei cervelli –, ha portato alla riproduzione della disuguaglianza epistemica.

Inoltre, l’imposizione di modelli di vita e di pensiero occidentali come unici modi di esistenza legittimi e razionali ha causato un estraniamento delle élite dai loro stessi contesti sociali e storici e ha rafforzato un’autodistruzione strutturale.

Il risultato di questo processo è stata l’incapacità delle élite di fornire risposte efficaci ai problemi reali della società, nonché il ripetuto fallimento di progetti di riforma, sviluppo ed emancipazione; poiché questi progetti erano per lo più concepiti sulla base di una razionalità e di un’etica che non sono emerse dal contesto storico e culturale della società iraniana.

Dal punto di vista del sottoscritto– che ha vissuto, studiato e lavorato ai massimi livelli professionali in una delle società occidentali più centrali per oltre quattro decenni – la via per liberare l’Iran dalla condizione di dipendenza onnicomprensiva ed egemonia oggi non risiede né in un rifiuto semplicistico dell’Occidente né nella sua accettazione acritica, ma nel superamento consapevole e critico del fenomeno dell’Euromania.

In questo contesto, l’istituzione e lo sviluppo degli Studi occidentali (occidentalismo) come disciplina critica e storica della conoscenza – in tensione e al contempo in corrispondenza con l’orientalismo – appare come una necessità imprescindibile. Una tale ricerca sull’Occidente può rendere visibili le basi filosofiche ed epistemologiche nonché i meccanismi interni della civiltà moderna, il suo rapporto con il potere, l’etica, la razionalità e la tradizione, e impedire che l’Occidente venga ridotto a un modello universale e senza alternative. Progettata correttamente, questa conoscenza può contribuire a recuperare la fiducia epistemica, a rinnovare la certezza collettiva di sé e a formare una razionalità critica e indigena.

L’ascesa dell’Iran sulla via della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione strategica e dello sviluppo sostenibile non sarà possibile senza il superamento di questa patologia collettiva dell’Euromania.

04/01/2026

Les Iranien·nes et l’Euromanie comme pathologie collective
Une analyse critique de la situation par Mostafa Ghahremani


Le Dr Mostafa Ghahremani est arrivé en Allemagne après la révolution iranienne de 1979 et a étudié la médecine et la dentisterie à Francfort. Il exerce aujourd'hui comme chirurgien plasticien et esthétique dans une clinique privée. Militant social, il suit de près l'évolution politique en Iran depuis de nombreuses années. Il est l'auteur d'une monographie sur Sadegh Ghotbzadeh, figure clé mais méconnue de la révolution iranienne, éphémère ministre des Affaires étrangères, condamné à mort et exécuté en 1982.

 

La manière dont nous, Iranien·nes, abordons la culture et la civilisation occidentales présente des traits clairement morbides, voire pathologiques. Il s’agit d’une rencontre qui ne repose pas sur une connaissance critique et historique, mais sur une forme de fascination, de passivité et d’acceptation immédiate et non filtrée. Pour cette raison, je préfère — contrairement à l’écrivain et critique culturel Jalal Al-e Ahmad, qui a qualifié cet état au début des années 1960 d’« Occidentose » (gharbzadegi غرب‌زدگی) — le terme d’Euromanie. Ce terme provient de la littérature spécialisée en psychiatrie et renvoie plus précisément à un attachement excessif ainsi qu’à un trouble du jugement.


Selon moi, l’Euromanie dans la société iranienne peut être caractérisée par trois traits principaux :

  • un attachement excessif,
  • une admiration non critique,
  • un état quasi compulsif

qui rend toute distanciation épistémique impossible.

Plus de deux siècles se sont écoulés depuis nos premières rencontres avec l’Occident, mais ces rencontres n’ont jamais conduit à une compréhension profonde de la logique interne, des mécanismes de pouvoir et des fondements épistémologiques de la civilisation occidentale. L’Occident n’a pas été perçu comme une totalité historique multiforme et contradictoire, mais principalement comme un ensemble de réalisations achevées, d’institutions et de modèles consommables. Dans ce cadre, le lien interne entre savoir, pouvoir, institution et sujet dans la modernité occidentale est notamment resté ignoré. En conséquence, notre connaissance de l’Occident s’est largement limitée à ses manifestations et à ses mécanismes fonctionnels externes, et est restée aveugle à une analyse historique de la production de la « vérité », de la « rationalité » et de la « normativité » au sein de cette civilisation. L’Occident est apparu dans notre pensée davantage comme un modèle neutre et universel que comme un projet historique spécifique, né d’une intrication étroite avec les rapports de domination, les processus de discipline et la reproduction du pouvoir.

Même d’importants intellectuels iraniens contemporains, ainsi que des penseurs religieux et laïques réformateurs, n’ont pas été épargnés par cette limitation épistémologique. Leurs séjours généralement assez courts en Occident, souvent sans accès profond à ses traditions philosophiques, historiques et critiques, n’ont pas permis une compréhension structurelle et fondamentale de la modernité occidentale. Ainsi, une part essentielle de leur rapport à l’Occident reposait moins sur une critique immanente de la tradition moderne que sur des perceptions sélectives et partiellement idéalisées.

Malheureusement, ces interprétations, en raison du rôle avant-gardiste de ces penseurs dans le champ intellectuel iranien, sont elles-mêmes devenues un facteur déterminant dans la propagation de l’Euromanie au sein des classes moyennes urbaines. Ces couches sociales ont progressivement cessé de considérer l’Occident comme un objet de connaissance critique, pour en faire l’étalon ultime de la rationalité, du progrès et même de la vertu. Le résultat de cette attitude a été la persistance d’un état dans lequel la société iranienne, dans les domaines politique, économique et culturel, est restée exposée à une forme d’hégémonie occidentale tant douce que dure.

