06/01/2026

Loro hanno i martelli, noi siamo i chiodi: la “politica di difesa” europea ignora la sicurezza umana

Ben Cramer, 5/1/2026
Tradotto da Tlaxcala

Familiarizzatosi con la sociologia della Difesa all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Ben Cramer si avvicinò alla polemologia, per poi unirsi al Department of Peace Studies a Bradford prima di fare le sue prime esperienze all’interno di Greenpeace nelle campagne per il disarmo. Ricercatore al CIRPES, ha lavorato sull’esercito di milizia svizzero – per conto della Fondation pour les Études de Défense Nationale. Giornalista, ex-produttore del programma ‘Fréquence Terre’ su RFI, co-conduce nel 2008 il primo dibattito al Parlamento Europeo sul tema ‘Sicurezza Collettiva e Ambiente’, dopo aver operato in un gruppo di riflessione sulla proliferazione nucleare all’interno del Centre d’Études et de Recherches de l’Enseignement Militaire, il CEREM. Ricercatore associato al GRIP a Bruxelles (sull’impronta delle attività militari e il cambiamento climatico), si sforza di popolarizzare il concetto di ‘sicurezza ecologica’ e di evidenziare i ponti tra sicurezza, ambiente e disarmo. Sitio web: https://athena21.org

Dobbiamo decostruire la logica del martello e del chiodo. Questa constatazione dovrebbe suscitare vocazioni ma, nel frattempo, mentre il pensiero strategico è in panne, la nozione di sicurezza non si è liberata dal giogo militare. E finché la priorità è data alle armi, al loro uso, alla loro sofisticazione, ogni distruzione, incluso l’“infanticidio differito” evocato dal padre della polemologia Gaston Bouthoul, si concluderà con l’accaparramento e lo stupro delle risorse planetarie. A queste tattiche di distruzione si aggiungeranno, nel quadro delle guerre ibride, operazioni volte a dissuadere i civili dal giocare il ruolo loro spettante nel definire ciò che la società dovrebbe difendere e come.


A titolo di spiegazione, sembra opportuno cogliere quanto le élite che ci governano siano intrappolate dalla tecnologia di cui si sono dotate. Essa determina le loro opzioni o, più precisamente, limita il loro margine di manovra, come illustra l’ordine del successore della portaerei Charles-de-Gaulle che rappresenta 42.000 tonnellate di ... gesticolazione diplomatica. L’annuncio di questo cantiere faraonico (e neanche europeo!) conferma la negazione in cui sprofondano coloro che rifiutano di realizzare che la modernizzazione a lungo termine della forza di attacco costituisce uno degli elementi più emblematici per fare dello Stato sovrano un agente di insicurezza suprema.

Ma come scriveva lo psicologo usamericano Abraham Maslow: “Se l’unico strumento a disposizione del potere è un martello, è tentante trattare tutto come se fosse un chiodo” (The Psychology of Science, 1966, una frase spesso attribuita a Mark Twain). Così, poiché coloro che ci governano hanno solo martelli a portata di mano, ogni situazione (simbolizzata da un chiodo) deve essere trattata con il “pugno duro”; ogni perturbatore è necessariamente un nemico destinato ad essere annientato. La formula può sembrare antiquata o superata nella misura in cui l’obiettivo delle guerre future consiste nel controllare e non nel far morire. Il nemico non è sempre quello che si ostenta.

Per assicurare una maggiore sicurezza, bisogna prima designare le minacce credibili e saper fissare le priorità. Eh sì, per parafrasare uno slogan della SNCF, una minaccia può nasconderne un’altra. In un mondo che ha perso ogni razionalità, in cui la maggior parte degli Stati spende di più per la sicurezza nazionale che per l’istruzione dei propri figli, gli indicatori sono inefficaci. Purtroppo, difendere la tesi secondo cui l’analfabetismo e/o la discalculia costituiscono una minaccia maggiore per l’umanità del terrorismo non è politicamente redditizio. Ecco perché alcuni fanno del sensazionalismo omettendo di dire che le vittime del terrorismo sono sei volte meno numerose del numero di morti ai passaggi a livello in Francia (dati 2020).

