31/07/2026

Antonio Gramsci (1921): Il movimento dei Consigli di Fabbrica

Antonio Gramsci
Il movimento dei Consigli di Fabbrica
L'Ordine Nuovo
14 marzo 1921

Uno dei membri della delegazione italiana, testé ritornato dalla Russia sovietica, riferì ai lavoratori torinesi che la tribuna destinata all'accoglienza della delegazione di Kronstadt era fregiata con la seguente iscrizione: "Evviva lo sciopero generale torinese dell'aprile 1920". Gli operai appresero questa notizia con molto piacere e grande soddisfazione. La maggior parte dei componenti la delegazione italiana recatasi in Russia erano stati contrari allo sciopero generale d'aprile. Essi sostenevano nei loro articoli contro lo sciopero che gli operai torinesi erano stati vittime di un'illusione e avevano sopravvalutato l'importanza dello sciopero. I lavoratori torinesi appresero perciò con piacere l'atto di simpatia dei compagni di Kronstadt ed essi si dissero: "I nostri compagni comunisti russi hanno meglio compreso e valutato l'importanza dello sciopero di aprile che non gli opportunisti italiani, dando così a questi ultimi una buona lezione".

Lo sciopero di aprile

Il movimento torinese dell'aprile fu infatti un grandioso avvenimento nella storia non soltanto del proletariato italiano, ma di quello europeo, e possiamo dirlo, nella storia del proletariato di tutto il mondo. Per la prima volta nella storia, si verificò infatti il caso di un proletariato che impegna la lotta per il controllo della produzione, senza essere stato spinto all'azione dalla fame o dalla disoccupazione. Di più non fu soltanto una minoranza, un'avanguardia della classe operaia che intraprese la lotta, ma la massa intiera dei lavoratori di Torino scese in campo e portò la lotta, incurante di privazioni e di sacrifizi, fino alla fine. I metallurgici scioperarono per un mese, le altre categorie dieci giorni. Lo sciopero generale degli ultimi dieci anni dilagò in tutto il Piemonte, mobilizzando circa mezzo milione di operai industriali e agricoli, e coinvolse quindi circa quattro milioni di popolazione. I capitalisti italiani tesero tutte le loro forze per soffocare il movimento operaio torinese; tutti i mezzi dello Stato borghese furono posti a loro disposizione, mentre gli operai sostennero da soli la lotta senza alcun aiuto né dalla direzione del Partito socialista, né dalla Confederazione Generale del Lavoro. Anzi, i dirigenti del Partito e della Confederazione schernirono i lavoratori e contadini italiani da qualsiasi azione rivoluzionaria colla quale essi intendevano manifestare la loro solidarietà coi fratelli torinesi, e portare a essi un efficace aiuto. Ma gli operai torinesi non si perdettero d'animo. Essi sopportarono tutto il peso della reazione capitalista, osservarono la disciplina fino all'ultimo momento e rimasero fino dopo la disfatta fedeli alla bandiera del comunismo e della rivoluzione mondiale.

Anarchici e sindacalisti

La propaganda degli anarchici e sindacalisti contro la disciplina di partito e la dittatura del proletariato non ebbe alcuna influenza sulle masse, anche quando, causa del tradimento dei dirigenti, lo sciopero terminò con una sconfitta. I lavoratori torinesi giurarono anzi di intensificare la lotta rivoluzionaria e di condurla su due fronti: da una parte contro la borghesia vittoriosa, dall'altra contro i capi traditori. La coscienza e la disciplina rivoluzionaria, di cui le masse torinesi hanno dato prova, hanno la loro base storica nelle condizioni economiche e politiche in cui si è sviluppata la lotta di classe a Torino. Torino è un centro di carattere prettamente industriale. Quasi tre quarti della popolazione, che conta mezzo milione di abitanti, è composta di operai: gli elementi piccolo-borghesi sono una quantità infima. A Torino vi è inoltre una massa compatta di impiegati e tecnici, che sono organizzati nei sindacati e aderiscono alla Camera del Lavoro. Essi furono durante tutti i grandi scioperi a fianco degli operai, e hanno quindi, se non tutti, almeno la maggior parte, acquistato la psicologia del vero proletariato, in lotta contro il capitale, per la rivoluzione e il comunismo. Due insurrezioni armate