Cette domination destructrice s’est manifestée d’une part dans la soumission des structures étatiques et dans la facilitation de l’exploitation des ressources naturelles et économiques du pays ; d’autre part, elle a conduit, par le recrutement et l’intégration des élites intellectuelles et scientifiques iraniennes dans les institutions occidentales — dans le contexte de la migration et de la fuite des cerveaux — à la reproduction de l’inégalité épistémique.

En outre, l’imposition des modes de vie et des schémas de pensée occidentaux comme seules formes d’existence légitimes et rationnelles a entraîné une aliénation des élites vis-à-vis de leurs propres contextes sociaux et historiques et a renforcé une auto-aliénation structurelle.

La conséquence de ce processus a été l’incapacité des élites à apporter des réponses efficaces aux problèmes réels de la société, ainsi que l’échec répété des projets de réforme, de développement et d’émancipation ; car ces projets étaient généralement conçus sur la base d’une rationalité et d’une moralité qui ne découlaient pas du contexte historique et culturel de la société iranienne.

Du point de vue du soussigné — qui a vécu, étudié et travaillé à des niveaux professionnels très élevés dans l’une des sociétés occidentales les plus centrales pendant plus de quatre décennies — la voie pour libérer l’Iran de son état de dépendance et d’hégémonie généralisées ne réside aujourd’hui ni dans un rejet simplificateur de l’Occident ni dans son adoption non critique, mais dans le dépassement conscient et critique du phénomène de l’Euromanie.

Dans ce contexte, l’établissement et le développement des études occidentales (occidentalisme) en tant que discipline critique et historique du savoir — en tension mais aussi en correspondance avec l’orientalisme — apparaît comme une nécessité absolue. Une telle recherche sur l’Occident peut rendre visibles les fondements philosophiques et épistémologiques ainsi que les mécanismes internes de la civilisation moderne, son rapport au pouvoir, à l’éthique, à la rationalité et à la tradition, et empêcher que l’Occident ne soit réduit à un modèle universel et sans alternative. Conçu correctement, ce savoir peut contribuer à retrouver la confiance épistémique, à renouveler la certitude collective et à former une rationalité critique et autochtone.

L’ascension de l’Iran sur la voie de la liberté, de l’indépendance, de l’autodétermination stratégique et du développement durable ne sera pas possible sans surmonter cette pathologie collective qu’est l’Euromanie.

L@s iraníes y la Euromanía como patología colectiva
Un análisis crítico de la situación por Mostafa Ghahremani

 

El Dr. Mostafa Ghahremani llegó a Alemania tras la revolución iraní de 1979 y estudió medicina y odontología en Fráncfort. Actualmente ejerce como cirujano plástico y estético en una clínica privada. Activista social, sigue de cerca la evolución política en Irán desde hace muchos años. Es autor de una monografía sobre Sadegh Ghotbzadeh, figura clave pero poco conocida de la revolución iraní, efímero ministro de Asuntos Exteriores, condenado a muerte y ejecutado en 1982.

La manera en que nosotr@s, l@s iraníes, nos encontramos con la cultura y la civilización occidentales presenta rasgos claramente mórbidos, incluso patológicos. Se trata de un encuentro que no se basa en un conocimiento crítico e histórico, sino en una forma de fascinación, pasividad y aceptación inmediata y no filtrada. Por esta razón, prefiero — a diferencia del escritor y crítico cultural Jalal Al-e Ahmad, quien denominó esta condición a principios de la década de 1960 como “obsesión occidental” ((gharbzadegi غرب‌زدگی) — el término Euromanía (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). Este término proviene de la literatura especializada en psiquiatría y se refiere con mayor precisión a un apego excesivo, así como a un trastorno del juicio.



Según mi punto de vista, la Euromanía en la sociedad iraní puede caracterizarse por tres rasgos centrales:

  • un apego excesivo,
  • una admiración acrítica,
  • un estado cuasi compulsivo

que hace imposible cualquier distanciamiento epistémico.
Han pasado más de dos siglos desde nuestros primeros encuentros con Occidente, pero estos encuentros nunca han conducido a una comprensión profunda de la lógica interna, los mecanismos de poder y los fundamentos epistemológicos de la civilización occidental. Occidente no fue percibido como una totalidad histórica multifacética y contradictoria, sino predominantemente como un conjunto de logros terminados, instituciones y modelos consumibles. En este marco, la conexión interna entre saber, poder, institución y sujeto en la modernidad occidental, en particular, pasó desapercibida. En consecuencia, nuestro conocimiento de Occidente se agotó en gran medida en sus manifestaciones y mecanismos funcionales externos y permaneció ciego a un análisis histórico de la producción de “verdad”, “racionalidad” y “normatividad” dentro de esta civilización. Occidente apareció en nuestro pensamiento más como un modelo neutro y universal que como un proyecto histórico específico, surgido de una estrecha interrelación con relaciones de dominación, procesos de disciplinamiento y la reproducción del poder.

Incluso importantes intelectuales iraníes contemporáneos, así como pensadores religiosos y laicos reformistas, no se salvaron de esta limitación epistemológica. Sus estancias generalmente bastante cortas en Occidente, a menudo sin un acceso profundo a sus tradiciones filosóficas, históricas y críticas, no permitieron una comprensión estructural y fundamental de la modernidad occidental. Por lo tanto, una parte esencial de su relación con Occidente se basó menos en una crítica inmanente de la tradición moderna y más en percepciones selectivas y parcialmente idealizadas.