La distorsione tra percezione e realtà è un mezzo per rilevare l’istrumentalizzazione della minaccia. Ad esempio, la campagna mediatica condotta da Donald Trump, per insinuare che il coronavirus fosse una tattica premeditata da Pechino, non ha permesso di sottrarre centinaia di migliaia di cittadini usamericani alla morte. In ogni caso, alle minacce “fake” si aggiungono falsi allarmi e quindi, risposte inappropriate. Questo fenomeno non è riservato a un solo paese, fosse pure il più imperiale. Allora, che fare?

A nostro rischio e pericolo

Liberarsi dalla paura significa neutralizzare il capro espiatorio e de-demonizzare il nemico o i nemici di sostituzione. Ora, non è escluso credere che i nostri dirigenti, a Bruxelles o altrove, abbiano le loro ragioni per brandire lo spettro di “nemici”. Sia per giustificare le spese che comporterà la militarizzazione dello spazio extra-atmosferico, il “cosmo”, come dicono i russi; o per valorizzare i metalli (minerali) contenuti negli abissi marini in nome delle “7 ambizioni per l’innovazione” elencate nel rapporto Innovazione 2030 presieduto da Anne Lauvergeon sin dall’aprile 2013.

O meglio ancora: scagionarsi per non aver anticipato le ricadute drammatiche delle convulsioni di un Impero alle strette. Infine, come spiega lo storico Emmanuel Todd, la drammatizzazione delle questioni geopolitiche è un modo per dimenticare e far dimenticare le sfide concrete che il paese deve affrontare: “L’aumento della mortalità infantile, senza equivalenti negli altri paesi, testimonia l’ampiezza di queste sfide e il declassamento della Francia...” Nondimeno: monopolizzare somme esorbitanti per militarizzare la Francia in nome dei nostri interessi vitali (grazie per la futura portaerei!) sembra indicare che la guerra che si sta preparando non è davvero affare di tutti. Anche se il cittadino smarrito è coinvolto attraverso le tasse. Alcuni considereranno ogni aumento del budget militare una frode, una manovra che equivale a malversazione. Non hanno necessariamente torto: i recenti sondaggi illuminano il divario tra le priorità dei governanti e le percezioni dei popoli interessati. Una maggioranza di europei non vuole prendere parte a un confronto tra USA e Russia o Cina. Solo il 22% sarebbe favorevole a una partecipazione degli USA a una guerra contro la Cina, il 23% a una guerra contro la Russia.

Ma la vox populi è capricciosa: coloro che propugnano un tetto alle emissioni di carbonio sono curiosamente gli stessi che rifiutano categoricamente qualsiasi tetto alla spesa militare. In nome dei presunti benefici di una “ecologia di guerra” (sic). Mentre il Fondo Verde per il Clima raccomandato dall’ONU al Vertice di Copenaghen (COP 15) conta su donatori generosi per riempire una cassa piuttosto vuota, poche voci si pronunciano a favore di una riorientazione dei budget militari verso l’adattamento climatico, anche se tale misura potrebbe frenare l’accelerazione della militarizzazione in corso. Tra le ONG, solo il WWF-Francia ha fatto questa raccomandazione in un rapporto del 2017.

Altre voci qualificheranno la manovra come autosabotaggio. Ma l’intenzione di privare milioni di cittadini di una sicurezza fondamentale... umana – non rasenta l’omissione di soccorso a popoli in pericolo?