Durante la guerra imperialista del 1914-18, Torino vide due insurrezioni armate: la prima insurrezione, che scoppiò nel maggio 1915, aveva l'obiettivo di impedire l'intervento dell'Italia nella guerra contro la Germania (in questa occasione venne saccheggiata la Casa del popolo); la seconda insurrezione, nell'agosto 1917, assunse il carattere di una lotta rivoluzionaria armata, su grande scala. La notizia della Rivoluzione di marzo in Russia era stata accolta a Torino con gioia indescrivibile. Gli operai piangevano di commozione quando appresero la notizia che il potere dello zar era stato rovesciato dai lavoratori di Pietrogrado. Ma i lavoratori torinesi non si lasciarono infinocchiare dalla fraseologia demagogica di Kerenski e dei menscevichi.
Quando nel luglio del 1917 arrivò a Torino la missione inviata nell'Europa occidentale dal Soviet di Pietrogrado, i delegati Smirnov e Goldemberg, che si presentarono dinanzi a una folla di cinquantamila operai, vennero accolti da grida assordanti di "Evviva Lenin! Evviva i bolscevichi!". Goldemberg non era troppo soddisfatto di questa accoglienza; egli non riusciva a capire in che maniera il compagno Lenin si fosse acquistata tanta popolarità fra gli operai torinesi. E non bisogna dimenticare che questo episodio avvenne dopo la repressione della rivolta bolscevica del luglio, che la stampa borghese italiana infuriava contro Lenin e contro i bolscevichi, denunziandoli come briganti, intriganti, agenti e spie dell'imperialismo tedesco. Dal principio della guerra italiana (24 maggio 1915) il proletariato torinese non aveva fatto nessuna manifestazione di massa.

Barricate, trincee, reticolati

L'imponente comizio che era stato organizzato in onore dei delegati del Soviet pietrogradese segnò l'inizio di un nuovo periodo di movimenti di masse. Non passò un mese, che i lavoratori torinesi insorsero con le armi in pugno contro l'imperialismo e il militarismo italiano. L'insurrezione scoppiò il 23 agosto 1917. Per cinque giorni gli operai combatterono nelle vie della città. Gli insorti, che disponevano di fucili, granate e mitragliatrici, riuscirono persino a occupare alcuni quartieri della città e tentarono tre o quattro volte di impadronirsi del centro ove si trovavano le istituzioni governative e i comandi militari. Ma i due anni di guerra e di reazione avevano indebolito la già forte organizzazione del proletariato, e gli operai inferiori di armamento furono vinti. Invano sperarono in un appoggio da parte dei soldati; questi si lasciarono ingannare dall'insinuazione che la rivolta era stata inscenata dai tedeschi. Il popolo eresse barricate, scavò trincee, circondò qualche rione di reticolati a corrente elettrica e respinse per cinque giorni tutti gli attacchi delle truppe e della polizia. Caddero più di 500 operai, più di 2.000 vennero gravemente feriti, Dopo la sconfitta i migliori elementi furono arrestati e allontanati e il movimento proletario perdette di intensità rivoluzionaria. Ma i sentimenti comunisti del proletariato torinese non erano spenti.

Nel dopoguerra

Dopo la fine della guerra imperialista il movimento proletario fece rapidi progressi. La massa operaia di Torino comprese che il periodo storico aperto dalla guerra era profondamente diverso dall'epoca precedente la guerra. La classe operaia torinese intuì subito che la III Internazionale è un'organizzazione del proletariato mondiale per la direzione della guerra civile, per la conquista del potere politico, per l'istituzione della dittatura proletaria, per la creazione di un nuovo ordine nei rapporti economici e sociali. I problemi della rivoluzione, economici e politici, formavano oggetto di discussione in tutte le assemblee degli operai. Le migliori forze dell'avanguardia operaia si riunirono per diffondere un settimanale di indirizzo comunista, "l'Ordine Nuovo". Nelle colonne di questo settimanale si trattarono i vari problemi della rivoluzione; l'organizzazione rivoluzionaria delle masse che dovevano conquistare i sindacati alla causa del comunismo; il trasferimento della lotta sindacale dal campo grettamente corporativista e riformista, sul terreno della lotta rivoluzionaria, del controllo sulla produzione e della dittatura del proletariato.
Anche la questione dei Consigli di fabbrica fu posta all'ordine del giorno. Nelle aziende torinesi esistevano già prima piccoli comitati operai, riconosciuti dai capitalisti, e alcuni di essi avevano già ingaggiato la lotta contro il funzionarismo, lo spirito riformista e le tendenze costituzionali dei sindacati. Ma la maggior parte di questi comitati non erano creature dei sindacati; le liste dei candidati per questi comitati (commissioni interne) venivano proposte dalle organizzazioni sindacali, le quali sceglievano di preferenza operai di tendenze opportuniste che non avrebbero dato delle noie ai padroni, e avrebbero soffocato in germe ogni azione di massa. I seguaci dell' "Ordine Nuovo" perorarono nella loro propaganda in prima linea la trasformazione delle commissioni interne, e il principio che la formazione delle liste dei candidati dovesse avvenire nel seno della massa operaia e non dalle cime della burocrazia sindacale. I compiti che essi assegnarono ai Consigli di fabbrica furono il controllo sulla produzione, l'armamento e la preparazione militare delle masse, la loro preparazione politica e tecnica. Essi non dovevano più compiere l'antica funzione di cani da guardia che proteggono gli interessi delle classi dominanti, né frenare le masse nelle loro azioni contro il regime capitalistico. 

