14/03/2026

Trauma normalizzato, normalità traumatizzata: l’esposizione per la Palestina “Kalanlar Filistin” a Istanbul

Il 30 marzo 2026, nel quartiere Harbiye di Istanbul, la mostra solidale “Kalanlar Filistin” [Ciò che resta della Palestina] chiude i battenti dopo tre mesi di apertura. Milena Rampoldi di ProMosaik ha visitato questa mostra per noi e ci racconta le sue impressioni. 


Milena Rampoldi, 14-3-2026

A prima vista, questa mostra organizzata dall’associazione culturale turca “Kalyon Kültür” la si può considerare come il racconto della distruzione sionista della vita palestinese (famiglia, scuola, infanzia, cultura) e, quindi, come una presentazione materiale del genocidio sionista. Tuttavia, ciò che conta davvero qui, se ti trovi nel bel mezzo dell’esposizione e la vivi, non è la brutale distruzione che percepisci in superficie, ma ciò che rimane e si mantiene dopo la distruzione.


Si tratta di tutto ciò che il sionismo non può toccare, ovvero l’anima, la resistenza e l’umanità. Infatti, il titolo di questa mostra innovativa, che in qualche modo sovverte la pedagogia museale classica e i suoi paradigmi dialettici, si potrebbe tradurre “Ciò che resta della Palestina”.

Ciò che rimane e si mantiene dopo i bombardamenti e gli attacchi aerei dell’esercito israeliano, simbolo ed essenza del neocolonialismo in Medio Oriente, è la dignità umana, lo spirito di resistenza e l’umanità palestinese di un popolo oppresso, ma che in nessun modo è vittima di questa distruzione. 

Il visitatore entra in un dialogo empatico con la realtà della guerra in Palestina, “ricreata” nelle strutture della mostra. Il visitatore perde ogni distanza. La sua empatia è il risultato dell’abolizione di ogni dialettica tra la sua esistenza sicura e stabile a Istanbul-Harbiye e il genocidio a Gaza. Tuttavia, il visitatore non è lì per percepire la Palestina come realtà oggettivizzata nel senso di Edward Said e per piangere questa realtà come benefattore, ma per apparire come un testimone della Palestina e lasciare la mostra come un testimone a vita.

Come la testimonianza nel Corano, la testimonianza di un evento storico non è un diritto, ma un obbligo. E questo impegno porta ad una responsabilità etica. Il visitatore interagisce con la distruzione e non si esime dalla sua responsabilità. Poiché l’obbligo di difendere la Palestina non è la scelta di una giornata di sole ad Harbiye, ma l’obbligo etico di una vita come persona che pensa, testimonia e agisce eticamente. Come conferma la presentazione sul sito della mostra: “Questa mostra non è una visita, ma un atteggiamento”.

Ciò che rimane dopo la distruzione sionista è il “resto” ontologico, il resto che si oppone a ogni brutalità ontologica.

“In questo contesto, la distruzione non è un momento, ma una struttura che ha acquisito la propria continuità; il trauma è il nuovo modus vivendi quotidiano”.

Il trauma in Palestina si normalizza. La vita palestinese a Gaza è il vestigio di questa normalità traumatizzata. Tuttavia, il trauma è ora anche un aspetto quotidiano del visitatore, che è diventato un confidente/testimone responsabile per la vita.

“I visitatori non sono invitati a un sollievo emotivo, ma a un dibattito etico. Qui non ci si aspetta compassione, ma testimonianza. Perché la testimonianza comporta responsabilità”.

Non si tratta della catarsi del visitatore, come avviene in una tragedia greca, ma della fastidiosa conoscenza del genocidio sionista a Gaza.

Ciò che resta sono persone silenziose e oggetti silenziosi che rimangono immutati al loro posto come testimoni della distruzione. Questo aspetto si nota soprattutto nelle stanze in cui vengono mostrate la cucina, l’aula e la casa palestinese dopo i bombardamenti israeliani. Il materiale rimane, un pezzo di parete, un barattolo vuoto, un banco di scuola, una lavagna..., e questi oggetti sono silenziosi. 


Le prime vittime sono sempre i bambini. Perché il genocidio sionista è prima di tutto un genocidio di bambini. Per questo, anche la figura di Handala è al centro di questa mostra.

Handala è il famoso personaggio dei fumetti dell’artista grafico palestinese Naji al-Ali del 1969, dai tratti autobiografici molto marcati. I bambini uccisi a Gaza e i bambini che, come il vignettista, sono diventati rifugiati sopravvissuti sono il simbolo di una testimonianza che permane e sfida la distruzione brutale.

“Quello che si può vedere qui non è una perdita, ma un tempo irrecuperabile”.

“Il filo spinato al centro dell’installazione trasforma il confine di una linea geografica in un’esperienza permanente impressa nel corpo e nella memoria. Questa installazione non è concepita come una composizione estetica; vuole che il visitatore senta immediatamente l’interruzione tra oggi e ieri e il suo significato etico. Il lavoro chiama all’osservazione, non alla pietà”.

Come menzionato, il trauma si identifica con la normalità. La guerra è una continuità e il labirinto della mostra è una realtà costante. Il visitatore accede al labirinto. Il visitatore vi rimane volontariamente e vive l’oscurità della prigionia come un’esperienza permanente a livello acustico. I bambini insegnano al visitatore che cos’è la guerra - acusticamente e visivamente. Le urla dei bambini si imprimono nella mente e nell’anima dello spettatore testimone. Allo stesso tempo, la visita guidata alla mostra illumina i diversi movimenti sulle pareti grigie del labirinto. La violenza e la brutalità fanno parte della vita quotidiana e non fanno eccezione. Non scappi da questo labirinto, rimani dentro, ascolti ed impari dolorosamente la resistenza, che poi permane come un’eco dopo la tua uscita dalle sale della mostra. 

