Tradotto da Tlaxcala
Dott. Mostafa Ghahremani arrivò in Germania dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e studiò medicina umana e odontoiatria a Francoforte. Oggi lavora come specialista in chirurgia plastica ed estetica in una clinica privata tedesca. In quanto attivista critico della società, segue da anni gli sviluppi politici in Iran. È autore di una monografia su Sadegh Ghotbzadeh, figura importante ma spesso trascurata della rivoluzione iraniana e poi ministro degli esteri, condannato a morte e giustiziato nel 1982.
Il
modo in cui noi iraniani·e affrontiamo la cultura e la civiltà occidentale mostra
tratti chiaramente morbosi, anzi patologici. Si tratta di un incontro che non
si basa su una comprensione critica e storica, ma su una forma di fascinazione,
passività e accettazione immediata e non filtrata. Per questo motivo – a
differenza dello scrittore e critico culturale Jalal Al-e Ahmad, che all’inizio
degli anni ‘60 definì questa condizione “ossessione per l’Occidente”
(gharbzadegi غربزدگی) – preferisco il ter mine “Euromania” (غربشیفتگی gharbshiftegi). Questo termine proviene dalla letteratura specialistica
della psichiatria e indica più precisamente un attaccamento eccessivo e un
disturbo della capacità di giudizio.
A mio parere, l’Euromania nella società iraniana può essere caratterizzata da tre tratti centrali:
- un attaccamento eccessivo,
- un’ammirazione acritica,
- e una condizione quasi compulsiva che rende impossibile ogni distanziamento epistemico.
Sono
passati più di due secoli dai nostri primi incontri con l’Occidente, ma questi
incontri non hanno mai portato a una comprensione profonda della logica
interna, dei meccanismi di potere e delle basi epistemologiche della civiltà
occidentale. L’Occidente non è stato percepito come una totalità storicamente
stratificata e contraddittoria, ma prevalentemente come un insieme di
realizzazioni pronte, istituzioni e modelli consumabili. In questo quadro, in
particolare, la connessione interna tra sapere, potere, istituzione e soggetto
nella modernità occidentale è rimasta trascurata. Di conseguenza, la nostra
conoscenza dell’Occidente si è largamente esaurita nelle sue manifestazioni e
nei meccanismi esterni di funzionamento, ed è rimasta cieca a un’analisi
storica della produzione di “verità”, “razionalità” e “normatività” all’interno
di questa civiltà. L’Occidente è apparso nel nostro pensiero più come un
modello neutrale e universale che come un progetto storico specifico, sorto in
stretta connessione con rapporti di dominio, processi di disciplinamento e riproduzione
del potere.
Persino
importanti intellettuali iraniani contemporanei, nonché pensatori riformisti
religiosi e secolari, non sono stati risparmiati da questa limitazione
epistemologica. I loro soggiorni per lo più relativamente brevi in Occidente,
spesso senza un accesso profondo alle sue tradizioni filosofiche, storiche e
critiche, non hanno permesso una comprensione strutturale e fondamentale della
modernità occidentale. Pertanto, una parte sostanziale del loro confronto con l’Occidente
si è basata meno su una critica immanente della tradizione moderna e più su
percezioni selettive e in parte idealizzate.
Purtroppo,
queste interpretazioni, a causa del ruolo d’avanguardia di questi pensatori nel
campo intellettuale iraniano, sono diventate esse stesse un fattore
determinante nella diffusione dell’Euromania tra i ceti medi urbani. Questi
strati hanno gradualmente iniziato a considerare l’Occidente non più come un
oggetto di conoscenza critica, ma come metro ultimo di razionalità, progresso e
persino virtù. Il risultato di questo atteggiamento è stata la persistenza di
una condizione in cui la società iraniana, nelle aree politiche, economiche e
culturali, è rimasta esposta a una forma di egemonia occidentale sia morbida
che dura.
Questo
dominio distruttivo si è manifestato da un lato nella sottomissione delle
strutture statali e nella facilitazione dello sfruttamento delle risorse
naturali ed economiche del paese; dall’altro, attraverso il reclutamento e l’integrazione
delle élite intellettuali e scientifiche iraniane nelle istituzioni occidentali
– nel contesto della migrazione e della fuga dei cervelli –, ha portato alla
riproduzione della disuguaglianza epistemica.
Inoltre,
l’imposizione di modelli di vita e di pensiero occidentali come unici modi di
esistenza legittimi e razionali ha causato un estraniamento delle élite dai
loro stessi contesti sociali e storici e ha rafforzato un’autodistruzione
strutturale.
Il
risultato di questo processo è stata l’incapacità delle élite di fornire
risposte efficaci ai problemi reali della società, nonché il ripetuto
fallimento di progetti di riforma, sviluppo ed emancipazione; poiché questi
progetti erano per lo più concepiti sulla base di una razionalità e di un’etica
che non sono emerse dal contesto storico e culturale della società iraniana.
Dal
punto di vista del sottoscritto– che ha vissuto, studiato e lavorato ai massimi
livelli professionali in una delle società occidentali più centrali per oltre
quattro decenni – la via per liberare l’Iran dalla condizione di dipendenza
onnicomprensiva ed egemonia oggi non risiede né in un rifiuto semplicistico
dell’Occidente né nella sua accettazione acritica, ma nel superamento
consapevole e critico del fenomeno dell’Euromania.
In
questo contesto, l’istituzione e lo sviluppo degli Studi occidentali (occidentalismo)
come disciplina critica e storica della conoscenza – in tensione e al contempo
in corrispondenza con l’orientalismo – appare come una necessità
imprescindibile. Una tale ricerca sull’Occidente può rendere visibili le basi
filosofiche ed epistemologiche nonché i meccanismi interni della civiltà
moderna, il suo rapporto con il potere, l’etica, la razionalità e la
tradizione, e impedire che l’Occidente venga ridotto a un modello universale e
senza alternative. Progettata correttamente, questa conoscenza può contribuire
a recuperare la fiducia epistemica, a rinnovare la certezza collettiva di sé e
a formare una razionalità critica e indigena.
L’ascesa
dell’Iran sulla via della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione
strategica e dello sviluppo sostenibile non sarà possibile senza il superamento
di questa patologia collettiva dell’Euromania.


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