L'entusiasmo per i Consigli

La propaganda per i Consigli di fabbrica venne accolta con entusiasmo dalle masse; nel corso di mezzo anno vennero costituiti Consigli di fabbrica in tutte le fabbriche e officine metallurgiche, i comunisti conquistarono la maggioranza nel sindacato metallurgici; il principio dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione venne approvato e accettato dalla maggioranza del Congresso e dalla maggior parte dei sindacati appartenenti alla Camera del Lavoro. L'organizzazione dei Consigli di fabbrica si basa sui seguenti principi: in ogni fabbrica in ogni officina viene costituito un organismo sulla base della rappresentanza (e non sull'antica base del sistema burocratico) il quale realizza la forza del proletariato, la lotta contro l'ordine capitalistico o esercita il controllo sulla produzione, educando tutta la massa operaia per la lotta rivoluzionaria e per la creazione dello Stato operaio.
Il Consiglio di fabbrica deve essere formato secondo il principio dell'organizzazione per industria; esso deve rappresentare per la classe operaia il modello della società comunista, alla quale si arriverà attraverso la dittatura del proletariato; in questa società non esisteranno più divisioni di classe, tutti i rapporti sociali saranno regolati secondo le esigenze tecniche della produzione e della organizzazione corrispondente, e non saranno subordinati a un potere statale organizzato. La classe operaia deve comprendere tutta la bellezza e nobiltà dell'ideale per il quale essa lotta e si sacrifica; essa deve rendersi conto che per raggiungere questo ideale è necessario passare attraverso alcune tappe; essa deve riconoscere la necessità della disciplina rivoluzionaria e della dittatura. Ogni azienda si suddivide in reparti e ogni reparto in squadre di mestiere; ogni squadra compie una determinata parte del lavoro; gli operai di ogni squadra eleggono un operaio con mandato imperativo e condizionato.
L'assemblea dei delegati di tutta l'azienda forma un Consiglio che elegge dal suo seno un comitato esecutivo. L'assemblea dei segretari politici dei comitati esecutivi forma il comitato centrale dei Consigli che elegge dal suo seno un comitato urbano di studio per la organizzazione della propaganda, la elaborazione dei piani di lavoro, per l'approvazione dei progetti e delle proposte delle singole aziende perfino di singoli operai, e infine per la direzione generale di tutto il movimento.