Quando le bombe dormono, anche noi possiamo dormire

In paradiso c’è la cioccolata?

Allah è dalla nostra parte! 

“Quello che sta accadendo qui non è una deviazione, ma l’ordine stesso”.

Il visitatore non può più uscirne fuori. Non è una stanza di fuga, è la sua testimonianza della Palestina, la colonia sionista del Medio Oriente di bambini come Handala.



L’altra sala, dove si leggono i nomi dei martiri, svolge la stessa funzione. Anche qui il testimone non fugge, ma rimane. Viene soppressa la dialettica tra testimonianza e testimone. Ci troviamo nello spazio post-dialettico della risposta dei palestinesi allo stato sionista, ancora imprigionato nella sua dialettica antiquata.

Traumatisme normalisé, normalité traumatisée : l’exposition pour la Palestine Kalanlar Filistin à Istanbul

Le 30 mars 2026, l’exposition solidaire « KalanlarFilistin » [Ce qui reste de la Palestine] ferme ses portes après trois mois dans le quartier Harbiye à Istanbul. Milena Rampoldi de ProMosaik a visité cette exposition pour nous et nous fait part de ses impressions. 


Milena Rampoldi, 14/3/2026

À première vue, cette exposition, organisée par l’association culturelle turque Kalyon Kültür, pourrait être vue comme le récit de la destruction sioniste de la vie palestinienne (famille, école, enfance, culture) et donc comme une présentation matérielle du génocide sioniste. Mais ce qui compte vraiment ici, si vous êtes au milieu de l’exposition et que vous en faites l’expérience, ce n’est pas la destruction brutale que vous percevez à la surface, mais ce qui reste et vit après la destruction.


Il s’agit de tout ce que le sionisme ne peut pas atteindre, à savoir l’âme, la résistance et l’humanité. En effet, le titre de cette exposition novatrice, qui bouleverse en quelque sorte la pédagogie muséale classique et ses paradigmes dialectiques, pourrait être traduit en français « Ce qui reste de la Palestine ».

Ce qui reste et se maintient après les bombardements et les frappes aériennes de l’armée israélienne, symbole et essence du néocolonialisme au Moyen-Orient, ce sont la dignité humaine, l’esprit de résistance et l’humanité palestinienne d’un peuple opprimé, mais qui n’est en aucun cas la victime de cette destruction. 

Le visiteur entre dans un dialogue empathique avec la réalité de la guerre en Palestine, qui est « recréée » dans les locaux de l’exposition. Le visiteur perd toute distance. Son empathie est le résultat de l’abolition de toute dialectique entre son existence sûre et stable dans le quartier Harbiye d’Istanbul et le génocide à Gaza. Cependant, le visiteur n’est pas là pour percevoir la Palestine comme un objet au sens d’Edward Said et pour la plaindre comme un bienfaiteur, mais pour apparaître comme un témoin de la Palestine et quitter l’exposition comme un témoin.

Comme le témoignage dans le Coran, le témoignage d’un événement historique n’est pas un droit, mais une obligation. Et cet engagement conduit à une responsabilité éthique. Le visiteur interagit avec la destruction et ne sort pas de sa responsabilité. Puisque l’obligation de défendre la Palestine n’est pas le choix d’une journée ensoleillée à Harbiye, mais l’obligation éthique d’une vie en tant que personne qui pense, témoigne et agit de manière éthique. Comme il est si bien dit sur le site de l’exposition : « Cette exposition n’est pas une visite, c’est une attitude. »

Ce qui reste après la destruction sioniste, c’est le « reste » ontologique, le reste qui s’oppose à toute brutalité ontologique.

« La destruction n’est pas un moment ici, mais une structure qui a gagné en continuité ; le traumatisme est la nouvelle forme de la vie quotidienne. »

Le traumatisme se normalise en Palestine. La vie palestinienne à Gaza est le vestige de cette normalité traumatisée. Cependant, le traumatisme est maintenant aussi un aspect quotidien du visiteur, qui est devenu un confident/témoin responsable pour la vie.

« Les visiteurs ne sont pas invités à un soulagement émotionnel, mais à un débat éthique. Ici, ce n’est pas de la compassion, mais un témoignage qui est attendu. Parce que le témoignage entraîne la responsabilité. »

Il ne s’agit pas de la catharsis du visiteur, comme c’est le cas dans une tragédie grecque, mais de la connaissance gênante du génocide sioniste à Gaza.

Ce qui reste, ce sont des personnes silencieuses et des objets silencieux qui restent immuablement à leur place en tant que témoins de la destruction. Cela peut être vu en particulier dans les pièces où la cuisine, la classe d’école et la maison palestinienne sont montrées après les bombardements israéliens. Le matériel qui reste, un morceau de mur, un pot vide, un pupitre d’école, un tableau noir…, et ces objets sont silencieux. 


Les premières victimes sont toujours les enfants. Car le génocide sioniste est avant tout un génocide d’enfants. Par conséquent, la figure de Handala est également au centre de cette exposition.

Handala est le célèbre personnage de bande dessinée de l’artiste palestinien Naji al-Ali de 1969, qui a des traits autobiographiques très forts. Les enfants assassinés de Gaza et les enfants qui, comme le dessinateur lui-même, sont devenus des réfugiés survivants sont le symbole d’un témoignage qui reste et défie la destruction brutale.