Lamentablemente, debido al papel de vanguardia de estos pensadores en el campo intelectual iraní, estas interpretaciones se convirtieron en un factor decisivo en la propagación de la Euromanía entre las clases medias urbanas. Estos estratos gradualmente comenzaron a considerar a Occidente ya no como un objeto de conocimiento crítico, sino como el estándar último de racionalidad, progreso e incluso virtud. El resultado de esta actitud fue la persistencia de una condición en la que la sociedad iraní, en los ámbitos político, económico y cultural, permaneció expuesta a una forma de hegemonía occidental tanto blanda como dura.

Esta dominación destructiva se manifestó, por un lado, en la sumisión de las estructuras estatales y en la facilitación de la explotación de los recursos naturales y económicos del país; por otro lado, condujo, a través del reclutamiento e integración de las élites intelectuales y científicas iraníes en instituciones occidentales — en el contexto de la migración y la fuga de cerebros — a la reproducción de la desigualdad epistémica.

Además, la imposición de los estilos de vida y los modelos de pensamiento occidentales como únicas formas de existencia legítimas y racionales causó una alienación de las élites respecto de sus propios contextos sociales e históricos y reforzó una autoalienación estructural.

La consecuencia de este proceso fue la incapacidad de las élites para proporcionar respuestas efectivas a los problemas reales de la sociedad, así como el fracaso repetido de los proyectos de reforma, desarrollo y emancipación; porque estos proyectos fueron concebidos principalmente sobre la base de una racionalidad y moralidad que no surgieron del contexto histórico y cultural de la sociedad iraní.

Desde la perspectiva del autor — que ha vivido, estudiado y trabajado en los niveles profesionales más altos en una de las sociedades occidentales más centrales durante más de cuatro décadas — el camino para liberar a Irán de su estado de dependencia y hegemonía generalizadas hoy no reside ni en un rechazo simplificador de Occidente ni en su adopción acrítica, sino en la superación consciente y crítica del fenómeno de la Euromanía.

En este contexto, el establecimiento y desarrollo de los estudios occidentales (Occidentalismo) como una disciplina crítica e histórica del saber — en tensión y a la vez en correspondencia con el Orientalismo — aparece como una necesidad indispensable. Tal investigación sobre Occidente puede revelar los fundamentos filosóficos y epistemológicos, así como los mecanismos internos de la civilización moderna, su relación con el poder, la ética, la racionalidad y la tradición, y evitar que Occidente sea reducido a un modelo universal y sin alternativas. Concebido correctamente, este saber puede contribuir a recuperar la confianza epistémica, renovar la certeza colectiva y formar una racionalidad crítica e indígena.

El ascenso de Irán en el camino hacia la libertad, la independencia, la autodeterminación estratégica y el desarrollo sostenible no será posible sin superar esta patología colectiva que es la Euromanía.

Iranians and Euromania as a Collective Pathology
A Critical Situation Analysis by Mostafa Ghahremani

 

Dr. Mostafa Ghahremani arrived in Germany after the Iranian Revolution in 1979 and studied medicine and dentistry in Frankfurt. He now works as a plastic and cosmetic surgeon in a private clinic. A social activist, he has closely followed political developments in Iran for many years. He is the author of a monograph on Sadegh Ghotbzadeh, a key but little-known figure in the Iranian revolution, who served briefly as foreign minister before being sentenced to death and executed in 1982.

 

The manner in which we Iranians encounter Western culture and civilization exhibits clearly morbid, indeed pathological traits. It is an encounter that is not based on critical and historical understanding, but on a form of fascination, passivity, and immediate, unfiltered acceptance. For this reason, I prefer — unlike the writer and cultural critic Jalal Al-e Ahmad, who termed this condition gharbzadegi (غرب‌زدگی) [Occidentosis, Westoxification, West-struckness] in the early 1960s — the term Euromania  (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi). This term originates from the specialized literature of psychiatry and more precisely refers to an excessive attachment as well as a disturbance of judgment.


In my view, Euromania in Iranian society can be characterized by three central features:

  • an excessive bonding,
  • an uncritical admiration,
  • a quasi-compulsive state

that makes any epistemic distancing impossible.
More than two centuries have passed since our first encounters with the West, yet these encounters have never led to a deep understanding of the internal logic, the mechanisms of power, and the epistemological foundations of Western civilization. The West was not perceived as a historically multifaceted, contradictory totality, but predominantly as an ensemble of finished achievements, institutions, and consumable models. Within this framework, the internal connection between knowledge, power, institution, and subject in Western modernity, in particular, remained unnoticed. Consequently, our knowledge of the West largely exhausted itself in its manifestations and external functional mechanisms and remained blind to a historical analysis of the production of “truth,” “rationality,” and “normativity” within this civilization. The West appeared in our thinking more as a neutral, universal model than as a specific historical project that emerged in close intertwinement with relations of domination, disciplinary processes, and the reproduction of power.

Even significant contemporary Iranian intellectuals, as well as religious and secular reformist thinkers, were not spared from this epistemological limitation. Their mostly relatively short stays in the West, often without deep access to its philosophical, historical, and critical traditions, did not allow for a structural and fundamental understanding of Western modernity. Therefore, a significant part of their engagement with the West was based less on an immanent critique of the modern tradition and more on selective and partly idealized perceptions.