Consigli e commissioni interne durante gli scioperi

Alcuni compiti dei Consigli di fabbrica hanno carattere prettamente tecnico e perfino industriale, come ad esempio, il controllo sul personale tecnico, il licenziamento di dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista dei diritti e libertà, il controllo della produzione dell'azienda e delle operazioni finanziarie. I Consigli di fabbrica presero presto radici. Le masse accolsero volentieri questa forma di organizzazione comunista, si schierarono intorno ai comitati esecutivi e appoggiarono energicamente la lotta contro l'autocrazia capitalista. Quantunque né gli industriali, né la burocrazia sindacale volessero riconoscere i Consigli e i comitati, questi ottennero tuttavia notevoli successi: essi scacciarono gli agenti e le spie dei capitalisti, annodarono rapporti con gli impiegati e coi tecnici per avere delle informazioni d'indole finanziaria e industriale; negli affari dell'azienda essi concentrarono nelle loro mani il potere disciplinare e dimostrarono alle masse disunite e disgregate ciò che significa la gestione diretta degli operai nell'industria. L'attività dei Consigli e delle commissioni interne si manifestò più chiaramente durante gli scioperi; questi scioperi perdettero il loro carattere impulsivo, fortuito e divennero l'espressione dell'attività cosciente delle masse rivoluzionarie.
L'organizzazione tecnica dei Consigli e delle commissioni interne, la loro capacità di azione si perfezionò talmente, che fu possibile ottenere in cinque minuti la sospensione dal lavoro di 15 mila operai dispersi in 42 reparti della Fiat. Il 3 dicembre 1919 i Consigli di fabbrica diedero una prova tangibile della loro capacità di dirigere movimenti di masse in grande stile; dietro ordine della sezione socialista, che concentrava nelle sue mani tutto il meccanismo del movimento di massa, i Consigli di fabbrica mobilizzarono senza alcuna preparazione, nel corso di un'ora, centoventimila operai, inquadrati secondo le aziende. Un'ora dopo si precipitò l'armata proletaria come una valanga fino al centro della città e spazzò dalle strade e dalle piazze tutto il canagliume nazionalista e militarista.

La lotta contro i Consigli

Alla testa del movimento per la costruzione dei Consigli di fabbrica furono i comunisti appartenenti alla sezione socialista e alle organizzazioni sindacali; vi presero pure parte gli anarchici, i quali cercarono di contrapporre la loro fraseologia ampollosa al linguaggio chiaro e preciso dei comunisti marxisti. Il movimento incontrò la resistenza accanita dei funzionari sindacali, della direzione del Partito socialista e dell' "Avanti!". La polemica di questa gente si basava sulla differenza fra il concetto di Consiglio di fabbrica e quello di Soviet. Le loro conclusioni ebbero un carattere puramente teorico, astratto, burocratico. Dietro le loro frasi altisonanti si celava il desiderio di evitare la partecipazione diretta delle masse alla lotta rivoluzionaria, il desiderio di conservare la tutela delle organizzazioni sindacali sulle masse. I componenti la direzione del Partito si rifiutarono sempre di prendere l'iniziativa di una azione rivoluzionaria, prima che non fosse attuato un piano di azione coordinato, ma non facevano mai nulla per preparare ed elaborare questo piano.
Il movimento torinese non riuscì però ad uscire dall'ambito locale, poiché tutto il meccanismo burocratico dei sindacati venne messo in moto per impedire che le masse operaie delle altre parti d'Italia seguissero l'esempio di Torino. Il movimento torinese venne deriso, schernito, calunniato e criticato in tutti i modi. Le aspre critiche degli organismi sindacali e della direzione del Partito socialista incoraggiarono nuovamente i capitalisti i quali non ebbero più freno nella loro lotta contro il proletariato torinese e contro i Consigli di fabbrica.
La conferenza degli industriali, tenutasi nel marzo 1920 a Milano, elaborò un piano d'attacco; ma i "tutori della classe operaia", le organizzazioni economiche e politiche non si curarono di questo fatto. Abbandonato da tutti, il proletariato torinese fu costretto ad affrontare da solo, colle proprie forze, il capitalismo nazionale e il potere dello Stato. Torino venne inondata da un esercito di poliziotti; intorno alla città si piazzarono cannoni e mitragliatrici nei punti strategici. E quando tutto questo apparato militare fu pronto, i capitalisti cominciarono a provocare il proletariato. È vero che di fronte a queste gravissime condizioni di lotta il proletariato esitò ad accettare la sfida; ma quando si vide che lo scontro era inevitabile, la classe operaia uscì coraggiosamente dalle sue posizioni di riserva e volle che la lotta fosse condotta fino alla sua fine vittoriosa.