« Ce que l’on peut voir ici n’est pas une perte, mais un temps irrécupérable. »

« Le fil de fer barbelé au centre de l’installation transforme la frontière d’une ligne géographique en une expérience permanente imprimée dans le corps ainsi que dans la mémoire. Cette installation n’est pas conçue comme une composition esthétique ; elle veut que le visiteur ressente immédiatement l’interruption entre aujourd’hui et hier et sa signification éthique. Le travail appelle à l’observation, pas à la pitié. »

Le traumatisme est, comme mentionné, la normalité. La guerre est une continuité et le labyrinthe de l’exposition est une réalité constante. Le visiteur entre dans le labyrinthe. Il y reste volontairement et vit l’obscurité de l’emprisonnement acoustiquement comme une expérience permanente. Les enfants enseignent au visiteur ce qu’est la guerre, acoustiquement et visuellement. Les cris des enfants sont imprimés dans l’esprit et dans l’âme du spectateur témoin. Dans le même temps, la visite guidée de l’exposition éclaire les différents mouvements sur les murs gris du labyrinthe. La violence et la brutalité font partie de la vie quotidienne et ne font pas exception. Vous n’échappez pas à ce labyrinthe, vous restez, écoutez et apprenez péniblement la résistance, qui reste alors comme un écho après votre sortie de l’exposition. 

Lorsque les bombes sont endormies, nous aussi pouvons dormir

Y a-t-il du chocolat au paradis ?

Allah est avec nous

« Ce qui se passe ici n’est pas une déviation, mais l’ordre lui-même. »

Le visiteur ne peut pas sortir de la situation. Ce n’est pas une salle d’évasion, c’est son témoignage de la Palestine, la colonie sioniste du Moyen-Orient d’enfants comme Handala.



L’autre salle, où sont lus les noms des martyrs, remplit la même fonction. Ici aussi, le témoin ne fuit pas, mais reste. La dialectique entre témoignage et témoin est abolie. Nous sommes dans l’espace post-dialectique de la réponse des Palestiniens à l’État sioniste et sa dialectique dépassée.

13/03/2026

Normalisiertes Trauma, traumatisierte Normalität: die Palästinaausstellung „Kalanlar Filistin“ in Istanbul

Am 30. März 2026 schließt die Solidaritätsausstellung „Kalanlar Filistin“ [Was von Palästina übrigbleibt] nach drei Monaten in Istanbul Harbiye ihre Tore. Milena Rampoldi von ProMosaik hat diese Ausstellung für uns besucht und berichtet von ihren Eindrücken.

 Milena Rampoldi, 14.3.2026

Auf den ersten Blick würde man diese Ausstellung des türkischen Kulturvereins Kalyon Kültür als die Erzählung der zionistischen Zerstörung des palästinensischen Lebens (Familie, Schule, Kindheit, Kultur) und somit als materielle Präsentation des zionistischen Völkermordes betrachten. Aber was hier wirklich zählt, wenn man sich mitten in der Ausstellung befindet und sie miterlebt, ist nicht die brutale Zerstörung, die man an der Oberfläche wahrnimmt, sondern das, was „übrig“ bleibt und nach der Zerstörung weiterlebt.



Es geht um all das, was der Zionismus nicht treffen kann, und zwar um die Seele, den Widerstand und die Menschlichkeit. In der Tat lautet der Titel dieser innovativen Ausstellung, die irgendwie die klassische Museumspädagogik und ihre dialektischen Paradigmen völlig auf den Kopf stellt, in deutscher Übersetzung „Überreste von Palästina“.

Was nach den Bombenanschlägen und Luftangriffen des israelischen Militärs, des Symbols und Wesens des Neukolonialismus im Nahen Osten, bleibt und noch steht, sind menschliche Würde, der Geist des Widerstands und die palästinensische Menschlichkeit eines unterdrückten Volkes, das aber keinesfalls das Opfer dieser Zerstörung ist.



Der Zuschauer tritt in einen empathischen Dialog mit der Kriegsrealität Palästinas, die in den Räumlichkeiten der Ausstellung „nachgebaut“ wird. Der Zuschauer verliert jegliche Distanz, seine Empathie ist das Ergebnis der Aufhebung jeglicher Dialektik zwischen seinem sicheren und stabilen Dasein im Harbiye-Viertel von Istanbul und dem Völkermord von Gaza. Er ist aber nicht da, um Palästina als Objekt im Sinne Edward Saids wahrzunehmen und als Gutmensch zu bemitleiden, sondern um als Zeuge für Palästina aufzutreten und die Ausstellung als Zeuge zu verlassen.

Wie die Zeugenaussage im Koran, so ist auch das Zeugnis eines geschichtlichen Ereignisses kein Recht, sondern eine Verpflichtung. Und diese Verpflichtung führt zu einer ethischen Verantwortung. Der Zuschauer interagiert mit der Zerstörung und kommt aus seiner Verantwortungsnummer nicht mehr heraus. Denn die Verpflichtung, sich für Palästina einzusetzen, ist keine Wahl eines sonnigen Tages in Harbiye, sondern die ethische Verpflichtung eines Lebens als ethisch denkender, bezeugender und handelnder Mensch. Wie es auf der Webseite der Ausstellung so schön heißt:

„Diese Ausstellung ist kein Besuch; sie ist eine Haltung.“

Was nach der zionistischen Zerstörung übrigbleibt, ist das ontologische „Überbleibsel“, der Rest, der sich der ontologischen Brutalität widersetzt.

„Zerstörung ist hier kein Augenblick, sondern eine Struktur, die Kontinuität erlangt hat; Trauma ist die neue Form des Alltags.“

Das Trauma wird in Palästina zur Normalität. Das palästinensische Leben in Gaza ist das Überbleibsel dieser traumatisierten Normalität. Das Trauma ist aber nun auch ein Alltagsaspekt des Zuschauers, der sich in einen verantwortungsbewussten Mitwisser/Zeugen fürs Leben verwandelt hat.