Unfortunately, due to the avant-garde role of these thinkers in the Iranian intellectual field, these interpretations themselves became a decisive factor in the spread of Euromania among the urban middle classes. These strata gradually began to regard the West no longer as an object of critical knowledge but as the ultimate standard for rationality, progress, and even virtue. The result of this attitude was the persistence of a condition in which Iranian society in political, economic, and cultural spheres remained exposed to a form of soft as well as hard Western hegemony.

This destructive dominance manifested itself on the one hand in the submission of state structures and in facilitating the exploitation of the country’s natural and economic resources; on the other hand, it led, through the recruitment and integration of Iranian intellectual and scientific elites into Western institutions — in the context of migration and brain drain — to the reproduction of epistemic inequality.

Furthermore, the enforcement of Western lifestyles and thought patterns as the only legitimate and rational mode of existence caused an alienation of the elites from their own social and historical contexts and reinforced a structural self-alienation.

The consequence of this process was the inability of the elites to provide effective answers to the real problems of society, as well as the repeated failure of reform, development, and emancipation projects; because these projects were mostly conceived based on a rationality and morality that did not emerge from the historical and cultural context of Iranian society.

From the perspective of the author — who has lived, studied, and worked at the highest professional levels in one of the most central Western societies for over four decades — the path to liberating Iran from its state of comprehensive dependency and hegemony today lies neither in a simplistic rejection of the West nor in its uncritical adoption, but in the conscious and critical overcoming of the phenomenon of Euromania.

In this context, the establishment and development of Western studies (Occidentalism) as a critical and historical discipline of knowledge — in tension and yet in correspondence with Orientalism — appears as an indispensable necessity. Such research on the West can reveal the philosophical and epistemological foundations as well as the internal mechanisms of modern civilization, its relationship to power, ethics, rationality, and tradition, and prevent the West from being reduced to a universal and alternative-free model. Properly conceived, this knowledge can contribute to regaining epistemic self-confidence, renewing collective self-certainty, and forming a critical-indigenous rationality.

Iran’s rise on the path to freedom, independence, strategic self-determination, and sustainable development will not be possible without overcoming this collective pathology of Euromania.

Iraner·Innen und die Euromanie als kollektive Pathologie
Eine kritische Lageanalyse von Mostafa Ghahremani

 


Dr. Dr. Mostafa Ghahremani kam nach der iranischen Revolution 1979 nach Deutschland und studierte in Frankfurt Humanmedizin und Zahnheilkunde. Heute arbeitet er als Facharzt für Plastische und Ästhetische Chirurgie in einer Privatklinik. Als gesellschaftskritischer Aktivist verfolgt er seit Jahren die politische Entwicklung in Iran. Er ist Autor einer Monografie über Sadegh Ghotbzadeh, einen wichtigen, aber oft übersehenen Akteur der iranischen Revolution und späteren Außenminister, der 1982 zum Tode verurteilt und hingerichtet wurde.

 

Die Art und Weise, wie wir Iraner· Innen der westlichen Kultur und Zivilisation begegnen, weist deutlich krankhafte, ja pathologische Züge auf. Es handelt sich um eine Begegnung, die nicht auf kritischer und historischer Erkenntnis beruht, sondern auf einer Form von Faszination, Passivität und unmittelbarer, ungefilterter Akzeptanz. Aus diesem Grund ziehe ich – im Unterschied zu dem Schriftsteller und Kulturkritiker Jalal Al-e Ahmad, der diesen Zustand zu Beginn der 1960er Jahre als „West-Besessenheit“ (gharbzadegi غرب‌زدگی) bezeichnete – den Begriff „Euromanie“ (غرب‌شیفتگی gharbshiftegi) vor. Dieser Terminus entstammt der fachsprachlichen Literatur der Psychiatrie und verweist präziser auf eine exzessive Bindung sowie auf eine Störung der Urteilskraft.


Meiner Auffassung nach lässt sich die Euromanie in der iranischen Gesellschaft durch drei zentrale Merkmale kennzeichnen:

§  eine exzessive Bindung,

§  eine unkritische Bewunderung

§  einen quasi-zwanghaften Zustand,

der jede epistemische Distanzierung unmöglich macht.
Mehr als zwei Jahrhunderte sind seit unseren ersten Begegnungen mit dem Westen vergangen, doch diese Begegnungen haben niemals zu einem tiefgehenden Verständnis der inneren Logik, der Machtmechanismen und der erkenntnistheoretischen Grundlagen der westlichen Zivilisation geführt. Der Westen wurde nicht als eine historisch vielschichtige, widersprüchliche Totalität wahrgenommen, sondern überwiegend als ein Ensemble fertiger Errungenschaften, Institutionen und konsumierbarer Modelle. In diesem Rahmen blieb insbesondere der innere Zusammenhang von Wissen, Macht, Institution und Subjekt in der westlichen Moderne unbeachtet. Infolgedessen erschöpfte sich unsere Kenntnis des Westens weitgehend in seinen Erscheinungsformen und äußeren Funktionsmechanismen und blieb blind für eine historische Analyse der Produktion von „Wahrheit“, „Rationalität“ und „Normativität“ innerhalb dieser Zivilisation. Der Westen erschien in unserem Denken eher als neutrales, universales Modell denn als ein spezifisches historisches Projekt, das in enger Verflechtung mit Herrschaftsverhältnissen, Disziplinierungsprozessen und der Reproduktion von Macht entstanden ist.