Alcuni osservatori sarebbero tentati di concludere che la minaccia privilegiata non è la più probabile, né la più formidabile, ma quella che permette a coloro che ci governano di consolidare il loro potere e aggrapparvisi. “Qualunque sia il prezzo”. Un esempio? La persona comune non si sente direttamente toccata dal tentativo di acquisire armi di distruzione di massa (nucleari) da parte di questo o quel costruttore di bombe A o H. Non abbastanza per rappresentare una “minaccia esistenziale”. Del resto, dagli anni ‘70, circa una dozzina di Stati (Svizzera, Svezia, Brasile, Argentina, Sudafrica, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan) hanno rinunciato all’opzione nucleare militare senza esservi costretti con la forza (a differenza dell’Iraq o della Libia). Ma il ‘proliferatore’ rimane il nemico preferito, non solo a Riad o Abu Dhabi.

Proseguiamo l’argomentazione. Nella rubrica “Non è mai troppo presto per prevenire conflitti e minacce”, secondo il vocabolario convenuto in “Strategia Europea di Sicurezza, Un’Europa sicura in un mondo migliore” (Bruxelles, 2009), è bastato puntare i nostri riflettori sull’Iran e i suoi mullah. La rappresentazione delle sequenze di questa avventura nucleare tiene con il fiato sospeso l’Internazionale dei paranoici con Benjamin Netanyahu in testa. Da quattro decenni! E senza risalire ai passi intrapresi dalla visita dello Scià nel 1974. Già nel mese di aprile 1984, i servizi di intelligence tedeschi prevedevano che l’Iran potesse ottenere la bomba entro due anni ... grazie all’uranio altamente arricchito (HEU) proveniente dal Pakistan ... come espose allora la prestigiosa rivista Jane’s Defence Weekly.

Questa psicosi ha messo a tacere i pacifisti rispetto all’avventurismo israeliano durante l’operazione “Midnight Hammer” (ancora una storia di martelli!) che ha colpito diversi siti nucleari iraniani nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025. L’operazione ha anche messo alle strette una certa sinistra francese ... che ancora non si è riconciliata con le questioni di sicurezza e flirta con il grado zero della geopolitica. Farebbe bene a completare o rivedere il suo credo rileggendo il famoso libro satirico “La pace indesiderabile? Rapporto sull’utilità delle guerre ”< di John Kenneth Galbraith e Leonard C. Lewin (ed. fr. presso Calmann-Lévy nel 1984). Gli autori lo riassumono in questi termini: “L’esistenza di una minaccia esterna a cui si crede (sic) è essenziale per la coesione sociale così come per l’accettazione di un’autorità politica. (...) “In assenza di conflitto, occorre trovare una minaccia sufficientemente grande per indurre le società ad accettare la loro soggezione al loro governo.” A buon intenditor...

La “sicurezza umana”, quante campagne di affissione?

L’espressione “sicurezza umana” è stata concettualizzata o almeno popolarizzata all’interno della comunità internazionale tramite il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell’ UNDP del 1994. Gli autori avevano allora l’ambizione di presentare un’agenda in occasione del 50° anniversario dell’ONU, un anno dopo. Ma chi si sarebbe occupato di promuoverla? Sarà sempre più facile per i benestanti provare il bisogno di armarsi – e, se del caso, di farlo sapere. Al contrario, è sempre più difficile per gli esclusi dalla sicurezza esporre la validità delle loro rivendicazioni. Nel caso che ci interessa, l’arte della “comunicazione” veicolata dalla DICoD [Délégation à l’information et à la communication de la Défense] e dall’ECPAD [Établissement de communication et de production audiovisuelle de la Défense] non ha giovato a questa sicurezza e il “capitalismo militarizzato” (come direbbe la giurista Monique Chemillier-Gendreau) se n’è accomodato. A discarico di questo ex Grande Muto [l’esercito francese], riconosciamo che una sfilata di pompieri, di denunciatori, di operatori del SAMU Social senza fanfare né trombe, di istruttori della SSA [Sicurezza sociale alimentare] che mostrano il loro mestiere senza saper marciare ... difficilmente può competere con lo spettacolo “suoni e luci” di paracadutisti, missilisti addestrati da piloti di bombardieri Rafale o F-35, o ancora da droni quasi silenziosi, capaci di illuminare il cielo. Uno spettacolo che affascina anche e soprattutto i dittatori, da Delhi a Pyongyang passando per Mosca e presto Washington.