„Die Betrachter sind nicht zu emotionaler Erleichterung, sondern zu einer ethischen Auseinandersetzung eingeladen. Hier wird nicht Mitgefühl, sondern Zeugnis erwartet. Denn Zeugnis schafft Verantwortung.“

Es geht nicht um die Katharsis des Zuschauers, wie bei einer griechischen Tragödie, sondern um das unbequeme Wissen um den zionistischen Völkermord in Gaza.

Was zurückbleibt, sind schweigende Menschen und stille Objekte, die als Zeugen der Zerstörung unbeweglich an ihrer Stelle bleiben. Dies sieht man im Besondern in den Räumen, in denen die Küche, die Schulklasse und das palästinensische Heim nach den israelischen Bombenanschlägen gezeigt werden. Die materiellen Überbleibsel, ein Stück Mauer, ein leerer Topf, eine Schulbank, eine Tafel…, schweigen.



Die ersten Opfer sind immer die Kinder. Denn der zionistische Völkermord ist vor allem ein Kindervölkermord. Daher ist auch die Figur von Hanzala zentral in dieser Ausstellung.

Hanzala ist die berühmte Cartoonfigur des palästinensischen Zeichners Nadschi al-Ali aus dem Jahre 1969, die sehr starke autobiografische Züge aufweist. Die ermordeten Kinder von Gaza und die Kinder, die wie der Karikaturist selbst, zu überlebenden Flüchtlingen wurden, sind das Symbol des Zeugnisses, das bleibt und der brutalen Zerstörung trotzt.

„Was hier zu sehen ist, ist kein Verlust, sondern unwiederbringliche Zeit.“

„Der Stacheldraht im Zentrum der Installation verwandelt die Grenze von einer geografischen Linie in eine dauerhafte, in Körper und Erinnerung eingeprägte Erfahrung. Diese Installation ist nicht als ästhetische Komposition konzipiert; sie will den Betrachter unmittelbar die Unterbrechung zwischen Heute und Gestern und deren ethische Tragweite spüren lassen. Das Werk ruft zum Beobachten auf, nicht zum Mitleid.“

Das Trauma ist, wie bereits erwähnt, die Normalität. Der Krieg ist die Kontinuität und das Labyrinth der Ausstellung ist die konstante Realität. Der Zuschauer geht in das Labyrinth. Er bleibt dort freiwillig gefangen und erlebt die Dunkelheit der Gefangenheit akustisch als eine permanente Erfahrung. Die Kinder lehren akustisch und visuell den Krieg. Die Schreie der Kinder prägen sich im Kopf und in der Seele des Zeugenzuschauers ein. Gleichzeitig beleuchtet die Führung der Ausstellung die verschiedenen Sätze auf den grauen Wänden des Labyrinths. Gewalt und Brutalität werden zum Alltag und sind keine Ausnahmen. Aus diesem Labyrinth flieht man nicht, man bleibt, hört zu und lernt schmerzvoll den Widerstand, der dann als Echo bleibt, nachdem man die Ausstellung verlassen hat.

Wenn die Bomben schlafen, können auch wir schlafen

Gibt es im Paradies Schokolade?

Allah ist mit uns

„Was hier geschieht, ist keine Abweichung, sondern die Ordnung selbst.“

Der Zuschauer kommt aus der Nummer nicht mehr raus. Das ist kein Fluchtraum, das ist sein Zeugnis von Palästina, der zionistischen Kolonie des Nahen Ostens der Kinder wie Hanzala.



Der andere Raum, in dem die Namen der Märtyrer gelesen werden, erfüllt dieselbe Funktion. Auch hier flieht der Zeuge nicht, sondern bleibt. Die Dialektik zwischen Zeugnis und Zeuge wird aufgehoben. Wir befinden uns im post-dialektischen Raum der Antwort der Palästinenser auf den zionistischen Staat und seine überholte Dialektik.

El objetivo de Israel en Irán no es simplemente un cambio de régimen, sino un colapso total

Para Israel, un Estado iraní fallido fracturado por una guerra civil es preferible a cualquier otro resultado. No solo quieren cambiar el régimen en Irán, quieren que colapse el Estado mismo.


Kate McMahon, Mondoweiss, 9-3-2026

Traducido por Tlaxcala

Kate McMahon es una periodista independiente viviendo en Egipto.

Después de décadas de guerras desastrosas en Oriente Medio, quizá USA finalmente haya aprendido una lección: los cambios de régimen son extremadamente difíciles. Eliminar a un jefe de Estado es la parte fácil, lo que viene después no lo es. Si el objetivo subyacente es un cambio de régimen, se espera que USA cultive un liderazgo alternativo que supervise un Estado más o menos funcional. Aquí es cuando las cosas se complican  y es por eso que pocos están trabajando seriamente para un cambio de régimen en Irán.

Los ejemplos de tales empresas fallidas son numerosos. USA invadió Irak en 2003; mató a Sadam Husein en 2006. Veinte años después, USA todavía está en Irak. Las declaraciones prematuras de “misión cumplida” contradecían las largas complicaciones de la construcción nacional que estaban por venir. Hoy, Irak está profundamente dividido con un sistema político enrevesado fracturado según líneas étnicas; aun así, es un Estado funcional, pero eso tomó dos décadas y media, miles de millones de dólares, alrededor de un millón de muertos y una ola de terror en toda la región. La estabilidad que Irak ha logrado también debe más a la adaptación política iraquí que al diseño usamericano.

Mientras tanto, en Afganistán, USA pasó dos décadas intentando reemplazar a los talibanes, solo para terminar una vez más con los talibanes al poder. Y en Siria, Washington armó a facciones rivales que buscaban derrocar a Bashar al-Ásad, avivando tensiones étnicas y sumiendo al país en una guerra civil. En un momento, milicias armadas por el Pentágono luchaban contra aquellas armadas por la CIA.