Selbst bedeutende zeitgenössische iranische Intellektuelle sowie religiöse und säkulare Reformdenker blieben von dieser erkenntnistheoretischen Begrenzung nicht verschont. Ihre meist relativ kurzen Aufenthalte im Westen, häufig ohne tiefgehenden Zugang zu dessen philosophischen, historischen und kritischen Traditionen, ermöglichten kein strukturelles und grundlegendes Verständnis der westlichen Moderne. Daher beruhte ein wesentlicher Teil ihrer Auseinandersetzung mit dem Westen weniger auf einer immanenten Kritik der modernen Tradition als vielmehr auf selektiven und teilweise idealisierten Wahrnehmungen.

Bedauerlicherweise wurden diese Deutungen aufgrund der avantgardistischen Rolle dieser Denker im iranischen intellektuellen Feld selbst zu einem maßgeblichen Faktor bei der Ausbreitung der Euromanie in den urbanen Mittelschichten. Diese Schichten begannen allmählich, den Westen nicht mehr als Gegenstand kritischer Erkenntnis, sondern als letztgültigen Maßstab für Rationalität, Fortschritt und sogar Tugend zu betrachten. Das Resultat dieser Haltung war die Fortdauer eines Zustands, in dem die iranische Gesellschaft in politischen, ökonomischen und kulturellen Bereichen einer Form weicher wie harter westlicher Hegemonie ausgesetzt blieb.

Diese zerstörerische Dominanz manifestierte sich einerseits in der Unterwerfung staatlicher Strukturen und in der Erleichterung der Ausbeutung natürlicher und wirtschaftlicher Ressourcen des Landes; andererseits führte sie durch die Rekrutierung und Integration iranischer intellektueller und wissenschaftlicher Eliten in westliche Institutionen – im Kontext von Migration und Brain Drain – zur Reproduktion epistemischer Ungleichheit.

Darüber hinaus bewirkte die Durchsetzung westlicher Lebensformen und Denkmodelle als einzig legitime und rationale Existenzweise eine Entfremdung der Eliten von ihren eigenen sozialen und historischen Kontexten und verstärkte eine strukturelle Selbstentfremdung.

Die Folge dieses Prozesses war die Unfähigkeit der Eliten, wirksame Antworten auf die realen Probleme der Gesellschaft zu geben, sowie das wiederholte Scheitern von Reform-, Entwicklungs- und Emanzipationsprojekten; denn diese Projekte wurden zumeist auf der Grundlage einer Rationalität und Moral konzipiert, die nicht aus dem historischen und kulturellen Kontext der iranischen Gesellschaft hervorgegangen sind.

Aus der Perspektive des Verfassers – der über vier Jahrzehnte in einer der zentralsten westlichen Gesellschaften gelebt, studiert und auf höchsten professionellen Ebenen gearbeitet hat – liegt der Weg zur Befreiung Irans aus dem Zustand umfassender Abhängigkeit und Hegemonie heute weder in einer simplifizierenden Ablehnung des Westens noch in seiner unkritischen Übernahme, sondern in der bewussten und kritischen Überwindung des Phänomens der Euromanie.

In diesem Zusammenhang erscheint die Etablierung und Weiterentwicklung der West-Studien (Occidentalism) als einer kritischen und historischen Wissensdisziplin – in Spannung und zugleich in Korrespondenz mit der Orientalistik – als eine unabdingbare Notwendigkeit. Eine solche West-Forschung kann die philosophischen und erkenntnistheoretischen Grundlagen sowie die inneren Mechanismen der modernen Zivilisation, ihr Verhältnis zu Macht, Ethik, Rationalität und Tradition sichtbar machen und verhindern, dass der Westen auf ein universales und alternativloses Modell reduziert wird. Richtig konzipiert, vermag dieses Wissen zur Wiedergewinnung epistemischen Selbstvertrauens, zur Erneuerung kollektiver Selbstgewissheit und zur Herausbildung einer kritisch-einheimischen Rationalität beizutragen.

Der Aufstieg Irans auf dem Weg zu Freiheit, Unabhängigkeit, strategischer Selbstbestimmung und nachhaltiger Entwicklung wird ohne die Überwindung dieser kollektiven Pathologie der Euromanie nicht möglich sein.

مصطفى غهرماني: الإيرانيون والـ"يورومانيا" باعتبارها مرضاً جماعياً
تحليل نقدي للوضع

وصل الدكتور مصطفى غهرماني إلى ألمانيا بعد الثورة الإيرانية في عام 1979 ودرس الطب وطب الأسنان في فرانكفورت. وهو يعمل الآن جراحًا تجميليًا في عيادة خاصة. وبصفته ناشطًا اجتماعيًا، تابع عن كثب التطورات السياسية في إيران لسنوات عديدة. وهو مؤلف كتاب عن صادق قوذبزاده، وهو شخصية رئيسية ولكن غير معروفة في الثورة الإيرانية، شغل منصب وزير الخارجية لفترة وجيزة قبل أن يحكم عليه بالإعدام ويُعدم في عام 1982.


وصل الدكتور مصطفى غهرماني إلى ألمانيا بعد الثورة الإيرانية في عام 1979 ودرس الطب وطب الأسنان في فرانكفورت. وهو يعمل الآن جراحًا تجميليًا في عيادة خاصة.

إن الطريقة التي نتعامل بها نحن الإيرانيون مع الثقافة والحضارة الغربية تُظهر سمات واضحة من الاعتلال، بل المرض النفسي. إنها مواجهة لا تقوم على معرفة تاريخية ونقدية، بل على شكل من أشكال الانبهار والسلبية والقبول المباشر غير المُصفَّى. لهذا السبب، أفضِّل — خلافاً للأديب والناقد الثقافي جلال آل أحمد، الذي أطلق على هذه الحالة في مطلع ستينيات القرن العشرين مصطلح "الغربزدگی" (الهوس بالغرب) — مصطلح "اليورومانيا". هذا المصطلح مستمد من الأدبيات المتخصصة في الطب النفسي ويشير بدقة أكبر إلى ارتباط مفرط وكذلك إلى اضطراب في القدرة على الحكم.