La sicurezza umana, una firma europea

Solo alcuni ambienti accademici hanno fatto in modo che la sicurezza umana fosse riconosciuta come disciplina, ma piuttosto ai margini. Nei partiti politici, e presso i rappresentanti della società civile (ONG), la parola “sicurezza” fa piuttosto da repulsivo; nel movimento ecologista, per esempio, dove si concentrano coloro che minimizzano i benefici della sicurezza sociale, mentre essa corrisponde a una delle 7 dimensioni della sicurezza umana.

Le ONG, escluse dagli uffici dell’ONU come la Conferenza sul Disarmo a Ginevra, si sentono orfane di una diplomazia cittadina. Dovranno remare per costruire ponti tra i sostenitori di questa sicurezza e l’altra sicurezza, che alimenta il commercio di istituzioni riconosciute. Motivo? Associare le questioni geopolitiche alla crisi sociale è politicamente scorretto! Ecco perché evocare le questioni di violenza urbana (per esempio) non figura nel programma del G7 o del G20, né del Forum annuale di Monaco (Wehrkunde), il Davos della difesa, né nella sua versione leggera, il Forum (macronista) di Parigi sulla pace.

Il parto di una dottrina

Ironia della storia, sono stati i promotori della sicurezza umana che, in un rapporto di 35 pagine (non tradotto), hanno avuto il merito di mettere il dito nella piaga. Hanno insistito sul “divario tra le capacità di sicurezza che si basano principalmente sulle forze armate e i veri bisogni di sicurezza di ciascuno”. Questo cosiddetto rapporto di Barcellona intitolato Una dottrina della sicurezza umana in Europa è apparso nel settembre 2004, cioè 10 anni dopo quello dell’UNDP. Gli autori hanno concluso: “Il ruolo più appropriato per l’Europa nel XXI secolo sarebbe quello di promuovere la sicurezza umana”. L’istigatore di questa iniziativa non era altro che Javier Solana, che aveva a lungo militato per l’uscita della Spagna dalla NATO, pubblicando il pamphlet “50 ragioni per dire no alla NATO”; e quindi, elencato come “persona sovversiva” dalle autorità di Washington. Per quanto strano possa sembrare, Don Javier si è riciclato per occupare il posto di Segretario generale della NATO (1995–1999), poi quello di capo della diplomazia europea...

La maggioranza dei deputati europei non ha accordato la minima importanza a questo documento, ad eccezione dei rappresentanti del Gruppo confederale della Sinistra unita europea (GUE). Hanno commissionato un rapporto sull’impronta di carbonio dei militari intitolato “Sotto i radar”. In questo testo pubblicato nel febbraio 2021 si può leggere: “Oltre al greenwashing della politica militare, dobbiamo ripensare la politica di difesa dell’Unione Europea in materia di controllo degli armamenti e disarmo, ponendo la sicurezza umana al centro.”

La sicurezza è umana solo se è democratica

Contrariamente alle idee ricevute, umanizzare la politica di difesa è una scommessa rischiosa. Per la semplice ragione che le possibilità di vivere al riparo dal bisogno (freedom from want) e dalla paura (freedom from fear) non sono le stesse per tutti. Coloro che vivono al riparo dal bisogno e dalla paura hanno una fastidiosa tendenza a pretendere che il loro status privilegiato sia “normale”. Non sono quindi disposti a facilitare le iniziative dei civili, proprio coloro che, in nome della sicurezza umana, vogliono democratizzare la sicurezza per meglio proteggere la democrazia. 

Pierre Naville aveva buone ragioni per scrivere nel 1977: “Qualunque sia il destino dell’umanità, nessun progetto sociale può dispiegarsi se non include uno studio senza pregiudizi delle funzioni della guerra.”

  

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