Pero Libia proporciona una advertencia diferente. En 2011, los ataques usamericanos ayudaron a matar a Muamar el Gadafi. Sin embargo, los funcionarios de la administración Obama no estaban particularmente interesados en instalar un reemplazo o en involucrarse en el complicado asunto de la construcción nacional, dejando a los libios solos para lidiar con las consecuencias y el consiguiente vacío de poder. En 2010, Libia era uno de los países más ricos de África y disfrutaba de un alto nivel de vida. Hoy, es un Estado fallido dirigido principalmente por milicias violentas y traficantes de esclavos, marcado por años de guerra civil.

Actualmente, USA ha asesinado al Líder Supremo iraní Jameneí bajo el pretexto de llevar la democracia a Irán, o porque pronto tendrán armas nucleares, una afirmación falsa. ¿Qué viene después?

Aunque los funcionarios de Washington puedan fingir esfuerzos para restablecer al Sha, este intento es, en el mejor de los casos, superficial. El hijo exiliado del brutal dictador de Irán, derrocado en la Revolución Islámica de 1979, no está listo para entrar a Teherán en un caballo blanco y arreglar el país con el estilo de un monarca. Si bien conserva seguidores leales entre la diáspora iraní en USA - particularmente aquellos de familias ricas que florecieron bajo la violenta monarquía -, es profundamente impopular dentro de Irán. Pocos toman en serio esas fantasías de que restablecer a un rey que ha vivido en USA durante cuatro décadas será un camino de rosas.

Descartada en gran medida la restauración monárquica, la atención se centró en la línea de sucesión interna de la República Islámica. Al discutir un posible sucesor de Jameneí la semana pasada, Trump dijo a un periodista: "í”El ataque fue tan exitoso que eliminó a la mayoría de los candidatos. No será nadie en quien estuviéramos pensando porque todos están muertos. El segundo o tercer lugar está muerto”. Tras el nombramiento del segundo hijo de Jameneí como Líder Supremo, los funcionarios israelíes han prometido asesinarlo a él y a todos los sucesores posteriores.

Los ataques usraelíes en Irán han eliminado a líderes opositores viables, incluidos críticos encarcelados de la República Islámica. Según informes, USA también está atacando intencionalmente a activistas de izquierda.

Porque en última instancia, reemplazar la República Islámica no es el objetivo principal, ni siquiera uno deseable. Más bien, el objetivo en Irán es la balcanización étnica y un Estado fallido. No quieren cambiar el régimen en Irán, quieren colapsar el Estado mismo. El propósito de los ataques militares es desintegrar las instituciones del Estado, alimentando tensiones étnicas y movimientos secesionistas, dejando a Irán profundamente dividido y marcado por la guerra civil y la violencia sectaria - un paralelismo con la Siria de 2015.

El colapso político podría intensificar las presiones separatistas entre los kurdos en el noroeste, los baluchis en el sureste y los azeríes en el norte, particularmente si potencias extranjeras buscaran explotar las quejas étnicas. Ya, la administración Trump ha discutido armar a grupos separatistas dentro de Irán, lo que reflejaría la horrible estrategia utilizada en Siria y Afganistán: empoderar a milicias brutales que luchan entre sí. Pero en este caso sin botas yanquis sobre el terreno.

Por lo tanto, al Departamento de Guerra no le preocupa el síndrome de Irak y Afganistán, porque aparentemente no tienen intención de enredarse en otra ronda de construcción nacional y guerra sin fin. Más bien, pretenden desestabilizar Irán, dejarlo a su suerte y retirarse.

Esta trayectoria distópica allana el camino para que Israel elimine toda oposición militar significativa en la región. En Siria, Israel ha pasado el último año bombardeando la infraestructura militar del país y aniquilando sus capacidades - a pesar de que el nuevo gobierno es un aliado occidental y no ha emitido amenazas contra Israel. Está claro que Israel no tolerará que nadie en la región tenga siquiera el potencial de desafiarlo.

La doctrina de seguridad de Israel se ha centrado durante mucho tiempo en mantener una “ventaja militar cualitativa”, asegurando una abrumadora superioridad tecnológica y operativa sobre cualquier rival regional. Codificado en la ley usamericana, el principio es claro: no se debe permitir que ningún Estado vecino desarrolle la capacidad de desafiar el dominio militar israelí. Dentro de ese marco, un Estado fragmentado representaría una amenaza a largo plazo mucho menor que una potencia regional independiente capaz de reconstruir sus fuerzas.

Es evidente que Netanyahu desea la erradicación de todos y cada uno de los poderes regionales. Ha estado vociferando desde 1990 que Irán estaba al borde de la capacidad nuclear, pasando tres décadas buscando una excusa para que USA interviniera en nombre de Israel y atacara Irán. Aunque debilitado, el Eje de la Resistencia sigue siendo un obstáculo terco para que Israel expanda sus fronteras en pos del “Gran Israel”, no solo apoderándose de los territorios palestinos restantes, sino extendiéndose hacia Siria y Líbano. Por lo tanto, la resistencia debe ser eliminada, y el camino pasa por Irán.

Como Danny Citrinowicz, investigador principal del Instituto de Estudios de Seguridad Nacional de Tel Aviv, dijo al Financial Times esta semana, resumiendo la posición de su gobierno sobre Irán: “Si podemos tener un golpe de Estado, genial. Si podemos tener gente en las calles, genial. Si podemos tener una guerra civil, genial. A Israel no le importa en absoluto el futuro[in]i la estabilidad de Irán”.