من وجهة نظري، يمكن وصف "اليورومانيا" في المجتمع الإيراني 
:بثلاث سمات مركزية
  • ارتباط مفرط،
  • إعجاب غير نقدي،
  • حالة شبه قهرية

تجعل أيّ ابتعاد معرفي أمراً مستحيلاً.
لقد مرّ أكثر من قرنين على لقاءاتنا الأولى مع الغرب، لكن هذه اللقاءات لم تؤدِّ أبداً إلى فهم عميق للمنطق الداخلي، وآليات القوة، والأسس المعرفية للحضارة الغربية. لم يُدرك الغرب ككلية تاريخية متعددة الأوجه ومتناقضة، بل غالباً كمجموعة من الإنجازات الجاهزة، والمؤسسات، والنماذج القابلة للاستهلاك. في هذا الإطار، بقي الارتباط الداخلي بين المعرفة والسلطة والمؤسسة والذات في الحداثة الغربية، على وجه الخصوص، غير ملحوظ. ونتيجة لذلك، استنفدت معرفتنا بالغرب إلى حد كبير في مظاهره وآليات عمله الخارجية، وظلت عمياء عن تحليل تاريخي لإنتاج "الحقيقة" و"العقلانية" و"المعيارية" داخل هذه الحضارة. ظهر الغرب في تفكيرنا أكثر كنموذج محايد وعالمي، وليس كمشروع تاريخي محدد، نشأ في تشابك وثيق مع علاقات الهيمنة، وعمليات التأديب، وإعادة إنتاج السلطة.

حتى كبار المثقفين الإيرانيين المعاصرين، وكذلك المفكرين الدينيين والعلمانيين الإصلاحيين، لم يسلموا من هذا القصور المعرفي. لم تمكن إقاماتهم التي كانت في الغالب قصيرة نسبياً في الغرب، وغالباً دون وصول عميق لتقاليده الفلسفية والتاريخية والنقدية، من فهم بنيوي وأساسي للحداثة الغربية. لذلك، اعتمد جزء أساسي من تعاملهم مع الغرب أقل على نقدٍ داخلي للتقاليد الحديثة، وأكثر على تصورات انتقائية ومثالية جزئياً.

للأسف، أصبحت هذه التفسيرات، بسبب الدور الطليعي لهؤلاء المفكرين في الحقل الفكري الإيراني، عاملاً حاسماً في انتشار "اليورومانيا" بين الطبقات الوسطى الحضرية. بدأت هذه الشرائط تدريجياً تنظر إلى الغرب ليس كموضوع للمعرفة النقدية، بل كمقياس نهائي للعقلانية والتقدم وحتى الفضيلة. وكان نتيجة هذا الموقف استمرار حالة ظل فيها المجتمع الإيراني، في المجالات السياسية والاقتصادية والثقافية، معرضاً لشكل من أشكال الهيمنة الغربية الناعمة والقاسية على حد سواء.

تجلت هذه الهيمنة المدمرة من ناحية في خضوع الهياكل الحكومية وتسهيل استغلال الموارد الطبيعية والاقتصادية للبلاد؛ ومن ناحية أخرى، أدت — عبر تجنيد ودمج النخب الفكرية والعلمية الإيرانية في المؤسسات الغربية، في سياق الهجرة وهجرة الأدمغة — إلى إعادة إنتاج عدم المساواة المعرفية.

علاوة على ذلك، تسبّب فرض أنماط الحياة ونماذج التفكير الغربية كأشكال الوجود الشرعية والعقلانية الوحيدة، في اغتراب النخب عن سياقاتها الاجتماعية والتاريخية الخاصة، وعزز اغتراباً ذاتياً بنيوياً.

كانت نتيجة هذه العملية عجز النخب عن تقديم إجابات فعالة لمشاكل المجتمع الحقيقية، وكذلك الفشل المتكرر لمشاريع الإصلاح والتنمية والتحرر؛ لأن هذه المشاريع صُممت في الغالب على أساس عقلانية وأخلاق لم تنبثق من السياق التاريخي والثقافي للمجتمع الإيراني.

من وجهة نظر المؤلف — الذي عاش ودرس وعمل في أعلى المستويات المهنية في إحدى المجتمعات الغربية المركزية لأكثر من أربعة عقود — فإن طريق تحرير إيران من حالة الاعتمادية والهيمنة الشاملة لا يكمن اليوم لا في رفضٍ مبسط للغرب ولا في تبنيٍ غير نقدي له، بل في التغلب الواعي والنقدي على ظاهرة "اليورومانيا".

في هذا السياق، يبدو تأسيس وتطوير "دراسات الغرب" (الاستغراب) كتخصص معرفي تاريخي ونقدي — في توتر وفي الوقت نفسه في مراسلة مع الاستشراق — ضرورة حتمية. يمكن لمثل هذا البحث في الغرب أن يكشف الأسس الفلسفية والمعرفية وآليات الحضارة الحديثة الداخلية، وعلاقتها بالسلطة والأخلاق والعقلانية والتقليد، ويمنع اختزال الغرب إلى نموذج عالمي بلا بديل. وبشكل مصمم بشكل صحيح، يمكن لهذه المعرفة أن تساهم في استعادة الثقة المعرفية الذاتية، وتجديد اليقين الجماعي، وتشكيل عقلانية نقدية محلية.