Il Consiglio nazionale socialista di Milano

I metallurgici scioperarono un mese intero, le altre categorie dieci giorni; l'industria in tutta la provincia era ferma, le comunicazioni paralizzate. Il proletariato torinese fu però isolato dal resto d'Italia; gli organi centrali non fecero niente per aiutarlo; ma non pubblicarono nemmeno un manifesto per spiegare al popolo italiano l'importanza della lotta dei lavoratori torinesi; L' "Avanti!" si rifiutò di pubblicare il manifesto della sezione torinese del partito. I compagni torinesi si buscarono dappertutto epiteti di anarchici e avventurieri. In quell'epoca si doveva avere a Torino il Consiglio nazionale del Partito; tale convegno venne però trasferito a Milano, perché una città "in preda a uno sciopero generale" sembrava poco adatta come teatro di discussioni socialiste. In questa occasione si manifestò tutta l'impotenza degli uomini chiamati a dirigere il Partito; mentre la massa operaia difendeva a Torino coraggiosamente i Consigli di fabbrica, la prima organizzazione basata sulla democrazia operaia, incarnante il potere del proletario, a Milano si chiacchierava intorno a progetti e metodi teorici per la formazione di Consigli come forma di potere politico da conquistare dal proletariato; si discuteva sul modo di sistemare le conquiste non avvenute e si abbandonava il proletariato torinese al suo destino, si lasciava alla borghesia la possibilità di distruggere il potere operaio già conquistato.
Le masse proletarie italiane manifestarono la loro solidarietà coi compagni torinesi in varie forme; i ferrovieri di Pisa, Livorno e Firenze si rifiutarono di trasportare le truppe destinate a Torino, i lavoratori dei porti e i marinari di Livorno e Genova sabotarono il movimento dei porti; il proletariato di molte città scese in sciopero contro gli ordini dei sindacati. Lo sciopero generale di Torino e del Piemonte cozzò contro il sabotaggio e la resistenza delle organizzazioni sindacali e del Partito stesso. Esso fu tuttavia di grande importanza educativa perché dimostrò che l'unione pratica degli operai e contadini è possibile, e riprovò l'urgente necessità di lottare contro tutto il meccanismo burocratico delle organizzazioni sindacali, che sono il più solido appoggio per l'opera opportunistica dei parlamentari e dei riformisti mirante al soffocamento di ogni movimento rivoluzionario delle masse lavoratrici.

 

Israel Katz, a Proud War Criminal|criminal de guerra a mucha honra|criminel de guerre fier de l’être|criminale di guerra fiero di esserlo|stolzer Kriegsverbrecher

 

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29/07/2026

Message de la famille du Dr Hussam Abu Safiya

Rassemblement de soutien à Paris - 24 juillet 2026


 

Mesdames et Messieurs,

Chères consœurs, chers confrères,

et vous toutes et tous qui êtes réunis aujourd’hui pour défendre l’humanité et la justice,

Je m’appelle Idrees Abu Safiya. Je suis le fils du Dr Hussam Abu Safiya, directeur de l’hôpital Kamal Adwan et pédiatre qui a consacré sa vie aux enfants de Gaza et aux patients les plus vulnérables, dans des circonstances que nul médecin ne devrait avoir à affronter.

Je m’adresse à vous aujourd’hui au nom de ma famille, mais aussi au nom de chaque médecin, infirmier, ambulancier et soignant palestinien détenu dont le monde ignore encore le nom, dont la famille n’entend plus la voix, et dont les proches ne savent parfois même pas s’il est encore en vie.

Nous possédons la nationalité kazakhe. Dès le début de la guerre, nous avions la possibilité de quitter Gaza et de nous mettre en sécurité. Pourtant, nous avons refusé de partir et nous sommes restés auprès de mon père pendant toute cette période, parce que lui-même refusait d’abandonner son hôpital et ses patients.

Il nous répétait toujours : 

« Qui soignera ces malades ? Qui restera auprès des enfants et des blessés alors que les médicaments, le personnel médical et les compétences spécialisées manquent cruellement ? »

Mon père était reconnu comme l’un des meilleurs pédiatres de la bande de Gaza. Pour lui, la médecine n’était pas un simple métier : c’était une mission, un devoir moral et une responsabilité envers chaque vie humaine. Il savait que rester pouvait lui coûter la vie, mais il a choisi de rester auprès de ses patients.

À plusieurs reprises, il a été menacé afin qu’il évacue l’hôpital et laisse derrière lui les malades et les blessés. L’hôpital et les personnes qui s’y trouvaient ont été visés à de nombreuses reprises, et mon père lui-même a été exposé à des attaques qui ont directement mis sa vie en danger.