Desde una perspectiva israelí, un Irán fragmentado atrapado en una guerra civil es preferible a un nuevo gobierno, por muy sometido que esté a los intereses occidentales (véase: Siria). Mientras tanto, Trump puede preferir nominalmente un cambio de régimen al colapso del Estado, pero no está dispuesto a aportar los recursos necesarios para lograrlo y eventualmente se desvinculará cuando los costos comiencen a aumentar.

Si el régimen iraní cae, no solo sus figuras prominentes sino el aparato estatal mismo, el resultado inevitable será una desestabilización masiva y una Libia 2.0, si no peor. Esto es por diseño. USA ciertamente no tiene ilusiones de llevar la democracia a Irán, lo que potencialmente podría lograrse mediante el apoyo a la oposición o a los reformistas que se organizan dentro del país, en lugar de bombardearlos. Pero Israel no quiere que Irán tenga una democracia soberana, quiere su incapacitación, allanando el camino para que su propio poderío militar en la región quede sin control.

El aparato de seguridad iraní está profundamente arraigado y es poco probable que se desintegre rápidamente. Pero si los ataques sostenidos logran romper el Estado en lugar de simplemente debilitar su liderazgo, las consecuencias serían catastróficas. Un país de casi noventa millones de personas no se fractura en silencio. Cientos de miles morirán, y millones más serán desplazados. Porque las bombas nunca liberan, fragmentan: cuerpos, países, sociedades.

L’objectif d’Israël en Iran n’est pas simplement un changement de régime, mais un effondrement total

Pour Israël, un État iranien en faillite, fracturé par une guerre civile, est préférable à tout autre résultat. Ils ne veulent pas seulement changer le régime en Iran, ils veulent faire s’effondrer l’État lui-même.


Traduit par Tlaxcala

Kate McMahon est une journaliste indépendante vivant en Égypte

Après des décennies de guerres désastreuses au Moyen-Orient, les USA ont peut-être enfin retenu une leçon : les changements de régime sont extrêmement difficiles. Éliminer un chef d’État est la partie facile : ce qui vient après ne l’est pas. Si l’objectif sous-jacent est un changement de régime, on s’attend à ce que les USA cultivent une direction alternative supervisant un État plus ou moins fonctionnel. C’est là que les choses tournent mal – et c’est pourquoi peu de gens travaillent sérieusement à un changement de régime en Iran.

Les exemples de telles entreprises avortées sont nombreux. Les USA ont envahi l’Irak en 2003, ils ont tué Saddam Hussein en 2006. Vingt ans plus tard, ils sont toujours en Irak. Les déclarations prématurées de « mission accomplie » contredisaient les longues complications de la construction nationale qui restaient à venir. Aujourd’hui, l’Irak est profondément divisé avec un système politique alambiqué, fracturé selon des lignes ethniques –c’est un État quand même fonctionnel, mais il a fallu deux décennies et demie, des milliards de dollars, environ un million de morts et une vague de terreur dans toute la région pour y arriver. La stabilité que l’Irak a acquise est aussi plus due à l’adaptation politique irakienne qu’au plan usaméricain.

Pendant ce temps, en Afghanistan, les USA ont passé deux décennies à tenter de remplacer les talibans , pour finalement voir les talibans reprendre une nouvelle fois le pouvoir. Et en Syrie, Washington a armé des factions rivales cherchant à renverser Bachar al-Assad, attisant les tensions ethniques et plongeant le pays dans la guerre civile. À un moment donné, des milices armées par le Pentagone combattaient celles armées par la CIA.

Mais la Libye fournit un autre type de récit édifiant. En 2011, des frappes usaméricaines ont aidé à tuer Mouammar Kadhafi. Pourtant, les responsables de l’administration Obama ne se souciaient pas particulièrement d’installer un remplaçant ou de s’impliquer dans le travail compliqué de la construction nationale, laissant les Libyens seuls face aux conséquences et au vide de pouvoir qui a suivi. En 2010, la Libye était l’un des pays les plus riches d’Afrique et jouissait d’un niveau de vie élevé. Aujourd’hui, c’est un État en faillite principalement dirigé par des milices violentes et des trafiquants d’esclaves, marqué par des années de guerre civile.

Actuellement, les USA ont assassiné le guide suprême iranien Khamenei sous le prétexte d’apporter la démocratie en Iran, ou parce qu’ils auront bientôt l’arme nucléaire, une assertion fausse. Quelle est la suite ?

Bien que les responsables de Washington puissent feindre des efforts pour rétablir le Shah, cette tentative est au mieux superficielle. Le fils exilé du dictateur brutal de l’Iran, renversé lors de la révolution islamique de 1979, n’est pas sur le point de rentrer à Téhéran sur un cheval blanc pour remettre le pays en ordre avec le panache d’un monarque. Bien qu’il conserve une base de fans fidèles parmi la diaspora iranienne aux USA – en particulier ceux issus de familles riches qui ont prospéré sous la monarchie violente – il est profondément impopulaire en Iran. Peu de gens envisagent sérieusement de tels fantasmes selon lesquels rétablir un roi qui a vécu en USAmérique pendant quatre décennies se passerait sans accroc.

La restauration monarchiste étant largement écartée, l’attention s’est tournée vers la ligne de succession interne de la République islamique. En discutant d’un successeur potentiel à Khamenei la semaine dernière, Trump a dit à un journaliste : « L’attaque a été si réussie qu’elle a éliminé la plupart des candidats. Ce ne sera aucun de ceux auxquels nous pensions parce qu’ils sont tous morts. La deuxième ou troisième place est morte ».  Une fois le second fils de Khamenei nommé guide suprême, les responsables israéliens ont promis de l’assassiner ainsi que tous les successeurs suivants.