لن يكون صعود إيران على طريق الحرية، والاستقلال، وتقرير المصير الاستراتيجي، والتنمية المستدامة ممكناً دون التغلب على هذا المرض الجماعي المتمثل في "اليورومانيا".

مصطفی قهرمانی :ایرانیان و غرب‌شیفتگی به‌مثابه یک آسیب‌شناسی جمعی


دکتر دکتر مصطفی قهرمانی پس از انقلاب ایران در سال ۱۹۷۹ به آلمان آمد و در فرانکفورت در رشته‌های پزشکی و دندان‌پزشکی تحصیل کرد. او اکنون به عنوان متخصص جراحی پلاستیک و زیبایی در یک کلینیک خصوصی فعالیت می‌کند. به عنوان یک کنشگر اجتماعی، سال‌هاست که تحولات سیاسی ایران را نقادانه دنبال می‌کند. او نویسندهٔ یک مونوگرافی درباره صادق قطب‌زاده، از چهره‌های کلیدی اما کمتر شناخته‌شده انقلاب ایران و وزیر امور خارجه وقت، است.

نحوهٔ مواجههٔ ما با فرهنگ و تمدن غربی، واجد مؤلفه‌هایی آشکارا بیمارگونه و پاتولوژیک است؛ مواجهه‌ای که نه بر شناختی انتقادی و تاریخی، بلکه بر نوعی شیفتگی، انفعال و پذیرش بی‌واسطه استوار شده است. از همین‌رو، برخلاف نویسندهٔ فرهیختهٔ میهنمان جلال آل‌احمد که در ابتدای دهه ۱۳۴۰ این وضعیت را «غرب‌زدگی» می‌نامید، نگارنده ترجیح می‌دهد از اصطلاح «غرب‌شیفتگی» (Euromania)استفاده کند؛ اصطلاحی که ریشه در ادبیات فنی–تخصصی روان‌پزشکی دارد و به‌نحو دقیق‌تری بر دلبستگی افراطی و اختلال در قوهٔ داوری دلالت می‌کند.


به باور من، غرب‌شیفتگی در جامعهٔ ایرانی دارای سه شاخص 
:اصلی است

۱- دلبستگی افراطی،

۲- شیفتگی غیرانتقادی،

۳- و نوعی وضعیت شبه‌وسواسی

که امکان فاصله‌گذاری معرفتی را سلب می‌کند.

بیش از دو سده از نخستین مواجهه‌های ما با مغرب‌زمین می‌گذرد، اما این مواجهه هرگز به شناختی ژرف از منطق درونی، سازوکارهای قدرت، و بنیان‌های معرفتی تمدن غربی منجر نشده است. غرب، نه به‌مثابهٔ یک کلیت تاریخیِ متکثر و واجد تناقض، بلکه عمدتاً به‌صورت مجموعه‌ای از دستاوردها، نهادها و الگوهای آمادهٔ مصرف ادراک شده است. در چنین چارچوبی، آنچه نادیده مانده، پیوند درونی دانش، قدرت، نهاد و سوژه در تمدن مدرن غربی بوده است. در نتیجه، شناخت ما از غرب عمدتاً در سطح نمودها و سازوکارهای بیرونی باقی مانده و از تحلیل تاریخیِ نحوهٔ تولید «حقیقت»، «عقلانیت» و «هنجار» در این تمدن بازمانده است. غرب، در ذهن ما، بیشتر به‌صورت یک الگوی خنثی و جهان‌شمول جلوه کرده تا یک پروژهٔ تاریخیِ خاص که در پیوندی وثیق با مناسبات سلطه، انضباط و بازتولید قدرت شکل گرفته است.

حتی روشنفکران و نواندیشان دینی و سکولار برجستهٔ معاصر ایران نیز به‌نحوی از این محدودیت معرفتی مصون نمانده‌اند. اقامت نسبتاً کوتاه‌مدت آنان در غرب، آن هم غالباً بدون دسترسی عمیق به سنت‌های فلسفی، تاریخی و انتقادی این تمدن، امکان فهم ساختاری و ریشه‌ای غرب را برایشان فراهم نساخت. از همین‌رو، بخش قابل‌توجهی از مواجههٔ آنان با غرب، بیش از آن‌که بر نقد درون‌ماندگار سنت مدرن استوار باشد، متکی بر برداشت‌های گزینشی و بعضاً ایدئالیزه‌شده بود.

شوربختانه با توجه به نقش پیشقراولانهٔ این متفکران در فضای فکری ایران، این برداشت‌ها خود به عاملی تعیین‌کننده در گسترش «غرب‌شیفتگی» در میان طبقات متوسط شهرنشین بدل شد. این طبقات، به‌تدریج غرب را نه به‌مثابهٔ موضوعی برای شناخت انتقادی، بلکه به‌عنوان معیار نهایی عقلانیت، پیشرفت و حتی فضیلت تلقی کردند. نتیجهٔ چنین نگرشی، تداوم وضعیتی بوده است که طی آن، جامعهٔ ایرانی در سه حوزهٔ سیاسی، اقتصادی و فرهنگی، در معرض نوعی استیلای نرم و سخت مغرب‌زمین قرار گرفته است.