Lors de l’un de ces épisodes particulièrement graves, il a été atteint par des éclats tirés depuis un quadricoptère, qui se sont logés dans sa cuisse gauche. Dans un contexte de pénurie de médicaments, de matériel et de moyens chirurgicaux, cette blessure aurait pu entraîner de lourdes complications. Par la grâce de Dieu, elle n’a pas provoqué à ce moment-là de séquelles mettant immédiatement sa vie en danger.

 

Malgré sa blessure, mon père n’a pas quitté l’hôpital et n’a pas abandonné ses patients. Il a continué à travailler alors qu’il avait lui-même besoin de soins, de repos et d’un suivi médical.

Pendant la guerre, notre maison a été bombardée et nous avons tout perdu. Moi, son fils Idrees, j’ai été blessé. Nous avons connu la peur, la faim, le déplacement forcé et le siège. Puis mon frère Ibrahim a été tué devant l’hôpital.

Mon père n’a même pas eu le temps ni l’espace nécessaires pour dire adieu à son fils comme un père devrait pouvoir le faire. Il l’a enterré près du mur de l’hôpital, puis il est retourné auprès de ses patients, parce qu’il savait que des dizaines de vies dépendaient encore de lui.

Imaginez un père qui enterre son propre fils de ses mains, puis retourne soigner les enfants des autres.

Après l’arrestation de mon père, sa mère - ma grand-mère - est décédée alors qu’elle attendait de ses nouvelles et demandait sans cesse il se trouvait. Son état de santé s’est détérioré sans qu’elle sache comment il vivait, dans quelles conditions il était détenu, ni s’il reviendrait un jour. Mon père n’a pas pu lui dire adieu.

Il n’a pas pu faire son deuil de son fils. Il n’a pas pu accompagner sa mère dans ses derniers instants. Et nous, sa famille, sommes privés du droit le plus élémentaire : le voir, entendre sa voix et savoir avec certitude dans quel état il se trouve.

Aujourd’hui, nous sommes extrêmement inquiets pour sa santé. Mon père souffre de problèmes cardiaques et a besoin d’un suivi médical régulier ainsi que de traitements adaptés. Or il est détenu dans des conditions très dures : isolement, nourriture insuffisante, absence de soins appropriés, manque d’hygiène et environnement carcéral insalubre.

Ces conditions ne constituent pas seulement une souffrance quotidienne. Elles représentent un danger réel, grave et croissant pour sa vie, particulièrement au regard de son affaiblissement, de sa perte importante de poids, de la pression physique et psychologique constante, et de l’absence d’examens médicaux indépendants.

Nous ignorons s’il reçoit les médicaments dont son cœur a besoin. Nous ignorons les effets réels de la faim, de l’isolement, du stress et des mauvaises conditions sanitaires sur son organisme. Chaque journée sans examen indépendant et sans traitement approprié augmente le risque d’une dégradation irréversible de son état.

Après avoir sacrifié sa sécurité pour sauver des vies, mon père n’a pas été protégé : il a été arrêté, maltraité, privé de soins et empêché de communiquer régulièrement avec son avocat et sa famille.

Son seul “crime” a été de rester médecin lorsque soigner des malades était devenu un acte puni.

Mais la mobilisation d’aujourd’hui ne concerne pas seulement mon père.

D’autres médecins, infirmiers, ambulanciers et professionnels de santé palestiniens sont détenus. Certains restent presque totalement inconnus du monde. Derrière chaque nom se trouve une famille qui attend, des enfants qui posent des questions, des mères qui tombent malades d’inquiétude et des patients privés de celles et ceux qui les soignaient.

Défendre le Dr Hussam Abu Safiya, c’est défendre chaque médecin qui refuse d’abandonner ses patients. C’est défendre le droit de toute personne à recevoir des soins, l’inviolabilité des hôpitaux et les valeurs auxquelles les médecins du monde entier ont prêté serment.

Nous ne demandons pas une compassion passagère. Nous demandons une action urgente, concrète et efficace.

Nous appelons le gouvernement français à utiliser tous les moyens diplomatiques dont il dispose pour obtenir immédiatement une preuve fiable que mon père est en vie, lui garantir un examen médical indépendant et urgent, assurer l’accès à tous les médicaments et traitements nécessaires, permettre à son avocat et au Comité international de la Croix-Rouge de lui rendre visite sans restriction, et agir sans délai pour sa libération ainsi que celle de tous les médecins et professionnels de santé palestiniens détenus.

Le temps ne joue pas en notre faveur.

Chaque jour passé en prison peut laisser des séquelles irréversibles. Chaque jour peut être le dernier.