Les frappes usaméricaines et israéliennes en Iran ont éliminé des chefs de l’opposition viables, y compris des critiques emprisonnés de la République islamique. Apparemment, les USA cibleraient également intentionnellement des activistes de gauche.

Parce qu’en fin de compte, remplacer la République islamique n’est pas l’objectif principal, ni même un objectif souhaitable. L’objectif en Iran est plutôt la balkanisation ethnique et un État en faillite. Ils ne veulent pas changer le régime en Iran, ils veulent faire s’effondrer l’État lui-même. Le but des frappes militaires est de désintégrer les institutions de l’État, alimentant les tensions ethniques et les mouvements sécessionnistes, laissant l’Iran profondément divisé et marqué par la guerre civile et la violence sectaire – un parallèle avec la Syrie de 2015.

Un effondrement politique pourrait intensifier les pressions séparatistes parmi les Kurdes au nord-ouest, les Baloutches au sud-est et les Azéris au nord, en particulier si des puissances étrangères cherchaient à exploiter les griefs ethniques. Déjà, l’administration Trump a discuté d’armer des groupes séparatistes en Iran, ce qui refléterait la stratégie horrible utilisée en Syrie et en Afghanistan : donner du pouvoir à des milices brutales se battant entre elles. Mais dans ce cas, sans soldats usaméricains au sol.

Le ministère US de la Guerre n’est donc pas préoccupé par le syndrome irakien et afghan, car ils n’ont apparemment aucune intention de s’empêtrer dans un autre cycle de construction nationale et de guerre sans fin. Ils ont plutôt l’intention de déstabiliser l’Iran, de le laisser aux loups et de se retirer.

Cette trajectoire dystopique ouvre la voie à Israël pour éliminer toute opposition militaire significative dans la région. En Syrie, Israël a passé la dernière année à bombarder l’infrastructure militaire du pays et à anéantir ses capacités – malgré le fait que le nouveau gouvernement soit un allié occidental et n’ait émis aucune menace contre Israël. Il est clair qu’Israël ne tolérera personne dans la région ayant ne serait-ce que le potentiel de le défier.

La doctrine de sécurité d’Israël s’est longtemps concentrée sur le maintien d’un « avantage militaire qualitatif » – en assurant une supériorité technologique et opérationnelle écrasante sur tout rival régional. Codifié dans la loi usaméricaine, le principe est clair : aucun État voisin ne devrait être autorisé à développer la capacité de défier la domination militaire israélienne. Dans ce cadre, un État fragmenté poserait une menace à long terme bien moindre qu’une puissance régionale indépendante capable de reconstruire ses forces.

Il est évident que Netanyahou désire l’éradication de toutes les puissances régionales. Il vocifère depuis 1990 que l’Iran est au bord de la capacité nucléaire, passant trois décennies à chercher une excuse pour que les USA interviennent au nom d’Israël et frappent l’Iran. Bien qu’affaibli, l’Axe de la résistance reste un obstacle tenace à l’expansion des frontières d’Israël dans la poursuite du « Grand Israël », visant non seulement à s’emparer des territoires palestiniens restants, mais à s’étendre en Syrie et au Liban. Par conséquent, la résistance doit être éliminée, et le chemin vers ça passe par l’Iran.

Comme Danny Citrinowicz, chercheur principal à l’Institut d’études de sécurité nationale de Tel Aviv, l’a dit au Financial Times cette semaine, résumant la position de son gouvernement sur l’Iran : « Si nous pouvons avoir un coup d’État, tant mieux. Si nous pouvons avoir des gens dans la rue, tant mieux. Si nous pouvons avoir une guerre civile, tant mieux. Israël se moque complètement de l’avenir [ou] de la stabilité de l’Iran ».

D’un point de vue israélien, un Iran fragmenté pris dans une guerre civile est préférable à un nouveau gouvernement, aussi inféodé aux intérêts occidentaux soit-il (voir : Syrie). Pendant ce temps, Trump peut nominalement préférer un changement de régime à un effondrement de l’État, mais il n’est pas disposé à fournir les ressources nécessaires pour y parvenir et finira par se désengager lorsque les coûts commenceront à s’accumuler.

Si le régime iranien tombe, pas seulement ses figures de proue mais l’appareil d’État lui-même, le résultat inévitable sera une déstabilisation massive et une Libye 2.0, voire pire. C’est voulu. Les USA ne se font certainement aucune illusion quant à la possibilité d’imposer la démocratie en Iran, ce qui pourrait potentiellement être réalisé via un soutien à l’opposition ou aux réformistes s’organisant dans le pays, au lieu de les bombarder. Mais Israël ne veut pas que l’Iran ait une démocratie souveraine, il veut le mettre en état d’incapacité, ce qui ouvrirait la voie à sa propre puissance de feu incontrôlée

L’appareil sécuritaire iranien est profondément ancré et ne risque guère de s’effondrer rapidement. Mais si des frappes soutenues réussissent à briser l’État plutôt qu’à simplement affaiblir sa direction, les conséquences seraient catastrophiques. Un pays de près de quatre-vingt-dix millions d’habitants ne se fracture pas en silence. Des centaines de milliers de personnes mourront, et des millions d’autres seront déplacées. Parce que les bombes ne libèrent jamais, elles fragmentent : les corps, les pays, les sociétés.

12/03/2026

Un appel à la conscience
Déclaration du cardinal Blase J. Cupich, archevêque de Chicago

Archidiocèse de Chicago, 7/3/2026

Alors que plus de 1 000 hommes, femmes et enfants iraniens gisent morts après des jours de bombardements par des missiles américains et israéliens, le compte X officiel de la Maison-Blanche a publié jeudi soir une vidéo mêlant des scènes de films d’action populaires à des images réelles de frappes de leur guerre contre l’Iran. La légende de la vidéo était : « LA JUSTICE À L’AMÉRICAINE ».