این استیلای مرگبار، از یک‌سو با مقهور ساختن ساختارهای حاکمیتی و تسهیل غارت منابع طبیعی و اقتصادی کشور تحقق یافته و از سوی دیگر، از طریق جذب و به‌کارگیری نخبگان فکری و علمی ایران در نهادهای غربی (پدیده مهاجرت و فرار نخبگان)، به بازتولید نابرابری معرفتی انجامیده است. افزون بر این، القای شیوهٔ زیست و الگوی تفکر غربی به‌عنوان یگانه صورت مشروع و معقول زندگی، موجب گسست نخبگان از زمینه‌های اجتماعی و تاریخی خویش و تشدید نوعی ازخودبیگانگی ساختاری شده است. پیامد این فرایند، ناتوانی نخبگان در پاسخ‌گویی مؤثر به مسائل واقعی جامعه و شکست مکرر پروژه‌های اصلاح، توسعه و رهایی بوده است؛ چراکه این پروژه‌ها، اغلب بر مبنای عقلانیتی و اخلاقیاتی صورت‌بندی شده‌اند که از بستر تاریخی و فرهنگی جامعهٔ ایرانی برنخاسته‌اند.

از منظر نگارنده، کسی که بیش از چهار دهه در یکی از مرکزی‌ترین جوامع غربی زیسته، تحصیل کرده و در بالاترین سطوح حرفه‌ای فعالیت داشته است، امروز بر این باور است که راه رهایی ایران از وضعیت وابستگی و استیلای همه‌جانبه، نه در نفی ساده‌انگارانهٔ غرب، بلکه در عبور آگاهانه و نقادانه از پدیدهٔ «غرب‌شیفتگی» نهفته است. در همین راستا، تأسیس و بسط رشتهٔ غرب‌شناسی (Occidentalism) به‌عنوان دانشی انتقادی و تاریخی، در تقابل و درعین‌حال در تناظر با شرق‌شناسی، ضرورتی انکارناپذیر به نظر می‌رسد. غرب‌شناسی می‌تواند امکان فهم مبانی فلسفی و معرفتی و سازوکارهای درونی تمدن مدرن، نسبت آن با قدرت، اخلاق، عقلانیت و سنت را فراهم آورد و از فروکاستن غرب به الگوی جهان‌شمول و بی‌بدیل جلوگیری کند. چنین دانشی، اگر به‌درستی صورت‌بندی شود، می‌تواند به بازسازی اعتمادبه‌نفس معرفتی، احیای خودباوری جمعی و شکل‌گیری نوعی عقلانیت بومیِ نقاد یاری رساند.

اعتلای ایران عزیز در مسیر آزادی، استقلال توسعه پایدار و خودمختاری راهبردی، بدون عبور از این آسیب‌شناسی جمعیِ غرب‌شیفتگی، امکان‌پذیر نخواهد بود. 

30/07/2025

MOSTAFA GHAHREMANI
« La bombe atomique iranienne » ! - Sans aucun doute, je serais très heureux d’entendre une telle nouvelle

Mostafa Gahremani,  30/7/2025

John Mearsheimer, professeur renommé de relations internationales à l’université de Chicago et théoricien du « réalisme offensif » en politique étrangère :

« Je suis prêt à parier que l’Iran développe probablement une arme nucléaire en secret, et que ni les USA ni Israël ne sont en mesure de l’en empêcher. Non seulement ils n’ont pas réussi à dissuader l’Iran de ses ambitions nucléaires, mais ils ont en fait aggravé la situation. Je ne serais pas du tout surpris si l’Iran finissait par construire une arme nucléaire. »

Ceux qui qualifient l’attaque terroriste contre l’Iran, le massacre de plus d’un millier d’innocents et le génocide ouvert à Gaza de « sale boulot nécessaire » mené par un régime belliciste et violent (Israël) au service de « l’Occident et de ses intérêts » ne méritent aucune confiance morale ou juridique.

Pour cet Occident sans freins culturels, le vieil adage reste d’actualité : « Le seul bon Indien est un Indien mort. »

Le seul moyen efficace de dissuasion et de sauvegarde de l’indépendance et de la sécurité nationales est l’établissement d’un équilibre de la terreur.

Et il faut enfin reconnaître que cet équilibre ne peut être atteint sans capacités de dissuasion fondées sur des armes non conventionnelles.

Cet ordre mondial impitoyable et sans compassion, dominé par les valeurs et les systèmes de connaissance occidentaux, n’est pas une œuvre de charité.

Les droits ne sont pas accordés, ils doivent être conquis. Et l’Occident ne les cède jamais sans résistance.

La logique déshumanisante et autoritaire de l’Occident ne reconnaît aucune limite morale lorsqu’il s’agit de détruire des États ou des peuples qui résistent à l’exploitation de leurs ressources, à la violation de leur souveraineté ou à leur assujettissement aux structures de pouvoir occidentales.

Ni le droit international ni l’autorité morale et philosophique prétendument universelle – revendiquée principalement par l’Occident européen – ne sont en mesure de l’arrêter.

Dans ce contexte, même l’impératif catégorique de Kant, autrefois salué comme le plus haut accomplissement moral et philosophique de la civilisation occidentale, n’est aujourd’hui qu’une variante banalisée de la « raison pure » entièrement mise au service de la domination.

Et cette « raison pure » est, surtout en ce qui concerne l’être humain non occidental, essentiellement intouchable et donc immunisée contre toute critique.

Dans sa fonction réelle, la philosophie occidentale n’est pas une voie vers la justice, mais plutôt une construction idéologique utilisée pour légitimer la domination, la discrimination et le pouvoir hégémonique.

Ni plus, ni moins.

Au final, une seule question subsiste : l’Occident sait-il encore ce qu’est la moralité ?