Aux médecins et à toutes les personnes réunies aujourd’hui : merci de ne pas être restés silencieux. Merci de rappeler que la médecine ne connaît pas de frontières, et que défendre un médecin persécuté, c’est défendre notre humanité commune.

Vous ne vous tenez pas seulement aux côtés de mon père. Vous vous tenez aux côtés de soignants dont le monde ne connaît pas encore les noms, de familles qui attendent un seul message pour être rassurées, et de toutes celles et ceux qui refusent que l’injustice devienne normale à force de silence.

Au gouvernement français, nous disons :

Ne vous contentez pas d’exprimer votre inquiétude.

Ne vous contentez pas de paroles.

Utilisez votre influence et agissez maintenant, avant qu’il ne soit trop tard.

Sauvez le Dr Hussam Abu Safiya.

Sauvez les médecins et les professionnels de santé détenus.

Protégez celles et ceux qui ont choisi de sauver des vies plutôt que de les abandonner.

Je vous remercie.

Idrees Abu Safiya

Fils du Dr Hussam Abu Safiya
Au nom de la famille Abu Safiya
Site officiel :
https://freehussam.org/

12/07/2026

1000 Tage|Days|Días|Jours Völkermord|of Genocide|de Genocidio|de génocide in|en|à Gaza

 

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La fièvre monte à|Tensions rise at|Sube le tensión en Volkswagen

 

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Offener Brief an den Bundesminister des Auswärtigen Herrn Dr. Johann Wadephul über die Auswirkungen der Schließung der iranischen Generalkonsulate

 


Sehr geehrter Herr Bundesminister,

mit diesem offenen Brief wenden wir uns an Sie, um auf die seit Oktober 2024 andauernden erheblichen praktischen Folgen der Schließung der iranischen Generalkonsulate in München, Frankfurt am Main und Hamburg aufmerksam zu machen.

Die Folgen der Konsulatsschließungen

Seit der Schließung dieser Einrichtungen sind zahlreiche Menschen mit iranischem Hintergrund in Deutschland gezwungen, für konsularische Angelegenheiten ausschließlich die Botschaft der Islamischen Republik Iran in Berlin aufzusuchen. Die daraus resultierenden Belastungen betreffen inzwischen tausende Bürgerinnen und Bürger und werfen Fragen nach der Verhältnismäßigkeit und den praktischen Auswirkungen dieser Entscheidung auf.

Unser Anliegen ist dabei ausdrücklich bürgernaher und humanitärer Natur. Es geht nicht um außenpolitische Bewertungen. Es geht nicht um diplomatische Fragen. Es geht um die konkrete Lebenswirklichkeit tausender Menschen, die in Deutschland leben und auf konsularische Dienstleistungen angewiesen sind.

Tausende Menschen sind betroffen

In Deutschland leben heute mehr als 300.000 Menschen mit iranischem Migrationshintergrund. Viele von ihnen benötigen regelmäßig konsularische Dienstleistungen, etwa in Passangelegenheiten, Personenstandsangelegenheiten, familienrechtlichen Angelegenheiten, Vollmachtsverfahren oder anderen behördlichen Angelegenheiten.

Mit der Schließung der Generalkonsulate in München, Frankfurt am Main und Hamburg wurde die gesamte konsularische Betreuung faktisch auf die Botschaft in Berlin konzentriert. Für zahlreiche Betroffene bedeutet dies weite Anreisen aus allen Teilen Deutschlands, oftmals verbunden mit erheblichem organisatorischem und finanziellem Aufwand.

Nach den Erfahrungen vieler Betroffener ist die Konsularabteilung der Botschaft seitdem dauerhaft stark ausgelastet. Lange Wartezeiten, überfüllte Warteräume und Schwierigkeiten bei der Terminvergabe gehören inzwischen für viele Besucherinnen und Besucher zum Alltag. Nicht selten sind mehrtägige Aufenthalte in Berlin erforderlich, wodurch zusätzliche Reise- und Übernachtungskosten entstehen.

Besonders belastend ist diese Situation für ältere Menschen, Familien mit kleinen Kindern, Menschen mit Behinderungen sowie Personen mit gesundheitlichen Einschränkungen. Für sie stellt jeder notwendige Behördengang eine erhebliche körperliche, organisatorische und finanzielle Herausforderung dar.

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