Une vraie guerre avec de vraies morts et de vraies souffrances traitée comme s’il s’agissait d’un jeu vidéo : c’est écœurant. Des centaines de personnes sont mortes, des mères et des pères, des filles et des fils, y compris des dizaines d’enfants qui ont commis l’erreur fatale d’aller à l’école ce jour-là. Six soldats américains ont été tués. Eux aussi sont déshonorés par cette publication sur les réseaux sociaux. Des centaines de milliers de personnes sont déplacées, et plusieurs millions d’autres sont terrifiées à travers le Moyen-Orient.

Cette représentation horrifiante démontre que nous vivons désormais à une époque où la distance entre le champ de bataille et le salon a été considérablement réduite. La crise morale à laquelle nous sommes confrontés n’est pas seulement une question de guerre elle-même, mais aussi de la manière dont nous, les observateurs, percevons la violence, car la guerre est devenue un sport de spectateur ou un jeu de stratégie. En effet, le marché de prédiction Kalshi a récemment versé 2,2 millions de dollars de règlement à des utilisateurs mécontents de la façon dont l’entreprise avait distribué les 55 millions de dollars pariés sur la destitution du guide suprême iranien Ali Khamenei après sa mort.

Les journalistes utilisent désormais le terme « ludification » (gamifying) de la guerre pour décrire cette dynamique. Quelle profonde défaillance morale, car faire de la guerre un jeu dépouille de leur humanité de vraies personnes. N’oublions pas qu’un « tir réussi » n’est pas un gain de points ; c’est une famille en deuil dont nous ignorons la souffrance lorsque nous plaçons le divertissement et le profit au-dessus de l’empathie.

Notre gouvernement traite la souffrance du peuple iranien comme une toile de fond pour notre propre divertissement, comme s’il ne s’agissait que d’un contenu de plus à faire défiler en attendant à la caisse du supermarché. Mais, au final, nous perdons notre humanité lorsque nous sommes enthousiasmés par la puissance destructrice de notre armée. Nous devenons accros au « spectacle » des explosions. Et le prix de cette habitude est presque imperceptible, car nous nous désensibilisons aux véritables coûts de la guerre. Mais plus nous restons aveugles aux terribles conséquences de la guerre, plus nous risquons le don le plus précieux que Dieu nous ait fait : notre humanité.

Je sais que le peuple américain vaut mieux que cela. Nous avons assez de bon sens pour savoir que ce qui se passe n’est pas un divertissement mais une guerre, et que l’Iran est une nation peuplée d’êtres humains, pas un jeu vidéo auquel d’autres jouent pour nous divertir.

Un llamado a la conciencia
Declaración del cardenal Blase J. Cupich, arzobispo de Chicago

 Arquidiócesis de Chicago, 7-3-2026

Mientras más de 1.000 hombres, mujeres y niños iraníes yacían muertos tras días de bombardeos con misiles usamericanos e israelíes, la cuenta oficial en X de la Casa Blanca publicó el jueves por la noche un video con escenas de populares películas de acción junto con imágenes reales de ataques de su guerra contra Irán. El videoclip fue subtitulado: “JUSTICIA A LA MANERA AMERICANA”.


Una guerra real con muerte real y sufrimiento real siendo tratada como si fuera un videojuego: es repugnante. Cientos de personas han muerto, madres y padres, hijas e hijos, incluyendo decenas de niños que cometieron el fatal error de ir a la escuela ese día. Seis soldados usamericanos han sido asesinados. Ellos también son deshonrados por esa publicación de redes sociales. Cientos de miles de desplazados, y muchos millones más están aterrorizados a lo largo del Medio Oriente.

Esta horrible representación demuestra que ahora vivimos en una época donde la distancia entre el campo de batalla y la sala de estar se ha reducido drásticamente. La crisis moral que estamos enfrentando no es sólo un asunto de la guerra en sí misma, sino también de cómo nosotros, los observadores, vemos la violencia, porque la guerra ahora se ha convertido en un deporte para espectadores o juego de estrategia. De hecho, el mercado de predicciones Kalshi recientemente pagó un acuerdo de $2.2 millones relacionado con usuarios que no estaban contentos con cómo la compañía pagó los $55 millones apostados en la salida del líder supremo de Irán Alí Jameneí después de que fue asesinado.

Los periodistas ahora utilizan el término “gamificación” de la guerra para describir esta dinámica. Qué profundo fracaso moral, porque la gamificación despoja de su humanidad a personas reales. No lo olvidemos, un “acierto” no significa sumar puntos en el tablero; es una familia en duelo cuyo sufrimiento ignoramos cuando priorizamos el entretenimiento y la ganancia por sobre la empatía.

Nuestro gobierno está tratando el sufrimiento del pueblo iraní como telón de fondo para nuestro propio entretenimiento, como si fuera simplemente otra pieza de contenido para ser hojeado mientras esperamos en la fila del supermercado. Pero al final, perdemos nuestra humanidad cuando nos emocionamos con el poder destructivo de nuestras fuerzas armadas. Nos volvemos adictos al “espectáculo” de las explosiones. Y el precio de este hábito es casi imperceptible, a medida que nos volvemos insensibles a los verdaderos costos de la guerra. Pero cuanto más tiempo permanezcamos ciegos ante las terribles consecuencias de la guerra, más arriesgaremos el don más preciado que Dios nos dio: nuestra humanidad.

Yo sé que el pueblo usamericano es mejor que esto. Tenemos el buen juicio de saber que lo que está sucediendo no es entretenimiento sino guerra, y que Irán es una nación de gente, no un videojuego que otros juegan para entretenernos.